Porto Rico, la 51a Stella?

Questo articolo è apparso originalmente su iMerica- Cronache sugli USA.

Il 6 novembre, mentre tutto il mondo guardava con il fiato sospeso la progressione del voto per il Presidente degli Stati Uniti, 2500 chilometri a Sud veniva presa un’altra decisione importante per il futuro del Paese: Porto Rico, l’isola caraibica che dal 1917 fa parte del commonwealth Americano, ha approvato in un referendum la proposta di assumere pieno status di stato federato all’Unione. Fino ad oggi l’isola era solamente un territorio: Puerto Rico è sottoposto alla legge federale in molti aspetti di politica interna, ha la possibilità di eleggere un proprio governatore e una discreta autonomia in politica estera. Manca però totalmente del diritto di voto, riservato agli stati: i Portoricani non possono eleggere il Presidente, nè possiedono rappresentanti eletti al Congresso e devono accontentarsi di un membro alla Camera con il solo ruolo di osservatore.

Con il voto del  6 novembre, però, le cose sembrano poter cambiare: il 56% dei votanti ha affermato di desiderare un cambiamento dal’attuale status quo di protettorato. Al secondo quesito del referendum, che chiedeva quale soluzione essi preferissero per il cambiamento, ben il 61% ha detto di sostenere la statualità, contro il 33% a favore di un nuovo patto con gli USA e un miesero 6% per l’indipendenza. Questo risultato è storico perché è la prima volta che l’isola chiede di diventare uno stato dell’Unione: all’ultimo referendum, nel 1998, la maggioranza della popolazione aveva respinto la modifica della situazione attuale.

Le ragioni principali di questo cambio di percorso sono da trovarsi nel cattivo stato dell’economia e nella diminuzione della popolazione dell’isola. Come riporta la CNN, secondo Kenneth McClintock, il Segretario di Stato Portoricano, “i cittadini sono giunti alla conclusione che la situazione attuale semplicemente non crea abbastanza posti di lavoro per tutti”. In effetti, i dati dell’emigrazione verso la madrepatria sono degni di nota: secondo una recente stima, il 58% della popolazione Portoricana vive negli Stati Uniti. “Quando hai un sistema politico che fa scappare la metà dei tuoi cittadini, è tempo di cambiarlo”, ha aggiunto McClintock. Se a questo si aggiunge che, a differenza dei concittadini sull’isola, i Portoricani emigrati possono votare alle elezioni, si capisce subito come certe differenze siano diventate insostenibili. Ecco, quindi, il desiderio di entrare nell’Unione.

Detto questo, ora però comincia il difficile: non è immediato per Porto Rico diventare uno degli Stati Uniti. Infatti, il referendum era non vincolante; ora tocca al Congresso decidere se portare a termine la questione oppure lasciarla cadere. Se per l’articolo 4 della Costituzione Americana il processo per accettare un nuovo stato è relativamente semplice (basta un voto a maggioranza semplice alla Camera e al Senato), nel momento attuale appare comunque fantascienza: dalle elezioni del 6 novembre è uscita confermata la situazione di governo diviso, in quanto il Senato è ancora in mano ai Democratici, mentre la Camera è saldamente Repubblicana. Il punto è che i Portoricani negli Stati Uniti fanno parte di quella minoranza latina che ha votato in modo quasi plebiscitario per Obama; inoltre, tutti i politici eletti a Porto Rico appartengono al partito Democratico. Quindi, c’è da aspettarsi molta resistenza da parte Repubblicana per accettare che l’isola diventi uno stato vero e proprio, portandosi in dote un carico consistente di nuovi elettori Democratici. Inoltre, lo status di stato federato concederebbe a Porto Rico dei seggi alla Camera e al Senato, anche qui distruggendo l’equilibrio del Congresso a scapito dei Repubblicani. Se questo alla Camera potrebbe essere facilmente superato aumentando contemporaneamente il numero di seggi attribuiti ad alcuni stati “Rossi” e mantenendo quindi l’equilibrio generale, il problema rimane per il Senato, dove ad ogni stato sono attribuiti due seggi.

Un altro aspetto che complica il problema è che Porto Rico non è l’unico territorio che vorrebbe diventare stella: anche il Distretto di Columbia, che contiene la capitale Washington, aspetta da lungo tempo che le vengano riconosciuti l’ufficialità e il diritto di voto per il Congresso (non per niente il motto del Distretto è “Taxation Without Representation”, “Tassazione senza Rappresentanza”), e ancora non li ha ottenuti per le stesse ragioni esposte per Porto Rico. In realtà, si era andati molto vicini alla promozione nel 2009, quando, attraverso un compromesso, il Congresso decise di aggiungere due seggi alla Camera, di cui uno sarebbe andato a DC e l’altro a un distretto creato per l’occasione nello Utah, e quindi verosimilmente Repubblicano. Ma l’accordo fallì e non se ne fece più niente. Ora, quindi, oltre alle difficoltà politiche, sarebbe alquanto difficile giustificare l’ammissione all’Unione di Porto Rico quando il Distretto di Columbia, sede della capitale e del governo, ancora aspetta un tale riconoscimento.

Per questo, è irrealistico aspettarsi una decisione a favore di Porto Rico nel breve periodo. Una speranza neanche troppo lieve potrebbe esserci nel 2015, però. Se alle elezioni di midterm nel 2014 i Democratici riusciranno a mantenere il Senato e a riconquistare la Camera, ci sarà una possibilità oggettiva che il Congresso approvi Porto Rico (e anche il Distretto di Columbia, in realtà) come nuovo stato. I Democratici sembrano molto intenzionati a farlo, visto il grande interesse politico che hanno nell’elettorato latino, come i risultati delle elezioni Presidenziali sembrano confermare. Obama da parte sua già a marzo ha scritto che sostiene l’autodeterminazione del popolo di Porto Rico, e pare quindi molto propenso ad accettare la sua richiesta di statualità.

Per la piccola isola dei Caraibi che sogna di diventare una stella i tempi non sono ancora maturi. Ma comunque, il momento della verità potrebbe non tardare ad arrivare. E allora, sarà necessario pensare ad un nuovo designdella bandiera Statunitense.

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Sono uno studente del primo anno specialistica del SID, originario di Conegliano (TV). Mi sono laureato alla triennale, sempre al SID, con una tesi sul divieto internazionale di tortura nel contesto internazionale della tutela dei diritti dell'uomo. Ho trascorso un semestre abbondante in Erasmus a Vienna, esperienza che mi ha fatto maturare molto dal punto di vista accademico e umano, principalmente perché ho imparato a fare il risotto. Tennista fallito, scrivo e impagino per Sconfinare fin dal mio primo anno di università, che ormai comincia a risultare spaventosamente lontano. Mi piace molto leggere, e compro sempre molti più libri di quanti riesca effettivamente a leggere. Adoro viaggiare. Suono la chitarra, mangio e bevo.

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