2017 – Un anno in 10 notizie

di Giulia Calibeo, Virginia Vittori, Veronica Vidotto, Elisa Contin, Liam McCourt, Emma Boschini, Timothy Dissegna

Lasciarsi alle spalle un intero anno è sinonimo di bilanci e previsioni. Per quanto riguarda la politica internazionale, anche Sconfinare vuole tentare l’impresa. Per celebrare questa ultima domenica del 2017 la rubrica “Una settimana in 10 notizie” si trasforma nell’edizione speciale “Un anno in 10 notizie”: un giro del mondo geopolitico che vi farà ripercorrere i fatti più emblematici di questo 2017 che sta velocemente scivolando via. Dalla République française del presidente Emmanuel Macron allo scenario mediorientale liberatosi dello Stato Islamico, dall’escalation autoritaria del venezuelano Maduro al tentato processo di indipendenza catalano, dall’approvazione italiana di una legge sul biotestamento fino alla controversa decisione statunitense di riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele: uno sguardo ad ampio raggio agli eventi che hanno reso memorabili, nel bene e nel male, i 365 giorni appena trascorsi.
Buona lettura e buon 2018!

1. Gennaio 2017 – Russiagate: vittoria di Donald Trump influenzata dall’aiuto del Cremlino

Il 20 gennaio Donald Trump si insedia alla Casa Bianca come 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. Tra le promesse del tycoon di rovesciare le politiche interne e internazionali rispetto al suo predecessore Barack Obama, scoppia il “Russiagate”, ovvero il sospetto sempre più attendibile che la Russia abbia influenzato l’esito delle elezioni statunitensi. All’inizio dell’anno, l’FBI, al cui vertice viene riconfermato il repubblicano James Comey, avvia un’indagine, con a capo Michael Flynn, nominato Consigliere per la Sicurezza nazionale dallo stesso Trump e appena dopo dimissionario, per fare chiarezza nei rapporti intavolati tra i leader Trump e Putin e sulle possibili interferenze di Mosca per favorire il presidente statunitense, a danno della candidata favorita Hillary Clinton. È la goccia che fa traboccare il vaso: a colloquio con il vicepresidente Mike Pence, Flynn omette di dichiarare di aver parlato delle sanzioni inflitte a Mosca in molteplici incontri con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak; omissione che gli costerà il posto, dando il via all’indagine dell’FBI. I primi sospetti arrivano però già nel corso del 2016, quando Trump nomina Paul Manafort manager della campagna elettorale e Carter Page suo consulente; entrambi vengono riconosciuti come molto vicini alla Russia. Qualche mese più tardi, Manafort è costretto a dimettersi dall’incarico, accusato di aver ricevuto finanziamenti provenienti proprio dalla Russia. Lo stesso Obama, dopo l’esito dei risultati elettorali, avanza accuse di interferenza della Russia. Nel corso del 2017, inaspettatamente, ma non troppo, Trump licenzia Comey, che indaga sul Russiagate, mossa che viene letta come tentativo di naufragare l’attività investigativa; lo stesso Comey parlerà di pressioni subite dal Presidente per sviare l’inchiesta. Viene coinvolto anche Jared Kushner, genero del presidente statunitense, secondo gli inquirenti a conoscenza di notizie rilevanti riguardanti l’inchiesta. Lo stesso Trump viene indagato, sospettato di aver ostacolato la giustizia nel corso dell’indagine sul Russiagate. Infine, Manafort si costituisce, seguito dall’ex Consigliere per la Sicurezza nazionale Flynn, pronto a collaborare contro Trump, che dichiara di aver detto il falso all’FBI in merito agli incontri con l’ambasciatore russo.

Credits: Donald J. Trump Twitter account

2. Febbraio 2017 – Minniti – Orlando: il Decreto della discordia e il caso ONG

Il ministro dell’Interno Marco Minniti e il ministro della Giustizia Andrea Orlando presentano due Decreti al Governo, uno relativo alla sicurezza urbana, il Daspo urbano contro la “movida selvaggia”, e l’altro riguardante l’introduzione di nuove misure per accelerare le procedure d’asilo da parte dei migranti che decidono di fare richiesta d’asilo in Italia. I punti salienti del decreto sono essenzialmente quattro: abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che abbiano fatto ricorso contro un diniego; estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari; abolizione dell’udienza e introduzione del lavoro volontario per i migranti. Dopo un maxi-emendamento al Senato, il decreto sull’immigrazione è stato approvato alla Camera ad aprile e in via definitiva ad agosto, portando con sé aspre critiche e perplessità. In particolare, sorgono dubbi di legittimità costituzionale per quanto concerne la creazione di sezioni speciali, potenzialmente in contrasto con l’art. 102 della Costituzione, dedicate esclusivamente alle richieste di asilo e rimpatrio. Altro punto tanto caldo quanto controverso del decreto è la trasformazione dei CIE (Centri di identificazione ed espulsione) in CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio), uno in ogni regione, dislocati lontano dalle città, che accoglieranno ognuno non più di cento persone. Inoltre, l’eliminazione del secondo grado di giudizio configurerà un rito camerale senza udienza in cui il giudice prenderà visione del colloquio del richiedente asilo con la commissione territoriale, senza contradditorio, senza la possibilità per il giudice stesso di rivolgere domande al richiedente asilo. Nonostante i tentativi di rassicurazione dei due ministri, secondo la posizione delle associazioni umanitarie il decreto Minniti – Orlando costituisce la risposta sbagliata a una serie di tematiche eclissate dal governo, come l’inclusione dei richiedenti asilo nella società o la promozione di vie legali per l’accesso in Italia.
Quasi parallelamente l’Italia, spinta dalle accuse mosse contro le ONG, in occasione del vertice di luglio a Tallin in merito all’emergenza migranti, ha presentato delle modifiche alla condotta delle ONG all’interno delle acque libiche. Approvato dai Paesi dell’UE, il “codice di condotta” prevede, tra le altre regole, l’assoluto divieto per le navi umanitarie di entrare in acque libiche; l’obbligo di accogliere a bordo ufficiali di polizia per indagini collegate al traffico di esseri umani; la dichiarazione delle fonti di finanziamento per le attività di salvataggio in mare; l’obbligo di non ostruire le operazioni di ricerca e soccorso della guardia costiera libica; il divieto di mandare segnali luminosi per facilitare la partenza e l’imbarco di mezzi che trasportano i migranti; il divieto di trasportare i migranti su altre navi italiane o di assetti internazionali. Molte sono le ONG che hanno deciso di non firmare il codice, come Medici senza Frontiere, a causa, tra gli altri motivi, della collaborazione con le autorità libiche o dell’obbligo di avere forze armate a bordo.

Credits: Wikipedia

3. 2017 – Il programma nucleare di Kim Jong-Un e le reazioni della comunità internazionale

Durante il corso di tutto l’anno, una forte tensione nei rapporti internazionali è stata causata dall’intransigenza del dittatore nordcoreano Kim Jong-Un riguardo lo sviluppo del proprio programma nucleare e balistico. Il regime di Pyongyang ha iniziato testando missili a medio raggio, per poi procedere durante l’estate con missili intercontinentali fino ad arrivare al successo del test di una bomba ad idrogeno. La situazione era estremamente tesa anche a causa dell’uccisione avvenuta a febbraio in Malaysia di Kim Jon-nam, fratellastro del leader nordcoreano. Le reazioni dei vicini regionali e degli Stati Uniti non sono tardate ad arrivare: Cina, Russia, Giappone e Corea del Sud hanno intensificato le esercitazioni militari e tra Kim Jong-Un e il presidente USA Trump c’è stata un’escalation dialettica di accuse e proclami belligeranti. La questione nordcoreana è stata portata più volte all’attenzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha sempre condannato Pyongyang e adottato sanzioni a suo danno, che sono state però spesso prontamente attenuate da Mosca e Pechino. Proprio quest’ultima è stata oggetto di svariate critiche da parte della comunità internazionale per continuare a garantire il sostentamento economico ed energetico del regime nordcoreano.

Kim Jong-Un. Credits: Flickr

4. Maggio 2017 – La politica estera del Presidente della Repubblica francese Macron

Il 7 maggio Emmanuel Macron vince il secondo turno delle presidenziali francesi col 66,1% dei voti e un’astensione record. Il più giovane Presidente della Repubblica francese porta il neonato partito En Marche! ad un’inaspettata vittoria, erodendo consensi sia a destra che a sinistra. Tre sono le sue direttrici internazionali: l’Europa, la guerra al terrorismo e la lotta contro il riscaldamento climatico. In politica europea, Macron intende concentrare i suoi sforzi sullo sviluppo di una difesa comune, sul rafforzamento di una politica migratoria comunitaria e su un rafforzamento dell’eurozona a più livelli, da quello culturale (generalizzare la partecipazione al programma Erasmus) a quello economico (sostegno a startup e imprenditori nel mondo globalizzato). Per quanto riguarda la difesa comune, En Marche! mira sia ad una cooperazione di polizia che ad una propriamente militare. Collaborazione intrapresa a novembre scorso con la firma della cooperazione strutturata permanente (PeSCO). Sempre in tema sicurezza, la parte che il programma di EnMarche! le ha destinato è piuttosto ampia e spazia da obiettivi interni allo sviluppo di cooperazioni internazionali nelle principali aree di interesse, cioè Medio Oriente, area mediterranea e Africa. Proprio in Africa, a luglio scorso è diventato effettivo il G5 Sahel, che riunisce Mali, Niger, Burkina Faso, Chad e Mauritania e ha l’obiettivo di assicurare la sicurezza della regione sahelo-sahariana e la lotta alle organizzazioni terroristiche. Macron ha impegnato i 4000 soldati già presenti nella regione dal 2013 (intervento in Mali) e promesso fondi e mezzi. Tuttavia, la cooperazione soffre di problemi organizzativi e scarsità di fondi. Infine, in tema di cambiamento climatico, fin da prima della sua elezione Macron ha reso ben chiara la sua posizione in materia. Quando negli USA imperversava la bufera sulla riduzione del budget dell’EPA (Environmental Protection Agency), l’allora candidato aveva pubblicato un filmato in cui invitava gli scienziati americani a lavorare in Francia, spingendosi a dichiarare “France is your nation”. Recentemente, in occasione della COP23 a Bonn, ha proposto l’Europa, e in particolare la Francia, come leader mondiali della lotta al riscaldamento globale, sostituendo gli USA, ritiratisi dagli Accordi di Parigi del 2015.

Il presidente francese Emmanuel Macron. Credits: Wikimedia Commons

5. 2017 – Un anno difficile per il Venezuela di Maduro

La crisi venezuelana è iniziata nel 2014 con il crollo del prezzo del petrolio, che, a sua volta, ha fatto esplodere l’inflazione, arrivata nel 2017 al 536,2% e che si prevede arriverà nel 2018 addirittura al 2065,5%. Il basso valore del bolivar, la moneta locale, ha avuto come principale conseguenza la nascita di un enorme mercato nero di valuta estera: il governo concede ad alcuni business tassi preferenziali per comprare dollari e, con questi, beni di prima necessità per la popolazione; invece i business li rivendono gonfiando i prezzi, speculando sulla crisi umanitaria in atto. Basti pensare che, questo dicembre, il tasso di scambio ufficiale dollaro-bolivar era 1:10, mentre quello sul mercato nero circa 1:9000. Numerose organizzazioni internazionali, intanto, denunciano le condizioni della popolazione civile. I beni di prima necessità sono sempre più difficili da trovare o reperibili solo sul mercato nero, a prezzi inaccessibili. Medicinali e attrezzature sono quasi del tutto assenti negli ospedali e ciò ha portato ad un’elevatissima mortalità infantile e materna e alla ricomparsa di malattie un tempo scomparse, come la difterite.
L’opposizione al Presidente è esplosa nel Paese tra aprile e giugno in proteste quotidiane, a seguito della decisione della Corte Suprema di spogliare l’Assemblea Legislativa (in mano all’opposizione dal 2016) di ogni potere. Il casus politico era stata la decisione del Paralmento venezuelano di proibire alla compagnia petrolifera nazionale, la Petroleos de Venezuela, S.A: (PDVSA), di intraprendere joint venture con aziende private. Maduro continua la sua stretta autocratica. Tre partiti dell’opposizione sono stati esclusi dalle prossime elezioni presidenziali del 2018, per le quali l’attuale Presidente ha già annunciato la propria candidatura. Cina e Russia sono tra gli unici alleati internazionali del Venezuela, sospeso dal patto Mercosur nel 2016, è uscito dall’Organizzazione degli Stati Americani a maggio 2017. Il Venezuela è attualmente il maggior creditore cinese in Sud America e la Russia ha rivenduto l’equivalente del 13% dell’export venezuelano di petrolio, ricevuto in cambio di nuovi prestiti. L’ambasciatore brasiliano e un diplomatico canadese sono stati espulsi dal Paese nei primi giorni di dicembre.

