“La nostra idea di informazione è una porta che chiunque può aprire”

A Pordenone c’è una WebTV che ha vinto la sua battaglia contro l’Ordine dei Giornalisti. Sconfinare l’ha visitata e vi racconta la sua storia. Tra vecchio e nuovo giornalismo, imprenditoria e futuro.

intervista a cura di Giovanni Collot e Gabriella De Domenico

Per trovare l’innovazione non occorre cercare nei grandi centri all’avanguardia, in Italia o all’estero: spesso novità rivoluzionarie si trovano dove meno te le aspetti. Questo è il caso di PnBox, una società fondata a Pordenone nel 2006 che mette insieme due attività principali: da subito, una Web TV (pnbox.tv, ‘la Tivù che fai tu’), che pubblica video inviati dagli utenti o realizzati su misura principalmente su temi locali; dal 2009 un ristorante – i cui ‘principi fondanti’ sono acqua e internet gratuiti – dove si possono gustare piatti che rivisitano con originalità ingredienti della tradizione locale, mentre si assiste a spettacoli e conferenze nel bel mezzo di uno studio di registrazione. La particolarità di questa WebTV è che nel 2010 ha ricevuto un esposto da parte dell’Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia.

L’accusa? PnBox praticherebbe il giornalismo senza che nessuno al suo interno sia iscritto all’Ordine. Il punto è che il Tribunale ha dato ragione a PnBox, affermando in una storica sentenza che quello che la WebTV pordenonese fa non richiede l’iscrizione all’Ordine, in quanto non può essere ritenuto giornalismo, non prevedendo lavoro intellettuale e di mediazione di contenuti. Questo risultato ha in breve tempo portato ad un’esplosione dell’informazione online, e a una conseguente liberalizzazione dell’informazione dal basso, su tutto il territorio nazionale.

Per saperne di più sulle potenzialità e i lati oscuri di un tale modello di fare informazione Sconfinare ha incontrato il fondatore e Amministratore Delegato di PnBox, Francesco Vanin, nel suo locale.

Perché nasce PnBox?

Partiamo da un concetto iniziale: il nostro è un progetto di informazione a piramide rovesciata, l’idea è che l’informazione debba arrivare dal basso e tutti abbiano la possibilità di pubblicarla, ecco perché nasce PnBox.

Abbiamo iniziato, per fare un esempio, con la ripresa dei consigli comunali. Siamo stati pagati per 5 anni dal Comune stesso per farlo, quando nello stesso periodo a Udine chiamavano i vigili urbani per sequestrare le telecamere.  Quando Grillo venne al Palazzetto dello Sport a Pordenone citò Pnbox e mi chiamò sul palco per dire “lo strumento voi ce l’avete, adesso usatelo”.

Sette anni fa credevo che il futuro dell’informazione fosse in rete, e basta. Ora invece l’aspetto vincente mi pare sia il mix tra reale e virtuale: fare girare queste due frecce che di solito vanno una da una parte e una dall’altra nella stessa direzione. Queste cose funzionano meglio se ci si guarda negli occhi. Questo è quello che PnBox vuole provare a fare.

Cosa ha dato fastidio della sua attività, così tanto da portare all’accusa dell’ODG?

Secondo me, quello che ha dato più fastidio è il non avere il controllo delle informazioni, che i video siano degli altri o nostri. L’accusa nasceva dall’idea che l’informazione sia ad appannaggio esclusivo dei giornalisti. Inoltre, PnBox ora fa un fatturato di quasi 500mila euro: piatto ricco, mi ci ficco. E’ chiaro, nel momento in cui si diventa una testata riconosciuta, si ha una serie di obblighi: un direttore responsabile, che filtri le notizie e che deve pagare l’iscrizione all’ordine; l’iscrizione all’I.N.P.G.I. (n.d.r. Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani), che prevede di versare dei contributi direttamente alle casse dell’Ordine. Certo che tutto ciò può fare comodo! Ma è totalmente contrario a quella che è la nostra filosofia. Questa concezione nasce dal giornalismo della carta stampata, che generalmente, almeno a livello locale, ha una visione del web come un nemico da sconfiggere.

