23/30 marzo – Una settimana in 10 notizie

Una nuova intensa settimana è trascorsa: le elezioni politiche in Egitto, l’incontro tra il leader nordcoreano Kim Jong-un e il presidente cinese Xi Jinping, le numerose marce a favore di una maggiore regolamentazione del possesso delle armi negli Stati Uniti, l’elezione dei presidenti di Camera e Senato e l’avvio della XVIII legislatura italiana. Il tutto scelto e raccontato per voi nell’odierna edizione di Una settimana in 10 notizie.

Buona lettura e buona Pasqua!

1. Venerdì 23 – Attentato di matrice religiosa a Trèbes, in Occitania

Un uomo di origini marocchine, Redouane Ladkim, ha prima rubato un’auto a Carcassonne – capoluogo della regione dell’Aude – ferendo il conducente ed uccidendo il passeggero e ha aperto successivamente il fuoco su alcuni agenti che facevano jogging lì vicino. La vettura è stata inseguita dalle volanti della polizia e il fuggitivo è scappato nel paesino di Trèbes, all’interno di un supermercato SuperU. Clienti e dipendenti sono quasi tutti fuggiti, tranne una donna, presa in ostaggio dal giovane. In cambio del suo rilascio ha chiesto la scarcerazione di Salah Abdeslam, l’unico degli attentatori del 13 novembre 2015 rimasto in vita e in carcere da allora. La donna è stata liberata quando il gendarme Arnaud Beltrame ha preso il suo posto come ostaggio. L’uomo è poi stato ferito e ha perso la vita durante la notte. L’uomo era noto alle forze di sicurezza e si era radicalizzato su internet, proclamando il suo atto un’azione dello Stato Islamico. Il bilancio finale è di quattro morti e quindici feriti. Il Presidente Macron ha definito il gendarme un “eroe nazionale”, che non verrà mai dimenticato per il suo coraggio. L’ennesimo atto di matrice fondamentalista ha scatenato nuovi dibattiti in Francia. Marine Le Pen ha twittato a caldo: “Quand’è che il governo capirà che siamo in guerra?”.

Vista di Trèbes.
Credits: Wikimedia Commons

2. Sabato 24 – Uniti contro l’NRA

Guidate dai sopravvissuti della sparatoria alla Marjory Stoneman Douglas High School del 14 febbraio scorso in Florida,  a Washington centinaia di migliaia di persone hanno marciato compatte chiedendo leggi più restrittive sul controllo delle armi da fuoco. La marcia, denominata March for Our Lives, è stata organizzata dal movimento #NeverAgain, composto dagli studenti superstiti, e dal gruppo pro-regolamentazione Everytown for Gun Safety. Circa 800 marce gemelle hanno avuto luogo nel resto degli Stati Uniti. All’evento principale hanno partecipato molte star del mondo dello spettacolo come Ariana Grande e Demi Lovato o George Clooney, Steven Spielberg e Oprah Winfrey, che hanno donato mezzo milione di dollari ciascuno. L’ex presidente Obama ha twittato il suo sostegno alla manifestazione. Un’altra marcia è stata programmata per il 20 aprile, diciannovesimo anniversario della sparatoria alla Columbine High School. L’obiettivo degli organizzatori è tenere caldo il dibattito fino alle elezioni di midterm, così che vengano eletti rappresentanti favorevoli ad una maggior regolamentazione delle armi da fuoco.

Credits: Wikimedia Commons

3. Sabato 24 – Eletti i presidenti di Camera e Senato

Roberto Fico, pentastellato, e Maria Alberti Casellati, forzista. Sono questi i nomi dei nuovi presidenti di Camera e Senato, frutto di un accordo fra Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Casellati è la prima donna a ricoprire la carica di Presidente del Senato. È stata membro del Consiglio superiore della magistratura dal 2014 al 2018 e ha lasciato il seggio dopo l’elezione a senatrice. Avvocata divorzista, è entrata in Forza Italia fin dalla sua fondazione. Roberto Fico, napoletano, laureatosi a Trieste, ha partecipato alla nascita del gruppo “Amici di Beppe Grillo” ancora nel 2005 ed è stato fra i fondatori del Movimento. Era già entrato in Parlamento nel 2013. La XVIII legislatura italiana è così cominciata. Il 28 marzo sono poi stati eletti i vicepresidenti del Senato (Calderoli, La Russa, Taverna e Rossomando), assente il Pd, il 29 quelli della Camera (Carfagna, Rosato, Fontana e Spadoni).

