13 novembre

13 novembre”

Quei morti

distesi sulla rue parisienne

si abbracciano

e già sanno

che all’odio

risponde l’amore

più forte

della paura

 

G.L.

 

Il 13 novembre, durante gli attacchi terroristici di Parigi, ero fuori con amici nel centro di Mosca. Tutto procedeva come al solito, e le “Sette Sorelle” della capitale russa sfoggiavano fiere le loro luci nella notte giovane. Ballavo, ridevo, scherzavo. Ad un certo punto, come spesso accade, guardo il telefono per controllare le ultime notifiche.

Attacco terroristico a Parigi, si contano almeno 80 morti”.

Parigi nel caos: decine di morti e feriti”.

Francia di nuovo sotto attacco”.

Bombe allo Stade de France e al teatro Bataclan”.

Non capendo cosa stesse accadendo di preciso, cerco nervosamente più informazioni su quella che si prospettava come una vera e propria ecatombe. Ma era ancora presto, e di notizie dettagliate non ce n’erano, su nessun giornale, su nessun sito. Di amici, però, a Parigi ne ho tanti. Mi vengono in mente tutti, uno ad uno, senza sapere se fossero salvi oppure no. In realtà non sapevo proprio niente: non conoscevo l’entità del disastro, non sapevo chi fossero gli autori e soprattutto ignoravo quale fosse stato il destino delle persone a cui tenevo lì in Francia. “E’ stato lo Stato Islamico, ne sono certo” – dicevo fra me e me. “Si, per forza, devono essere stati loro. Non c’è dubbio. Ma come stanno Luca, Francesca, Marta, Michele, Julie, Yvette? Devo chiamarli subito!”. Mentre ripetevo queste frasi nella mente, mi sono affrettato verso l’uscita del locale. Quella che stavo provando in quel momento è una sensazione che faccio ancora fatica a descrivere. Non era solamente ansia o semplice paura, ma qualcosa di più grande, un qualcosa così forte, così energico, così opprimente che non sono riuscivo a trattenere le lacrime dagli occhi. In quelle lacrime c’era il timore di aver perso per sempre qualcuno di caro, così come c’era la consapevolezza che fosse accaduto qualcosa di immensamente grave, un atto senza precedenti.

Pensavo agli amici, e facendolo riflettevo su questi attacchi con una sorprendente lucidità: in quegli istanti mi sono sentito parte della Storia, parte del presente più che mai. “A più di duemila chilometri di distanza, sto vivendo un evento terribilmente unico. Perché devono accadere certe cose? Perché farsi esplodere in mezzo alla gente per togliere madri, padri, sorelle, fratelli, figlie e figli a chi li ama? Quanta ferocia c’è in un gesto del genere, e quanta disperazione nasconde l’abnegazione di se stessi in favore di un Dio che non è qui.

Quanta rabbia provavo per il mondo in quegli istanti. Quanta rabbia per la religione, causa di tanti mali eppure così presente, così intrinseca nella nostra storia che spesso è essa stessa a fare la storia. Quanta rabbia per il mondo islamico, che non riesce a trovare una pace dentro di se, che non riesce a far abbracciare fratelli che, pur odiandosi e pur credendo in dogmi diversi, sono sempre figli delle stesse terre e della stessa storia. Quanta rabbia per l’Occidente, custode di valori universali costati un mare di sangue e allo stesso tempo portatore di miseria in molti dei suoi gesti. Quanta rabbia per me stesso, spettatore inerme di uno spettacolo atroce e complice indifferente di una società che sta fallendo nel suo compito più importante e, purtroppo, più difficile: vivere in pace.

Pensando a tutti quei morti io la pace non la volevo: istintivamente mi sono lasciato andare ai pensieri più violenti che un uomo possa produrre. Volevo la guerra, volevo che l’Europa e i suoi alleati facessero qualcosa per vendicare le atrocità. Per un istante mi sono lasciato andare a questo desiderio di vendetta, pur sapendo che la violenza non risolve, anzi, complica. Forse contro il terrorismo in alcune misure è necessaria, ma di certo non è la via che dobbiamo percorrere. Contro il terrore occorre una strategia di contenimento immediata che non può prescindere dalla forza bellica, aerea da parte della coalizione internazionale e terrestre da parte sia dell’esercito siriano che dell’opposizione al regime. Tuttavia principale è la via dell’umanità, dell’accoglienza, della democrazia e della civiltà che abbiamo costruito nei secoli. Sarà giusto e doveroso aumentare i controlli alle frontiere, ma non lo sarà respingere a priori uomini, donne e bambini che non chiedono altro che un futuro migliore: se questa Europa sarà capace di dar loro un futuro, allora non rischieranno di essere attratti dall’estremismo per volontà o per disperazione. Sarà giusto e doveroso migliorare la sicurezza nelle nostre città, ma non lo sarà discriminare e maltrattare musulmani solo perché credenti di un’altra fede. Sarà giusto e doveroso essere prudenti ogni giorno di più, ma non lo sarà rinunciare, per paura, a vivere la propria vita come si è sempre fatto e dimenticare che cos’è la libertà: il dono più grande che ogni uomo possa volere e il bene più prezioso della nostra società.

Contro il Califfato servirà soprattutto unità, un’unità che Occidente e Russia hanno sperimentato in poche circostanze negli ultimi anni, ma che ora è più essenziale che mai. La sconfitta dell’ISIS non può prescindere dal coinvolgimento di ciascun attore in grado di combatterlo. Ecco perché ogni paese coinvolto in questa lotta dovrà agire in armonia con i suoi alleati, oltre la forza, nello spirito, formando un unico fronte, saldo, combattivo e consapevole dei propri mezzi. Più che il fuoco nemico, il Califfo teme invece una Francia, una Turchia, degli Stati Uniti, una Russia, un Iran, una Gran Bretagna, un Egitto convinti di essere più forti del terrore, insieme. L’obiettivo comune? Ridare la pace a popoli martoriati come quello siriano e debellare per sempre il morbo di coloro che vorrebbero ricondurre il mondo ad un passato che non esiste più. Ci vorranno anni, forse decenni, ma uno sforzo collettivo è necessario fin da subito.

Tutti i miei amici, fortunatamente, stanno bene. Nessuno di loro era al Bataclan quella sera. Nessuno è andato a vedere la partita allo stadio. Nessuno ha dovuto dare la vita per un egoismo a lui estraneo. 129 persone, invece, hanno versato il proprio sangue per una causa non loro. Una causa le cui origini non abbiamo ancora compreso a fondo, forse perché troppo lontane dal nostro mondo occidentale e cristiano, o forse perché troppo vicine ai nostri errori passati per essere accettate. Ora non importa di chi sia la colpa. Non importa puntare il dito contro il colonialismo anglo-francese piuttosto che contro le divisioni endemiche dell’Islam. A nessuno importa guardare al passato, ora. Bisogna guardare al presente e progettare il futuro: reagire per venire fuori da questa voragine infernale quale è il terrorismo, l’unico vero nemico comune. Sarà difficile e serviranno tempo, determinazione, ragione e soprattutto un’irriducibile volontà collettiva. Sarà un lungo cammino e ci saranno altre vittime innocenti. Ma ne verremo fuori, insieme. Allora sì che, alla paura, avrà risposto l’amore, umano, come l’abbraccio di quei corpi che giacciono sulla “rue parisienne”.

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Testo di Filippo Malinverno

Poesia di G.L.

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Appassionato di storia e di arte, mi interesso anche di politica nazionale e internazionale. Se potessi, passerei gran parte del tempo a viaggiare in giro per il mondo: non esiste cosa migliore! Frequento il terzo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche e (forse) sono proprio un aspirante diplomatico, con un grande interesse per il giornalismo.

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