Secondo la sentenza del luglio 2012 PnBox non svolge attività giornalistiche, in quanto i contenuti della sua WebTV non prevedono lavoro intellettuale e mediazione dei contenuti. Lei si trova d’accordo con questa definizione del Suo lavoro?

La "troupe" di PnBox è composta in tutto da 14 persone, tutte giovani.

D’accordissimo, è quello che affermo da sempre, ed è quello che ho affermato davanti al Giudice, che mi ha dato ragione. Sono due cose completamente diverse. Io non sono un giornalista, non voglio fare il giornalista, per questo tra gli 8 mila filmanti che ospitiamo sul sito è difficile che mi troviate.

Io ritengo che il giornalismo sia un’altra cosa: se io sto volando in aereo e vedo i poliziotti che stanno mettendo lo scotch in faccia ad un tunisino che stanno rimpatriando, faccio il video sul telefonino e lo posto su facebook o su PnBox, quello non è giornalismo. Il giornalismo è capire quello che ci sta dietro, cercare di capire le logiche della polizia nei trasferimenti, se esistono dei maltrattamenti, trovare le prove, collegare i fatti e dare una spiegazione. Tutto questo il cittadino non lo fa, non ha gli strumenti per farlo.

In questo contesto, sul sito abbiamo una rubrica dal titolo “inchieste”: in realtà dovremmo cambiare il nome, le inchieste sono una cosa seria, si tratta di approfondimenti ragionati. Diciamo che le nostre sono più segnalazioni di cittadini. E spesso si tratta più di provocazioni che altro.

 Però PnBox ha una sua troupe: questi non fanno, anche se in modo indiretto, giornalismo?

Più o meno lavorano con noi 14 persone. Ma io non ho cercato degli operatori, bensì delle persone intelligenti, perché quello che vedevo io era un modo di fare impresa diverso, un futuro diverso, non limitato solo all’informazione.

Nell’università dove ho insegnato un paio d’anni (Scienze e  Tecnologie Multimediali a Pordenone, N.d.R.) ho cercato ragazzi che conoscessero la storia della cinematografia italiana, che sapessero fare un montaggio, che sapessero parlare italiano. Non c’è mai stato il concetto classico di troupe: sono gli stessi ragazzi ad organizzare eventi, a parlare con la cucina per capire quando c’è una serata a tema, decidono come gestirla, nei suoi contenuti intellettuali come nei suoi contenuti gastronomici. Capite bene che un giornalista non fa questo, si tratta di un mestiere diverso.

Le va di rispondere una volta per tutte alle accuse ricevute, indirettamente, online, tra cui la seguente:

“Chi ti ha detto che non lo puoi fare? Lo fanno milioni di italiani tutti i giorni e nessuno gli rompe le scatole. Credi che tutti quelli che hanno un blog su Il Fatto siano iscritto all’OdG? Te lo dico io: no. Come non sono iscritti all’OdG tantissime persone che scrivono quotidianamente su quotidiani, periodici e testate online. E nessuno ha niente da dire, sino a che c’è un direttore che si assume la responsabilità: queste persone non sono tenute a conoscere le leggi o codici deontologici, non essendo giornalisti, ma il responsabile sì, ed è per quello che serve.

Attenzione, c’è l’Amministratore Delegato che risponde in solido per la società. Se succede un fatto penale, io sono AD e rispondo in tribunale, e sono io ad andare in galera. Giornalista, o no. Gli AD di Google sono stati condannati, erano amministratori delegati di Google Italia. C’è una responsabilità civile e penale a cui gli AD di società sono tenuti a rispondere. Se c’è un illecito di qualunque genere, che vi avveleniamo con l’hamburger o che ci sono filmati che offendono qualcuno, ho responsabilità io. Chi se ne frega della deontologia: alla responsabilità civile e penale si risponde davanti alla legge.

Foto di Mattia Balsamini www.mattiabalsamini.com

E’ mai successo un caso simile?