Credits: Wikipedia

6. settembre – dicembre 2017 – La questione catalana

Dopo la consultazione informale del 2014, il governo catalano ha indetto un referendum per l’indipendenza previsto per l’1 ottobre. La consultazione si è svolta in un clima di altissima tensione, poiché la Guardia Civil – la polizia spagnola – ha fatto irruzione in nove sedi della Generalitat de Catalunya, arrestando 14 funzionari e sequestrando schede elettorali. Inoltre i Mossos d’Esquadra – la polizia catalana – avevano ricevuto ordine di bloccare le operazioni di voto e si erano tenute numerose manifestazioni a favore dell’indipendenza della Catalogna. Secondo le stime, 2,2 milioni di catalani si sono presentati alle urne, il 90% dei quali ha votato per l’indipendenza. Lo Stato spagnolo ha considerato il referendum illegale, poiché viola la Costituzione, che sancisce l’indivisibilità della Spagna. Mariano Rajoy – presidente del governo spagnolo e del Partito Popolare – aveva già dichiarato che avrebbe attivato l’articolo 155 della Costituzione, che dà il potere all’autorità statale di commissionare le comunità autonome che non rispettano la legge. A seguito di una situazione di stallo tra governo catalano e governo centrale, il 27 ottobre il Parlamento della Catalogna ha dichiarato l’indipendenza, innescando l’attivazione del sopracitato articolo della Costituzione spagnola. Rajoy ha quindi sospeso gli organi autonomisti e imposto il controllo diretto di Madrid; il presidente del governo ha convocato nuove elezioni regionali, previste per il 21 dicembre. Nel frattempo Carles Puidgemont – ex presidente della Generalitat catalana – è fuggito a Bruxelles insieme ad altri quattro ministri, pur volendo ricandidarsi. È stato diffuso sia un mandato d’arresto europeo – ritirato il 5 dicembre – sia uno spagnolo; l’ex capo dell’esecutivo catalano e alcuni ex membri del governo rischiano dai 15 ai 30 anni di detenzione. Come già annunciato da Rajoy, il 21 dicembre si sono tenute nuove elezioni regionali in Catalogna; la maggioranza parlamentare è stata conquistata dal blocco indipendentista. Il blocco non ha tuttavia raggiunto la maggioranza assoluta e resta da capire chi sarà il nuovo presidente della Catalogna dato che Puidgemont – la cui lista Junts per Catalunya ha ricevuto la maggior parte dei voti – è ancora in esilio a Bruxelles. La situazione catalana è tuttora in evoluzione e rischia di portare alla prima secessione dell’Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale.

Credits: Wikipedia

7. 24 settembre – Elezioni in Germania: flop per angela Merkel e per i Socialdemocratici di Schultz

Il 24 settembre 2017 i tedeschi sono stati chiamati alle urne per rinnovare la camera bassa, il Bundestag. I sondaggi davano la Cancelliera uscente, Angela Merkel, e il Partito Cristiano-democratico (CDU), fortemente in vantaggio ed in secondo posto, piuttosto distaccati, i socialisti (SPD) dell’ex Presidente del Parlamento europeo, Martin Schultz. I risultati elettorali hanno però severamente punito i due partiti al governo nella precedente legislatura caratterizzata dalla grande coalizione (SPD e CDU) a guida cristiano democratica. I due schieramenti hanno complessivamente perso quasi cento seggi rispetto alla tornata elettorale del 2013.
Queste elezioni hanno visto l’affermarsi di due forze con visioni intransigenti o estreme: da un lato l’estrema destra con la populista, euroscettica e xenofoba Alternatif fur Deutschland (AfD) con quasi cento seggi e gli europeisti “estremisti dell’austerità” del Partito Democratico Liberale (FDP) con ben ottanta posti in parlamento. I Verdi e la sinistra di Die Linke hanno confermato la loro forza con una sessantina di posti a testa.
L’iniziale indisponibilità dei socialisti a ripetere l’esperienza della grande coalizioni ha portato i negoziati di governo a concentrarsi intorno all’ipotesi di una “coalizione giamaicana” fra Cristiano democratici, Verdi e Democratici liberali. Questa ipotesi è naufragata con la fuoriuscita dei liberali dal tavolo del negoziato aprendo un inedito scenario di instabilità politica con la possibilità di nuove elezioni o di un governo di minoranza.
Ad inizio dicembre, grazie all’intensa opera di mediazione svolta dal Presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier, i socialisti hanno riaperto la possibilità di dar inizio a colloqui che potrebbero portare ad una riedizione della grande coalizione CDU-SPD della precedente legislatura. Il negoziato dovrebbe aver inizio ad inizio gennaio e protrarsi per due settimane fino al nuovo congresso del Partito socialista del 14 gennaio 2018. Per formare un nuovo governo le due forze politiche dovranno vincere le notevoli resistenze interne poste in atto da chi vuole interrompere un’esperienza di coalizione che costringe due partiti ideologicamente poco affini a governare insieme.

Angela Merkel

8. 2017 – La sconfitta dell’IS e gli spiragli di pace nel conflitto siriano

Il 2017 sarà ricordato come l’anno in cui lo Stato Islamico, un califfato autoproclamatosi nel 2014 che controllava fasce di territorio irachene e siriane, è stato sconfitto, almeno sulla carta geografica. Nelle regioni mediorientali, vari erano gli attori che hanno combattuto per liberare le aree controllate dai jihadisti: da una parte i protagonisti delle due fazioni della guerra civile siriana, dall’altra la Coalizione internazionale a guida statunitense, l’esercito iracheno e i peshmerga curdi. La liberazione in luglio e ottobre delle due roccaforti dello Stato Islamico, Mosul in Iraq e Raqqa in Siria, ha minato alle basi la resistenza dell’organizzazione terroristica, che, dopo la perdita degli ultimi stralci di terra al confine tra Siria e Iraq, il 9 dicembre è stata dichiarata sconfitta dal primo ministro iracheno Haider al Abadi.
Contestualmente al progressivo annientamento dell’IS, la guerra civile in atto in Siria si affaccia a possibili spiragli di conclusione: sul versante militare, gli Stati Uniti hanno smesso di armare le milizie curde e la Russia, alleata del regime di Bashar al-Assad, ha dato il via al ritiro delle truppe; sul versante negoziale, la Conferenza ONU di Ginevra, che verte sull’aspetto politico della crisi, è proseguita con numerosi round di vertici di pace e l’ottavo di essi, conclusosi a metà dicembre, ha visto l’opposizione siriana poco disposta al dialogo e al compromesso con la controparte, a sua volta irremovibile nella decisione di rifiutare la possibilità di dimissioni del presidente siriano. I paralleli negoziati di Astana, che vertono sugli aspetti militari della crisi e sono guidati da Russia, Iran e Turchia, hanno stabilito zone di cessate-il-fuoco, organizzato la distribuzione di aiuti umanitari e discusso dello scambio reciproco di prigionieri.
Le sfide più delicate per queste regioni giungono però solamente ora: il peso militare dei vari gruppi armati che hanno preso parte alle battaglie è intrinsecamente anche un peso politico che vuole e cerca legittimazione, un potere che non sempre i governi centrali o accreditati sono disposti a riconoscere. Ne è emblematico esempio il referendum consultivo dal risultato plebiscitario sull’indipendenza del Kurdistan iracheno tenutosi il 25 settembre, a cui è seguita una dura risposta del governo centrale di Baghdad. Le sorti del Medio Oriente sono dunque ancora tutte da definirsi.

Simbolo di pace sullo sfondo della bandiera siriana. Credits: Pixabay

9. 14 dicembre – Italia: il biotestamento è legge

Dopo mesi di ostruzionismo e moltissimi emendamenti presentati, il 14 dicembre la legge sul biotestamento è stata definitivamente approvata al Senato. Ci sono stati 180 voti a favore (in gran parte di esponenti di PD e M5S), 71 contrari (per lo più da parte di senatori di Lega, Forza Italia e Alternativa Popolare) e 6 astenuti. La legge è di iniziativa parlamentare ed è stata formulata dall’Onorevole Mantero, appartenente al M5S. Il testo di legge si apre facendo riferimento alla Costituzione e alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, affermando che essa “Tutela il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona […] nessun trattamento può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero ed informato della persona interessata”. La legge indica anche la possibilità di designare un parente affinché sia sua responsabilità prendere decisioni riguardanti il trattamento sanitario del malato, qualora questi lo desideri. Sono previsti, inoltre, la possibilità di rifiuto delle terapie e il divieto di accanimento terapeutico. È compito del medico perseguire le volontà del paziente, sempre che questa non implichi la richiesta di trattamenti che violino la legge. Il medico, dunque, è esente da responsabilità civile e penale, ed è suo esplicito compito cercare di alleviare le sofferenze del paziente, anche qualora questi abbia rifiutato le terapie. È introdotto anche la cosiddetta DAT – ovvero la Dichiarazione Anticipata di Trattamento – con la quale il paziente può indicare anticipatamente le sue volontà nel caso in cui si trovasse in uno stato di impossibilità. Con questo istituto viene designato un fiduciario, che rappresenterà il malato momento in cui si dovrà procedere secondo le sue disposizioni. Le DAT, tuttavia, possono essere ignorate dal medico – in accordo con il fiduciario – “Qualora esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente ovvero sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione”.

Il Senato riunito.
Credits: Pagina Twitter Senato della Repubblica

10. Dicembre 2017 – La decisione USA di riconoscere Gerusalemme capitale israeliana e le nuove vesti del conflitto arabo-palestinese

La spinosa questione palestinese che va avanti dal 1948 ha trovato quest’anno un nuovo sviluppo: a inizio dicembre il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha infatti riconosciuto Gerusalemme capitale d’Israele. “Non si può continuare con formule fallimentari. La scelta di oggi su Gerusalemme è necessaria per la pace” ha dichiarato lo stesso Trump, decidendo così di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv – dove hanno sede tutte le varie rappresentanze diplomatiche – alla città santa, che secondo la risoluzione ONU 181 del 1947 sarebbe dovuta essere internazionalizzata. Immediata e dura la risposta dalla Palestina, sia da parte della comunità musulmana che da quella cristiana: al-Fatah ha infatti invocato “proteste non violente” contro questa decisione, mentre i leader cristiani locali “si dicono ‘certi‘ che i passi che Trump si accinge a intraprendere ‘aumenteranno l’odio, il conflitto, la violenza e le sofferenze a Gerusalemme e in Terra Santa‘”, secondo quanto riportato dall’Ansa. Anche la comunità internazionale si è schierata contro il POTUS, in particolare l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ha bocciato il cambio di sede dell’ambasciatore USA in Israele, dopo il veto della stessa Washington qualche giorno prima nel Consiglio di Sicurezza. A sostegno di Trump si è schierato ovviamente Israele, che proprio quest’anno festeggia i 50 anni dall’annessione della parte est di Gerusalemme, a seguito della Guerra dei Sei Giorni: il Primo Ministro Netanyahu ha quindi invitato altri Paesi a seguire l’esempio americano, ma per ora solo il Guatemala ha risposto favorevolmente.
La svolta di Trump ha sconvolto sicuramente lo scacchiere mediorientale, ma un colpo di scena da parte sua lo aveva già pronosticato a maggio Eric Salerno sull’Huffington Post; nel frattempo, a cento anni esatti dalla Dichiarazione Balfour, Israele cerca di presentarsi sul panorama internazionale come l’unico interlocutore affidabile nella regione. Infine, si riaccendono le mire francesi sulla Palestina, ad un secolo dagli accordi Sykes-Picot: è stato Macron, infatti, il primo Capo di Stato a ricevere il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, all’Eliseo dopo la decisione di Trump, anche se ha ulteriormente rinviato il riconoscimento della Palestina.

Trump e la First Lady insieme a Netanyahu e consorte, 22 maggio 2017. Credits: The Prime Minister of Israel/Facebook
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