Credits: Pagina Twitter del Senato della Repubblica

4. Domenica 25 – L’arresto di Puigdemont in Germania

L’ex presidente catalano è stato arrestato in Germania mentre si spostava dalla Danimarca al Belgio, dove viveva in esilio da cinque mesi. Puidgemont è stato portato nel carcere di Neumünster. Subito si sono scatenate a Barcellona proteste per chiederne la liberazione e negli scontri che sono seguiti 87 persone sono rimaste ferite. A questa manifestazione se ne sono aggiunte altre, che hanno bloccato le autostrade catalane, congelando il traffico da e verso il Nord-est del Paese. È l’ennesimo tassello del complesso processo che la Spagna sta portando avanti contro i leader del movimento indipendentista catalano. Venerdì scorso il giudice del Tribunale supremo Llarena aveva nuovamente attivato il mandato di arresto europeo nei confronti di Puigdemont. L’ex presidente è accusato di tradimento e rischia pene detentive fino a 30 anni.

Credits: Flickr

5. Domenica 25 – I ribelli houti fanno fuoco contro Riyad

Sette missili sono partiti dallo Yemen diretti verso la vicina Arabia Saudita, tre avevano come obiettivo la capitale Riyad, tutti sono stati abbattuti dai militari sauditi. I detriti sono caduti su abitazioni civili, provocando danni e un morto. Un portavoce degli houti ha informato la rete televisiva Al Jazeera che l’attacco è una risposta al bombardamento delle citta yemenite. La guerra in Yemen è arrivata al suo quarto anno e le parti non sembrano intenzionate a cercare una soluzione diplomatica. Mentre negli Stati Uniti si dibatte sul coinvolgimento americano nel conflitto, Riyad si rifiuta di scendere a patti con i ribelli sciiti. Sia gli USA che l’Arabia Saudita accusano l’Iran di fornire armi agli houti, accusa respinta da Teheran. L’attacco è avvenuto nel terzo anniversario dell’ingresso della coalizione a guida saudita nel conflitto e mentre il principe ereditario Mohammed bin Salman si trovava negli States per concludere accordi commerciali con aziende della Silicon Valley e compagnie petrolifere.

Credits: Wikimedia Commons

6. Lunedì 26 – Espulsione dei diplomatici russi a seguito del caso Skripal

Più di 20 Paesi hanno scelto di espellere dal loro territorio personale diplomatico russo. La mossa è un segno di solidarietà verso la Gran Bretagna, colpita dall’attacco con gas nervino nei confronti dell’ex spia russa Sergei Skripal e della figlia Julia. In totale, più di 100 diplomatici sono stati allontanati da vari Paesi occidentali, di cui 60 solo dagli Stati Uniti. Anche l’Italia ha partecipato, allontanandone due. La NATO, inoltre, ha ridotto la sua missione permanente in Russia da 30 a 20 unità in risposta alle “incaute azioni” russe. La Premier Theresa May ha riconosciuto il suo successo diplomatico nell’intervento alla Camera dei Comuni. Nel frattempo, il governo russo continua a negare le accuse e risponde solpo su colpo, ordinando l’espulsione di circa 60 diplomatici statunitensi e di una ventina provenienti da altri Paesi e chiudendo il consolato USA a San Pietroburgo.

Credits: Flickr

7. Martedì 27 – Storico incontro fra Xi Jinping e Kim Jong-Un

Nel suo primo viaggio all’estero dal 2011, data d’inizio del suo governo, Kim Jong-Un si è recato a Pechino dove è stato accolto con tutti gli onori da Xi Jinping. I due leader – la Cina è il principale alleato nordcoreano – hanno parlato della possibile cessione delle armi nucleari di Pyongyang, stando a quanto riportano fonti cinesi. Kim si sarebbe mostrato aperto ad una possibile denuclearizzazione – ma a determinate condizioni – e avrebbe aggiornato il leader cinese sull’evoluzione dei rapporti diplomatici con la Corea del Sud. La visita precede infatti un incontro con il presidente Moon Jae-In, previsto per aprile, e  uno con il presidente statunitense, ancora da fissare.  Trump ha affermato su Twitter di aspettare con ansia l’incontro ma ha aggiunto che nel frattempo le sanzioni esistenti rimarranno in vigore. Il leader nord-coreano ha cambiato radicalmente atteggiamento rispetto alle schermaglie sui social di pochi mesi fa, mostrandosi favorevole all’apertura di un negoziato.

Kim Jong-Un
Credits: Pixabay

7. Mercoledì 28 – Elezioni presidenziali in Egitto

Il presidente uscente Abdel Fattah Al-Sisi corre solo contro se stesso dopo che quasi tutti i candidati dell’opposizione si sono ritirati o sono finiti agli arresti. Unico rimasto in gara è Moussa Mostafa Moussa, del partito El Ghad, che si è però espresso in sostegno di Al-Sisi numerose volte. Sono registrati circa 60 milioni di elettori, attesi alle urne fra lunedì 26 e mercoledì 28 marzo. I risultati definitivi si avranno appena il 2 aprile. È stata fissata una data per un eventuale ballottaggio ma non sarà certamente necessario: le schede scrutinate al 29 marzo danno Al-Sisi al 92%. L’affluenza, di contro, è stata inferiore al 50%. L’opposizione ha lanciato la campagna Stay at Home per chiedere agli elettori di boicottare le elezioni. È la terza volta dalla rivoluzione del 2011 che gli egiziani sono chiamati alle urne.

Abdel Fattah el-Sisi
Credits: Wikimedia Commons

8. Giovedì 29 – Incendio in una caserma venezuelana

È cominciato tutto con una rivolta. La prigione della città di Valencia, nello stato di Carabobo, è stata teatro della morte di almeno 68 persone. La rivolta che ha dato inizio a tutto sarebbe scoppiata in seguito al ferimento di un detenuto da parte di una guardia carceraria. I prigionieri avrebbero, poi, dato fuoco a dei materassi, scatenando alla fine l’incendio. La prigione, come moltissime altre in tutto il Paese, era sovraffollata. Il secondo atto della vicenda è stato altrettanto grave: quando i familiari delle vittime si sono radunati di fronte alla prigione, chiedendo notizie della loro sorte, la polizia ha risposto lanciando gas lacrimogeni. L’alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha criticato la reazione della polizia nei confronti dei familiari delle vittime.

Credits: Wikimedia Commons

10. Venerdì 30 – La Francia annuncia il suo sostegno ai curdi

Il presidente francese Macron ha ricevuto dei rappresentanti delle Forze Democratiche Siriane e ha fatto una promessa diplomaticamente molto impegnativa. Nel comunicato stampa che ha seguito l’incontro, infatti, la Francia promette il suo sostegno alle FDS, “specialmente per la stabilizzazione della zona di sicurezza nel nord-est della Siria”, per evitare colpi di coda di Daesh. Il comunicato differenzia, però, FDS e l’YPG (le Unità di Protezione Popolare), che ha stretti legami con il PKK, il partito curdo dei lavoratori turco che si oppone ad Erdogan e sostiene la creazione di uno stato curdo indipendente. Il presidente turco non ha però accettato la distinzione e tramite il suo portavoce, Ibrahim Kalin, ha rifiutato qualsiasi forma di dialogo con i “terroristi“. Parallelamente, un rappresentante della “Siria del Nord” a Parigi afferma che la Francia rafforzerà il proprio impegno militare nella zona. L’Eliseo ha minimizzato, sostenendo che ogni intervento verrà compiuto solo nell’ambito della lotta contro Daesh e mai contro la Turchia.

Emmanuel Macron.
Credits: WIkimedia Commons

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: