Chi siamo

Benvenuti sul sito del giornale Sconfinare, il giornale creato dagli studenti del SID del Polo Goriziano dell'Università di Trieste. Da qui potrete leggere tutti gli articoli pubblicati, contattare la redazione e collaborare con noi. Prendi una copia,oppure consulta l'edizione online. Il sito è aggiornato dopo la pubblicazione di ogni numero.

Sconfinare non è il giornale ufficiale dell'Assid nè identifica la sua posizione politica in quanto è semplicemente la libera espressione di alcuni suoi membri che costituiscono il Comitato di redazione. Sconfinare è regolarmente registrato presso il Tribunale di Gorizia il 20 maggio 2006, n° di reg. 4/06.

Direttrice Responsabile: Annalisa Turel, Editore Proprietario: Assid - Associazione Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche.

Per Contattare la Redazione e chiedere di pubblicare un articolo inviaci una mail

Per segnalare un problema sul sito contatta il webmaster

Il simulacro dei gay italiani nel reality “Grande Fratello”

Com’è possibile che in 10 anni di Grande Fratello, gli autori non siano stati in grado di inserire nella casa un omosessuale dichiarato? Qual è il contesto di questa scelta e quali sono le sue possibili degenerazioni?

Maicol Berti è il primo omosessuale dichiarato nella storia del Grande Fratello, o, perlomeno, così è stato presentato al pubblico. Questa definizione – destinata allo spettatore medio del GF – ha suscitato non poche polemiche nella comunità LGBT(Lesbiche Gay Bisessuali Transessuali) in primis, per ironia della sorte, quella omosessuale. La polemica nasce da un recente editoriale di Alessio De Giorgi, direttore di gay.it, che evidenzia le proprie perplessità nella scelta del concorrente ferrarese. La lettera, che non stigmatizza il personaggio di Maicol, anzi lo descrive come “una persona di straordinaria umanità, vivacissimo, esuberante e divertente” e lo sostiene “noi facciamo il tifo per lui”, critica un aspetto poco considerato dai detrattori del reality: la cronica assenza – in 10 anni di edizioni – di una figura gay “qualunque” e dichiarata. Come evidenziato da De Giorgi, Maicol dichiara di “sentirsi donna in un corpo da uomo”, un aspetto della sua personalità – definito nella psicologia come disforia di genere – che è legata alla sfera transessuale, piuttosto che quella omosessuale. Infatti, la disforia di genere è una condizione in cui una persona si sente appartenente al sesso opposto a quello di nascita; perciò, sarebbe aspettabile un suo futuro cambiamento di sesso, proprio per colmare l’ antinomia tra il suo corpo e la sua identità di genere (nel suo caso, femminile). D’altro canto, un gay dichiarato viene considerato come una persona che accetta il proprio corpo, idem est c’è corrispondenza tra quest’ultimo e l‘identità di genere. Quindi, una persona può contrarre rapporti omosessuali, ma non esserlo: per questo motivo, Maicol non è gay. Di conseguenza, la decisione di far entrare questo ragazzo nella casa e di pubblicizzarlo come “il primo gay nella storia del GF italiano” assume un valore fortemente diseducativo: si porta il pubblico di uno dei più seguiti programmi italiani a confondere la condizione transessuale con quella omosessuale, aumentando ancora di più la confusione su temi già difficili e delicati; temi sui cui in Italia si deve crescere ancora molto. Dunque, se da un lato abbiamo una pubblicizzazione mediatica di un concorrente presentato come omosessuale quando non lo è, dall’altro abbiamo la cronica assenza di una figura gay “qualunque”, cioè manca una figura omofila  che riesca a rappresentare l’ omosessualità al Grande Pubblico senza cadere obbligatoriamente in stereotipi di effeminatezza e di leziosità, che purtroppo Maicol rappresenta. Questa incapacità degli autori d’ inserire una figura “qualunque”, porta un pubblico ignorante – nel senso che non ha dimestichezza con queste problematiche sessuali – al più becero sillogismo: una persona è gay, essere gay è essere effeminati e ridicoli, quindi il gay è effeminato e ridicolo; o meglio se sei gay, allora devi essere per forza effeminato, ridicolo e magari anche frocio. Quindi, l’ostracismo degli autori per rappresentare una omosessualità “quotidiana”, senza stereotipi di “checche e froci”, fa riflettere su quanto sia difficile vivere una omosessualità dichiarata in Italia: nel momento in cui si categorizza l’ omosessualità nei termini della realtà televisiva odierna, la si aliena dalla società, la si fa completamente sparire nelle sue dimensioni normali.  D’altronde, una omosessualità differente porterebbe a dubbi che la maggioranza degli italiani vorrebbe evitare; immaginate: e se mio figlio fosse gay? o un mio parente o un mio amico? oppure se lo fossi io? La necessità di porre l’omosessualità in termini quotidiani non nasce da un estremismo progressista che, in una sottospecie di panpsichismo, vuole dare voce a qualsiasi cosa che sia diverso, ma è necessario per capire dei fenomeni sociali, purtroppo diffusi e generali, che l’ opinione pubblica non capisce e non vuole capire. Non sarà un caso che, come dimostrato dalla Rivista di Sessuologia in una ricerca del 2004, la maggioranza degli uomini che usufruiscono di prostitute transessuali MtF – Male to Female, uomini che stanno diventando donne – si dichiara eterosessuale? In altre parole, l’ impedimento di dare voce a una omosessualità normale, può essere connessa alla prostituzione transessuale? Mutatis mutandis, si. Il motivo per cui un uomo dichiaratamente etero decida di andare con una prostituta transessuale – più diffuse le MtF, piuttosto che i FtM, ossia Female to Male – sono numerose e complesse. Prendiamo solo un caso. Freud, nel suo celebre saggio sul “Perturbante” (das Unheimliche, 1919), definisce il feticismo come un nesso ambiguo – seduttivo e terrorizzante – tra il familiare e lo straniero. Infatti, la cosa, su cui si pone l’attenzione del feticista, è “il sostituto per l’oggetto sessuale” ossia “una parte del corpo assai poco appropriata per gli scopi sessuali (il piede, i capelli) o un oggetto sessuale che sia in evidente relazione con la persona sessuale, ancor meglio con la sua sessualità (capi di vestiario, bianchieria). Questo sostituto viene non a torto paragonato con il feticcio, nel quale il selvaggio vede il suo Dio”. In altre parole, il familiare e lo straniero si rimescolano continuamente, generando nuovi ibridi visuali. Nel nostro caso, l’eterosessualità – il familiare, ciò che è considerato naturale e giusto dalla società – si rimescola con l’omosessualità – lo straniero, ciò che è alieno alla società – generando un ibrido: il transessuale. Per capire meglio uno dei tanti motivi della diffusione della prostituzione transessuale, è necessario considerare che per Freud, per esempio, il piede della donna, su cui cade l’attenzione del feticista, non è altro che un surrogato del pene femminile. Nelle teoria dello sviluppo psicosessuale, il bambino nella fase edipica, per superare l’angoscia di castrazione derivante dalla paura del padre e soprattutto dalla vista dei genitali femminili privi del pene, si crea un feticcio, ovvero un oggetto volto a sostituire il pene mancante nelle bambine. Se queste ultime sono prive di fallo, infatti, significa che sono state punite e quindi evirate per qualcosa che hanno commesso, quindi anche il bambino rischia l’evirazione a causa dei suoi desideri incestuosi verso la madre. Il piede, la scarpa e qualsiasi oggetto feticistico permettono così al bambino, fungendo da “fallo femminile”, di attenuare la sua angoscia derivante dalla constatazione che le bambine non hanno il pene. Quindi, in un procedimento analogo – mutatis mutandis – l’omosessuale represso, cioè una persona che si dichiara etero per pressioni – come abbiamo visto – sociali, ma ha un orientamento sessuale omofilo, può arrivare a una totale degenerazione ibrida tra eterosessualità e omosessualità. Per questi soggetti, la figura erotica diventa la donna con un pene, per l’appunto: il transessuale MtF.

Viene il dubbio che, oggi, sempre più, forse a causa di una società che ci spinge di continuo a ricercare una originalità che nei fatti non si dimostra mai tale, il desiderio sessuale degli uomini (soprattutto italiani?) s’indirizza verso la donna con il pene. O forse, non è solo questo. Forse, questo bisogno è legato a qualcosa di originario. Una mancanza la cui presenza si fa sempre più rumorosa. La mancanza di quella dimensione di completezza che ci è stata negata ab origine. Il bisogno di risolvere queste parzialità ci spinge,dunque,alla ricerca di un surrogato. La moderna scienza medica consente a taluni di vedere in queste nuove figure d’androgini, ciò che si va disperatamente cercando: un “sé” definitivamente completato. Ma, forse, questa ricerca non è altro che l’ultima istanza inconscia di un Occidente maschile che vive la profondo contraddizione tra due femminili completamente differenti. Uno reale, che in quanto tale viene vissuto drammaticamente nascondendolo dietro ritocchi di Photoshop e operazioni chirurgiche, e uno mediatico tanto onnipresente quanto inesistente. Un femminile irreale che diventa molto più sottile di un semplice velo o di un burqa; è uno mascheramento psicologico, che l’Occidente deve affrontare  e risolvere insieme ad altre tematiche come l’omosessualità. Se non altro, per pretendere che il proprio modello di sessualità sia il migliore in assoluto e quindi esportabile o imposto in altre culture e in altri paesi.

Luca Magonara

La condivisione è vita... Condividi con chi vuoi questo articolo:
  • RSS
  • Print
  • email
  • PDF
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • LinkedIn
  • Live
  • MySpace
  • Reddit
  • Twitter
  • Yahoo! Bookmarks
  • Yahoo! Buzz
  • del.icio.us

Now iphone, ipad and ipod touch friendly!

17 Re

I dischi sofferti e difficili da capire sono i migliori. Un’opera d’arte che si rivela immediatamente è noiosa. Non resta. Come ogni cosa, un disco può essere amato sul serio solo se ci si sente a poco poco avvinti ad esso, quasi morbosamente. E diventa come una droga. All’inizio non lo si riesce ad ascoltare, però avvertiamo un certo suo chiamarci irresistibilmente. Continuiamo, con nostra meraviglia, a tendere l’orecchio. Quando riusciamo finalmente a sentire, allora la ricompensa è enorme.

Al mondo ci sono montagne di dischi buoni, palate di dischi ottimi. Pochissimi hanno però il coraggio di essere veramente ambiziosi. E l’ambizione, in arte, è tutto: perché la creazione è l’atto con cui l’uomo si fa divino, ricommette il peccato originale, mescola bene e male a suo piacimento, spesso confondendoli. 17 RE è il migliore disco nella storia del rock italiano, senza discussioni. Perché è il più ambizioso. 17 RE è degno della febbre d’un dio – è un disco folle, tremendo, capace nell’arco di pochissimi accordi d’innalzare un inno religioso dal fango. Cosa che nella storia è riuscita a pochi, forse soltanto a un Dostoevskji. 17 RE è un disperato, accorato atto d’amore per l’uomo, per l’umanità – un amore puro e senza compromessi, dolce quanto crudele.

Ogni brano del disco meriterebbe, qui, di essere raccontato. “Café, Mexcal e Rosita”
è una canzone d’amore volutamente ossessiva, perversa. Solo nella distruzione e nell’umiliazione dell’oggetto del proprio desiderio si ama, si possiede davvero. Ognuno uccide il suo amore: solo i più sensuali usano il coltello. Pelù è una bestia, la sua voce è un pulsare di versi gutturali, istintivi, sta prima della ragione. E’ per questo che i testi, seppur a tratti geniali, significano poco o nulla. Si limitano ad essere evocativi, comunicano per via empatica, non razionale: è un ottimo esempio di questo il mantra sciamanico di “Gira nel mio Cerchio”, la rabbia di “Cane” o di “Ferito”.

Sospeso tra febbre e rinascita, il capolavoro del disco è “Pierrot e la Luna”, un crescendo che sembra spaziare verso l’infinito, per un istante di più completo fondersi con il tutto, per esserci / non mancar più. Ogni cosa è finalmente riconciliata nell’oblio di sé, si riscatta in un’armonia superiore, indifferente ed eterna. La notte si fonde in un crescendo finale di luce, si commuove chi per un attimo riesce a guardarsi innocente e perfetto, di nuovo bambino nonostante tutto sia così rovinato in questo nostro mondo così carnale e volgare, ma qui non siamo più sulla terra, siamo sulla luna e da qui tutto appare sereno ed immacolato. Prestami la tua penna, Pierrot, fammi scrivere la quiete alla luce della tua luna. Come un frammento che cade lontano, raggiungere quell’ultimo annullamento cantato anche in “Resta” e “Re del Silenzio”. “Pierrot e la Luna” è una canzone per l’innocenza, il folle volo di voler conoscere, di tentare, pura gioia, nirvana. Non c’è nulla che non si possa prendere con le mani e fare nostro. Non c’è nulla che sia davvero distante da noi, se sapremo esserne all’altezza. E’ una sensazione che riempie, estatica, molte canzoni del disco: “Come un Dio”, “Febbre”, “Apapaia”, “Univers”, “Ballata”. E’ questa la chiave di lettura più completa di 17 RE, un disco sempre alla prima persona singolare, l’Unico Io: in 17 RE l’Io si afferma in tutta la sua straordinaria, meravigliosa purezza e non c’è spazio per nulla che sia diverso da me, perché in me ed in me soltanto si deve riflettere ogni cosa creata.

I Litfiba, in queste sedici canzoni, sono Classici: sono Latini, sono Greci. Illuminano millenni di cultura mediterranea in un solo disco. Non esistono, tra quelli che mi sia mai capitato di ascoltare, dischi che rifulgano di altrettanta ambizione. Gli stessi Litfiba la tradiranno, diventeranno qualcosa di ridicolo e di patetico rispetto alla bellezza della loro promessa iniziale. Ma in questo preciso momento, un attimo prima della loro decadenza, confusi dalle droghe, ridotti in pezzi, riescono a creare l’immagine di un uomo perfettamente in equilibrio col creato – microcosmo e macrocosmo si uniscono ed il risultato è l’Arte e con essa, in una parola sola, la libertà. L’Io è una cosa sola con ciò che gli sta attorno, lo possiede tanto nel bene che nel male. E’ forte, affilato, leggero. E danza.

La condivisione è vita... Condividi con chi vuoi questo articolo:
  • RSS
  • Print
  • email
  • PDF
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • LinkedIn
  • Live
  • MySpace
  • Reddit
  • Twitter
  • Yahoo! Bookmarks
  • Yahoo! Buzz
  • del.icio.us

Mine vaganti, coming out e famiglia nel il barocco salentino

Dopo gli esordi sul Bosforo, Ferzan Ozpetek si allontana per la prima volta dalla location Romana per l’ennesima commedia a tema omosessuale (il set salentino mi spinge a immaginare una sorta di omaggio preelettorale al presidente Nichi Vendola, ma forse è una malignità priva di fondamento).

Ambientato in una Lecce raggiante, Mine Vaganti racconta la storia di Tommaso (Riccardo Scamarcio), aspirante scrittore che torna in famiglia per dichiarare la propria omosessualità ma anticipato in questo dal fratello maggiore (Alessandro Preziosi) si ritrova costretto dagli eventi a seguire l’azienda di famiglia.

Rispetto al precedente Saturno Contro, Ozpetek ci presenta un racconto privo di connotazione politica. Non sono più all’ordine del giorno le battaglie per i diritti delle coppie di fatto alle quali si accennava nel film del 2008 e che per qualche tempo hanno infiammato di polemiche giornali e talk show. Se i temi principali in Saturno Contro o Le Fate Ignoranti erano l’amicizia, la convivenza e le relazioni, con Mine Vaganti si passa alla famiglia, “l’unica cosa più difficile dell’amore”, come recita il motto del film.

Sono proprio i membri di una famiglia fin troppo retrograda le mine vaganti del titolo, che si muovono ansiose e smarrite non riuscendo ad accettare l’improvviso coming out del primogenito:

Una variegata parentela tra cui si distinguono, un po’ tipizzati, il padre padrone (Ennio Fantastichini), la madre ingenua (Lunetta Savino), una zia alcolica (Elena Sofia Ricci), un cognato logorroico e, avvolta dai ricordi, una nonna bellissima e profonda ( la straordinaria Ilaria Occhini).

Il ritorno a casa porta Tommaso, che ha sempre mentito ai suoi sugli studi e sulle sue aspirazioni, a trasformarsi per un momento nel ragazzo che gli altri si aspettano sia. Nel pastificio che si trova a gestire in compagnia della bellissima Alba (Nicole Grimaudo), riaffiorano i legami e gli affetti sopiti dalla lontananza, portando Tommaso a confrontarsi con il passato, la sua terra, le sue tradizioni, e con i legami dai quali non può prescindere.

Tanta incomprensione per la natura dei figli appare senza dubbio un po’ irreale nel contesto alto borghese che viene proposto, ma l’incomunicabilità di cui sono vittime le mine vaganti è giustificata dal quadro di una famiglia ancora allargata e patriarcale.

Tra elementi ormai caratteristici (le bellissime riprese a tavola) e una colonna sonora – al solito – malinconica e retrò, Ozpetek riesce ancora una volta nel realizzare esattamente quello che il suo pubblico ormai si aspetta: tanti sentimenti alleggeriti e costretti tra situazioni equivoche e ironia per due ore (scarse) in cui non ci si annoia, ma che anzi ci lasciano fuori dalla sala un po’ pensosi e intristiti.

Bellissima l’ambientazione: tra gli uliveti, le ville barocche, i torrioni sulla costa ionia e le stradine del centro, la fotografia fa senza dubbio un’opera gradita all’ente per il turismo locale presentandoci un Salento incantevole con immagini luminose e vivaci anche negli interni… ma perdonate il campanilismo.

Giacomo Manca

 

La condivisione è vita... Condividi con chi vuoi questo articolo:
  • RSS
  • Print
  • email
  • PDF
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • LinkedIn
  • Live
  • MySpace
  • Reddit
  • Twitter
  • Yahoo! Bookmarks
  • Yahoo! Buzz
  • del.icio.us

Cucina per universitari: apro il frigo e… cucino a luci rosse!

È un’altra volta primavera e gli ormoni sono animalescamente alle stelle. La vostra stoica coinquilina si è trovata una nuova fiamma che bivacca sistematicamente
a casa vostra. Ormai il drudo che s’intrude si è impadronito anche del bagno: non si cambia mai il maglioncino radical chic a collo alto, ma si fa sempre la doccia da voi. Cosa fate? “Domani sera viene a cena… puoi cucinare qualcosa di buono tu che sei tanto bravo?” vi chiede lei con gli occhioni dolci. Come agire? Questa volta vi attrezzate a puntino e gli preparate un bello scherzo!

ATTO I: Ars bibendi

Ore 19.00: il vostro parassita plautino si è installato sul divano. Mentre lei è ancora in bagno ad imbellettarsi con la sua puntualità da Trenitalia, preparate un drink all’ospite. Martini bianco, vodka, gin, schweppes, anche grappa se n’avete e tanto, tanto tabasco. Finché il tutto non diventa rosso. Lo servite all’ospite che strabuzzerà gli occhi al primo sorso. “Certo con questo non ho vinto lo shaker d’oro! Ma è buono no?”. “Oh, sì…” accondiscenderà lui “Ma come si chiama?”. “Attila. Perché dove passa lui, non cresce più l’erba”.

ATTO II: Rimedi casalinghi

“Ma lo sai che più ti guardo più mi convinco che la mia coinquilina abbia buon gusto? Sei proprio bello…”. Nell’imbarazzo creato potrete versargliene un altro. “Ma che c’è dentro oltre la dinamite?”. “Un po’ di tutto! Bevi, bevi!”. Ubriacarlo sarà la vostra prima mossa vincente. Quando con la coda dell’occhio vedrete la ragazza sgattaiolare dal bagno in camera per agghindarsi (20 minuti), preparate l’affondo. Mettetegli nella tasca dei pantaloni una scatola di pastiglie per la gola per bambini spiegandogli che è metanodina, per il sistema nervoso. “Sai, è contraria a certe delusioni…” “Di che tipo?” “Oh, d’ogni tipo! Ora è normale, ma se succede, due o tre pillole di quelle e smette subito di piangere! Devi solo essere un razzo a dargliele, prima che allaghi la casa”. Mossa cattiva sì, ma la vostra pazienza l’avete già cucinata da tempo.

ATTO III: Suggestioni

Lasciato solo l’ospite con la sua morosa, finalmente preparate la cena: il vero e proprio colpo di grazia. Non c’è tempo per forni e grandi cose. Petto di pollo. Infarinatelo e mettetelo in padella con un po’ di burro e qualche spicchio d’arancia. Sale, pepe e un po’ di curry. Semplicissimo. Una volta cotto mettetelo sul piatto con altre due o tre fettine d’arancia di guarnizione e servitelo a tavola con del vino rosso. “Et voilà! Anatra, all’arancia!”. Lui è cotto e non coglie la differenza, lei non è certo un’intenditrice. “Un piatto speciale, per una coppietta speciale! Vi avverto che ci ho messo un po’ di piticarmo. Una spezia afrodisiaca potentissima, originaria della Polinesia. Ho dovuto girare mezza Gorizia per trovarla! Assaggiate, assaggiate!”. Dopo qualche boccone i vostri piccioncini saranno travolti dall’effetto placebo, perché il piticarmo non l’avete mica messo. Lei inizierà ad accusare vampate di calore e lui la seguirà a ruota. In un turbine di passione inizieranno a baciarsi fino a cadere dalle loro sedie. Dicendo “Si sente, eh sì che si sente!”. Li avviserete che ne avete messo pochissimo. Continueranno dicendo “Eh ma si sente lo stesso!” ancora convinti. “Guardate che di piticarmo non ne ho messo neanche un po’!” li avvisate dopo qualche minuto. “Ma te guarda la suggestione!” dice lei e si rialza mettendosi nuovamente a tavola con la nonchalance degna di una diplomatica, ma vergognandosi come una ladra per la figura da anatra, seppur all’arancia. Lui, però, sarà fuori combattimento, steso a terra sonnecchiante per la sbronza e in preda all’imbarazzo dell’orgoglio ferito, nei suoi sogni.

Ultima mossa: a fine cena lasciate sparecchiare a lei, così le darete l’opportunità di scaricare il fidanzatino e vi risparmierete una fatica. Poi anche dalla vostra camera sentirete lo stesso la scenata ad alto volume che vi aiuterà a digerire con un sorriso il ricordo del dis-drudo.

Su! cosa aspettate? Correte ai fornelli!

Daniele Cozzi

La condivisione è vita... Condividi con chi vuoi questo articolo:
  • RSS
  • Print
  • email
  • PDF
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • LinkedIn
  • Live
  • MySpace
  • Reddit
  • Twitter
  • Yahoo! Bookmarks
  • Yahoo! Buzz
  • del.icio.us

Editoriale

Caro Iggy Pop:

muoia Sansone, e tutti i Filistei. Cos’è, in questo paese tutti fanno i pagliacci ed io dovrei essere l’unico pirla che scrive un editoriale serio? Ci ho provato. Impossibile. Iniziavo e poi mi piantavo, e allora chissene, mandiamo tutto in vacca anche noi, parlatemi di tutto ma per favore: lasciate stare la politica.

Senti Iggy, ti dò io l’idea. L’età giusta per fare il Presidente ce l’hai. Dai, scendi in campo. Tre anni possono bastare per realizzare uno straccio di programma e convincere l’elettorato. Potresti essere perplesso, ma li hai visti gli altri? Se domani si candidasse una treccia d’aglio, la voterei. Arriverebbe come minimo al sette per cento (guardate Grillo, cos’è riuscito a fare). Qui ho già pronti spillette e striscioni. Ho già in testa i ministeri, mettiamo Bob Dylan alla Cultura, Guccini alle Pari Opportunità, alla Sanità Tom Waits, Bennato alle Infrastrutture. Agli Interni proporrei qualcuno di fidate simpatie repubblicane, credo che Emanuele Filiberto possa andar bene. Agli Esteri Bono, così finalmente l’Italia si preoccuperebbe dell’Africa! Ci sarebbe veramente da ridere. Lou Reed presidente della Repubblica. Ovviamente. In Lazio candidiamo Madonna, così i Vescovi non si lamentano. Devi pur fare qualche concessione, Iggy. E’ normale che siano antiabortisti: li vogliono tutti per loro.

Dovrai trovare qualche occupazione per la vecchiaia. Le giornate a Los Angeles possono essere così noiose. Mettiamo anche noi in cantiere le grandi riforme, sostituiamo il crocefisso con una foto dei Led Zeppelin e costruiamo un ponte da Terracina a Nuova York e due passanti per regolare il traffico tra Cormons e Gorizia, e poi lo facciamo anche noi il giuramento, ho qui una copia di “Sergent Pepper” ancora nel cellophan. Ci metto pure tutte le Escort che riesco a trovarti: dai Iggy, il rock è morto da un pezzo. E’ la politica il vero circo dei dementi ormai.

Rodolfo Toè

rodolfo.toè@sconfinare.net

La condivisione è vita... Condividi con chi vuoi questo articolo:
  • RSS
  • Print
  • email
  • PDF
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • LinkedIn
  • Live
  • MySpace
  • Reddit
  • Twitter
  • Yahoo! Bookmarks
  • Yahoo! Buzz
  • del.icio.us