10 dicembre: 70° anniversario della Carta dei Diritti Umani

Eleonor Roosevelt e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (Fonte: Wikimedia)

Parlare di Diritti Umani non è mai stato semplice, nemmeno quando la First Lady americana Eleanor Roosevelt, moglie dell’allora presidente Franklin Delano Roosevelt, decise di mettere nero su bianco i diritti e valori fondamentali a tutela dell’essere umano. È stato un processo lungo, secolare, lento e pieno di insidie, a partire dal lontano 1789, anno della dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino (Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen), nel bel mezzo della Rivoluzione francese.

Insieme ai membri delle Nazioni Unite e del governo americano, riflettono sui drammi portati dalla seconda Guerra Mondiale e, insieme, arrivano alla stesura di 30 articoli cardine a difesa della libertà dell’individuo, del lavoro, dell’uguaglianza, dell’educazione, della sanità, ma in particolar modo, a favore della dignità, ribadendo l’appartenenza di tutti gli individui a un’unica grande comunità umana.

Così, il 10 dicembre 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la quale alle votazioni vinse con 48 Paesi favorevoli su 58. Oltre alla delibera della Carta, venne anche tradotta in quante più lingue possibili, tra cui le principali delle Nazioni Unite: spagnolo, francese, inglese, russo e cinese.

Citando alcuni articoli, è possibile notare sin da subito la forza di volontà da parte di donne come Eleanor nel far valere i cosiddetti DuDuacronimo per “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”, di dar voce alle donne come lei, non più costrette al mero dovere di spose e madri, come sancito nell’articolo 16 qui citato: “1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all’atto del suo scioglimento.
2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.
3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.” e di dare la possibilità ai richiedenti asilo di essere accolti ed integrati in modo equo e legittimo, come proclamato nell’articolo 13:”1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. 2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese.

La “marcia delle donne” che si tenne a Washington nel gennaio 2017 (Fonte: Wikimedia)

Non a caso questi due articoli sono spesso citati, soprattutto ora che la situazione umanitaria è a rischio: leggi anticostituzionali, flussi migratori incontrollati, Stati europei non disposti ad aprire le frontiere, infiniti tempi di attesa per ottenere la cittadinanza. Fenomeni che spesso, soprattutto in ambienti famigliari, trovano sfogo in violenze perpetrate, misoginia e reattanza [Brehm, 1966], per cui sarebbe oltremodo doveroso accendere i riflettori sull’articolo 16 [ibidem].

La lotta di Amnesty International

È doveroso dire che quando si parla di diritti umani, non si parla solo di dignità ed uguaglianza, ma anche di temi che Amnesty International tratta direttamente, quali: la pena di morte, valida tutt’oggi in 30 paesi del mondo come Pakistan, USA, Iran, Arabia Saudita e Cina; la schiavitù, soprattutto quella minorile; il caso delle spose bambine: oltre 13.000 bambine (in quale arco temporale?) dagli 8 anni in poi vengono obbligate a sposare uomini di 20 o 30 anni più grandi, di modo tale che le famiglie non debbano più sopperire al loro sostentamento, ma puntualmente queste preferiscono suicidarsi, che continuare a subire violenze e maltrattamenti; il cosiddetto Human flow (dal titolo del documentario girato dall’artista cinese Ai Weiwei), ovvero il caso delle nuove ondate di migranti in Italia ed in Europa, denunciando la disumanità del trattamento nei campi di detenzione e guardando la situazione dalla loro prospettiva; e infine la parità di genere, come nel caso di Marielle Franco, l’attivista LGBT morta nove mesi fa a Rio De Janeiro, promuovendo una battaglia a difesa della Gender Equality, che tutt’ora tiene viva la sua compagna Monica Tereza Benicio.

Nonostante tutte le ingiustizie e le mancate verità, come quella per Giulio Regeni, Daphne Caruana Galizia, Aldo Grandi e Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti (a loro dedicata la canzone “Here’s to you” di Joan Betz), la friulana Marketing and Advisor Communicator di Amnesty, Barbara Bartoli, ribadisce quanti sostenitori seguono le campagne di Amnesty, quanti firmano petizioni e quanta la volontà in tutto il mondo di trovare un punto fermo e stabile, democraticamente parlando. Queste le parole del fondatore della  Peter Benenson:

“Aprite il vostro giornale e troverete la notizia che da qualche parte nel mondo qualcuno viene imprigionato, torturato o ucciso perché le sue opinioni o la sua religione sono inaccettabili al suo governo. Il lettore del giornale sente un nauseante senso di impotenza. Ma, se questi sentimenti di disgusto ovunque nel mondo potessero essere uniti in un’azione comune, qualcosa di efficace potrebbe esser fatto.”

Le parole di Peter Benenson

Ora e allora

Questo per dire che è necessario farsi sentire: “Perché le ingiustizie preferiscono il silenzio” [Barbara Bartoli] o semplicemente aiutando il prossimo, soprattutto umanamente, come il barbiere londinese Joshua Coombes: nonostante la brillante carriera ed il salone lussuoso di sua proprietà nel cuore della Capitale inglese, sentiva di non avere uno scopo nella vita, se non tagliare i capelli alle persone ricche. Cosa lo portò quindi a “Do something for nothing” (“Fare qualcosa in cambio di niente“, nome della campagna iniziata a New York circa un anno fa)? Iniziò a tagliare capelli ai senzatetto di Londra, ridando loro un nuovo volto e quindi la speranza di essere accettati, reintegrati e sentirsi finalmente esseri umani, ascoltati e considerati come tali.

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