Assolutamente no. Lo stile che abbiamo adottato e le finalità della nostra televisione sono state ben recepite dalla gente e quindi penso che dal 2006 avremo tolto un filmato su ottomila e un commento, il quale insultava una persona. Chiaramente aveva un indirizzo mail fasullo, quindi l’abbiamo eliminato. Il filmato invece era su uno che vomitava in una discoteca, quindi non serviva a nulla, non aveva attinenza con PnBox. Per il resto tutto quello che vedete arriva tranquillamente, non ci sono mai stati problemi.

Ricollegandosi a questo, non crede che un effetto del citizen journalism da un lato possa essere la diffusione della libertà di parola, ma dall’altro spesso venga utilizzato come una scusa per avere notizie gratis, e che questo possa andare a discapito di chi con il giornalismo ci vive?

Gli studi-ristorante di PnBox, dove si può mangiare e assistere a spettacoli, conferenze e concerti

No. Si tratta in realtà di complementarietà. All’interno della carta stampata c’è della gente che ha capito la potenzialità del web, noi abbiamo organizzato una serie di incontri che si chiamava Il Punto, i cui contenuti erano del capocronaca del Messaggero Veneto:  lui sfogliava il giornale e commentava un articolo, ha scelto di fare l’opinionista da noi, e andava bene ad entrambi, sia a noi per l’interesse del contenuto, sia a lui per la visibilità della testata. C’è una complementarietà tra web e carta stampata, dove c’è l’intelligenza c’è la complementarietà. Dove c’è la casta che deve difendersi facendo delle battaglie di retroguardia perse in partenza è chiaro che si finisce a capocciate.

C’è una base più ampia da dove arrivano le notizie, poi il lavoro del giornalista vero e proprio rimane, e consiste nel ricamare insieme le fonti, nel metterle insieme. Quindi, la battaglia dell’OdG era, ed è, fuori luogo, e non capisce il tempo in cui ci troviamo.

Se questo, però, da un lato semplifica molto il lavoro del giornalista, perché ha le fonti già pronte, in numero molto più alto e più facili da trovare, dall’altro esso può diventare una forma di abbassamento dei costi, creando una concorrenza interna con chi il giornalista lo fa di mestiere. Questo sta già accadendo in molti giornali e siti che si avvalgono di blogger non pagati. Cosa ne pensa?

I giornalisti sono gratis soprattutto per l’Ordine dei Giornalisti, in realtà. Ci sono dei ragazzi bravissimi, che cercano a tutti i costi di avere questo benedetto tesserino: fanno pezzi a tre euro, a due euro, ed è questo ad abbassare il livello. Ragazzi bravissimi, che fanno un lavoro intellettuale ed impegnativo, e che sono pagati zero, con la chimera del tesserino. Anche se fai la scuola di giornalismo, devi pagare cinquemila euro l’anno, per cosa poi? Non è neanche detto che trovi un lavoro decente!

In effetti, ci sono stati casi recenti, anche su quotidiani importanti, come Repubblica, dove sono state date notizie che poi si sono rivelate false, semplicemente perché sono state ripubblicate cose trovate su internet senza curarsi se fossero vere o false, perché l’importante era dare la notizia per primi.

 Esatto, alcuni miei amici giornalisti mi raccontano episodi simili. Il fatto è che devono chiudere un giornale entro una certa ora, a tutti i costi, non c’è niente da fare. E se non ci sono notizie, devono cercarle in giro. Ma quello che facciamo noi è totalmente diverso da questo, ed è complementare. Noi abbiamo fondato questo spazio proprio per questo, per creare un dialogo tra le due forme.

Nel fare questo, uno dei miei fiori all’occhiello è che siamo stati definiti sia un covo di comunisti che un covo di fascisti: le abbiamo prese da tutte le parti, quindi ho ottenuto il mio risultato. Abbiamo organizzato una cena geopolitica in cui si parlava della fine del fascismo, e ci hanno insultato un sacco. Gli stessi poi sono venuti qui la settimana dopo ad organizzare una cena. Questo è un grande successo. Vuol dire che facciamo le cose giuste. Alla fine, la nostra è una porta che chiunque può aprire.

About Redazione 431 Articles
Sconfinare è il periodico creato dagli Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università degli Studi di Trieste - Polo di Gorizia. La firma "Redazione" indica comunicati, notizie e pubblicazioni speciali curate da un amministratore o da più autori.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: