3/10 marzo – Una settimana in 10 notizie

Dal vertice di Versailles tra Francia, Germania, Spagna e Italia per discutere di “Europa a più velocità” alle modifiche al muslim ban voluto da Trump, passando per gli attacchi coordinati contro lo Stato Islamico, la risposta cinese all’ennesimo test missilistico nordcoreano, le manifestazioni dell’8 marzo, la conferma dell’impeachment della presidente sudcoreana Park e le proteste Sioux contro l’oleodotto Dakota Access, ecco cos’è successo.

Anche questa domenica la nostra rubrica Una settimana in 10 notizie vi permette di non lasciarvi sfuggire (quasi) nulla di ciò che ci è accaduto intorno, offrendovi una rassegna delle notizie più rilevanti dei sette giorni appena trascorsi.

  1. 2 marzo – Vertici militari israeliani sotto accusa per la guerra a Gaza del 2014

Il 1 marzo il giudice Yosef Shapira ha presentato un rapporto ufficiale sulla gestione israeliana del conflitto nella Striscia di Gaza nell’estate del 2014, accusando i vertici politici e militari di non aver stabilito nessun obiettivo strategico preciso. Tra l’8 luglio e il 26 agosto 2014 l’operazione Margine protettivo, condotta nei territori controllati da Hamas, aveva causato 73 morti israeliani, di cui 68 erano soldati, e 2.251 morti palestinesi, di cui 1.462 erano civili. La relazione di Shapira sottolinea soprattutto il fatto che i vertici israeliani avevano sottovalutato la minaccia dei tunnel utilizzati da Hamas per infiltrarsi nel territorio dello Stato d’Israele, ancora oggi utilizzabili. Criticando le conclusioni del rapporto ancor prima della sua pubblicazione, il primo ministro conservatore Netanyahu ha dichiarato che Israele ha tratto insegnamento dalla guerra e che “nel rapporto non sono menzionate le lezioni più importanti. Lezioni che applichiamo minuziosamente, con costanza e con discrezione, senza fare dichiarazioni ai mezzi d’informazione”

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  1. 3 marzo – Attacchi coordinati contro lo Stato Islamico

Nell’ultimo periodo l’Is è vittima dell’aumento del coordinamento tra le maggiori potenze straniere impegnate nel Siraq. Durante il primo vertice militare fra Usa, Russia e Turchia, i capi di Stato maggiore hanno ratificato l’intesa su Manbij, cittadina contesa tra i filoturchi e i curdi siriani protetti dalle forze statunitensi. L’incontro ha fatto emergere la divisione della Siria in due “zone d’influenza”, e ha confermato la debolezza della posizione di Ankara: gli Usa mirano a salvaguardare i propri interessi in Iraq, sulla sponda sinistra dell’Eufrate, e la Russia è interessata alla città siriana di Palmira, nuovamente libera. Inoltre, alle porte di Raqqa, capitale dell’Is in Siria, sono arrivati circa 200 marines statunitensi e le forze curdo-siriane incaricate dagli statunitensi di condurre materialmente la riconquista della città. Infine, procede la campagna antijihadista a Mosul ovest, capitale dell’Is in Iraq. Secondo fonti statunitensi e irachene, il califfo stesso avrebbe lasciato la città per nascondersi nel deserto, delegando il comando delle operazioni ai propri gerarchi militari. ypg

  1. 6 marzo – Vertice tra Francia, Germania, Spagna e Italia: nuovi sostenitori dell’Europa a più velocità

Il 6 marzo i capi di stato dei più grandi paesi dell’UE si sono pronunciati a Versailles in favore di un’“Europa differenziata”, nuovo modo di definire l’“Europa a più velocità”. Hollande ha espresso il desiderio di creare nuove forme di cooperazione differenziata e Merkel ha parlato della necessità di accettare che alcuni paesi avanzino più rapidamente rispetto agli altri. Rajoy ha annunciato che la Spagna è disposta ad avanzare nell’integrazione con tutti quelli che lo vorranno e Gentiloni ha parlato di “risposte diverse” ad “ambizioni diverse”. Quest’idea di Europa differenziata si basa sul fatto che gli stati restii a spingersi oltre il mercato unico non dovranno fare passi avanti, mentre gli altri potranno rafforzare i loro legami dove e quando ne sentiranno il bisogno. Affinché questo nuovo progetto prenda forma è necessario che le elezioni olandesi, francesi e tedesche si svolgano regolarmente e non portino al potere euroscettici decisi a uscire dall’Unione. Tale eventualità è esclusa a Berlino, ma non è impossibile all’Aja o a Parigi. Inoltre, i quattro capi di stato si sono incontrati alla vigilia del vertice di Bruxelles, che si terrà il 25 marzo in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma. Al centro del dibattito ci sarà probabilmente il futuro dell’UE dopo la Brexit.

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  1. 6 marzo – Cambiamenti al divieto d’ingresso negli States voluto da Trump

Donald Trump ha fatto un passo indietro rispetto al suo confuso ordine esecutivo del 27 gennaio: il nuovo muslim ban mantiene il nucleo centrale di quello originario – limitare l’ingresso negli Usa dei cittadini di vari paesi a maggioranza musulmana e sospendere il programma di accoglienza dei profughi – ma è stato parzialmente modificato. Innanzitutto, non impone più ai residenti permanenti legali negli Stati Uniti alcuna limitazione agli spostamenti. In secondo luogo, la nuova versione sarà valida solo per le future domande di visto, non per le persone che già ne possiedono uno regolare. La modifica più importante è certamente stata fatta alla lista dei paesi sui quali grava il divieto: da sette sono diventati sei, ovvero Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. L’Iraq è stato escluso poiché, secondo il Dipartimento di Stato e il Pentagono, molti cittadini iracheni sono attivamente impegnati nella lotta contro l’Is. Dopo le Hawaii, anche New York, Oregon, Washington e Massachusetts hanno fatto ricorso contro il nuovo provvedimento, dal momento che la logica dietro ai divieti generalizzati rivolti ai cittadini di particolari paesi rimane dubbia.

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  1. 6/8 marzo – Risposta cinese alla polveriera nordcoreana

Il 6 marzo il regime di Pyongyang ha condotto l’ennesimo test missilistico lanciando quattro missili balistici nel Mar del Giappone, provocando così il malcontento delle tre maggiori potenze interessate all’area, Usa, Cina e Giappone. A tal proposito, gli Stati Uniti hanno accelerato il dispiegamento di un nuovo sistema di difesa antimissile in Corea del Sud. La Cina, tradizionale alleata dei nordcoreani, profondamente scontenta dopo l’ultima mossa statunitense, ha chiesto a Kim Jong-un di fermare i test missilistici e nucleari: mercoledì 8 marzo Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, ha proposto la sospensione delle attività nordcoreane in cambio dell’interruzione delle esercitazioni militari tra Stati Uniti e Corea del Sud. Prevedibile la risposta negativa degli interessati, dal momento che tali manovre servono a Washington per mostrare la propria potenza in funzione anticinese e a Seoul per rimarcare la propria posizione nel Pacifico orientale. Con l’installazione del sistema antimissilistico statunitense, la cooperazione internazionale contro la Corea del Nord ha subito un’enorme scossa: Pechino è più preoccupata delle intenzioni americane che dell’aumento dei test nordcoreani. Come l’Europa dei secoli scorsi, l’Asia è molto lontana da un equilibrio stabile tra le varie potenze.

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  1. 7 marzo – La Camera dei deputati filippina ha approvato la reintroduzione della pena di morte

Martedì 7 marzo la Camera dei deputati filippina ha approvato una legge, richiesta dalla maggioranza che sostiene il presidente Duterte, che mira a reintrodurre la pena di morte per criminali e trafficanti di droga. Il provvedimento è stato accolto in prima lettura con 216 voti favorevoli e 54 contrari, e dovrà essere votato anche dal Senato. Tale approvazione è stata definita da Amnesty International un pericoloso passo indietro e una clamorosa violazione degli obblighi di diritto internazionale del paese. Champa Patel, direttrice di Amnesty per l’Asia sud-orientale e il Pacifico, ha dichiarato: “L’idea che la pena di morte libererà il paese dalla droga è semplicemente errata. Si tratta solamente di una punizione inumana e inefficace che non è mai la soluzione”. Le Filippine erano state il primo paese asiatico ad abolirla nel 1987, per poi reintrodurla nel 1993 per reati come omicidio, stupro e rapimento di bambini. La pena capitale era stata nuovamente abolita nel 2006.

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  1. 8 marzo – Festa della donna, Non una di meno

Mercoledì 8 marzo ben 54 paesi, tra cui Francia, Germania, Italia, Russia, Spagna, Ucraina, Stati Uniti, ma anche Brasile, Cambogia, Corea del Sud e Senegal, hanno aderito allo sciopero internazionale all’insegna della solidarietà femminile internazionale. L’idea era nata lo scorso ottobre in Polonia dopo la manifestazione per il diritto all’aborto, quindi contro la legge che impedisce l’interruzione volontaria della gravidanza. L’”onda rosa” si era poi estesa fino a Seoul e a Buenos Aires, dove in milioni decisero di non presentarsi a lavoro per unirsi alla protesta dell’organizzazione Ni una menos, la quale si batte contro abusi e violenze sulle donne. In Italia, per questo 8 marzo, la rete Non una di meno ha organizzato manifestazioni e cortei in più di settanta città, per denunciare la disuguaglianza di genere, la disparità salariale, la violenza domestica e sessuale, il sessismo, l’omofobia e il razzismo. Obiettivo della protesta è stato far sentire il peso politico e sociale delle donne attraverso un giorno di “astinenza” dal lavoro e dagli acquisti.
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  1. 8 marzo – Gli Stati Uniti hanno intensificato i raid aerei contro Al Qaeda nello Yemen

Gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro campagna di bombardamenti e raid aerei contro Al Qaeda per eliminare i jihadisti dallo Yemen, ed evitare che questi approfittino del caos provocato dalla guerra civile yemenita. Dal marzo del 2015 una coalizione guidata dall’Arabia Saudita combatte accanto agli uomini fedeli al presidente Hadi contro i ribelli sciiti houthi sostenuti dall’Iran, rivale regionale di Riyadh. Secondo Ali Shihabi, direttore generale dell’Arabia foundation, un centro studi di Washington dedicato alla penisola araba, è importante che siano sconfitti anche gli houthi, definiti come una milizia che si mescola deliberatamente alla popolazione innocente. Il risvolto peggiore del conflitto, però, è il continuo peggioramento della situazione umanitaria. In un rapporto pubblicato all’inizio del 2017, l’UNICEF parlava della necessità di aiuti umanitari, in particolare verso i bambini colpiti dalla carestia. Il tessuto economico, urbano e sociale è devastato dal conflitto. 

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  1. 10 marzo – La Corte costituzionale sudcoreana ha confermato l’impeachment per la presidente Park Geun-hye

Venerdì 10 marzo Park Geun-Hye, presidente della Corea del Sud, è stata rimossa dall’incarico dopo che la Corte costituzionale ha confermato l’impeachment decretato il 9 dicembre 2016 dal Parlamento con 234 voti a favore e 56 contrari. La leader era stata accusata dai suoi oppositori politici di avere subìto la forte influenza di una cittadina privata e senza alcun incarico pubblico, Choi Soon-sil, la quale avrebbe usato il suo legame con Park per estorcere 69 milioni di dollari a grosse aziende. La Corte ha dichiarato che Park “ha abusato del suo potere presidenziale a favore di Choi e dei suoi profitti personali in violazione della costituzione, delle leggi e del codice etico sulla funzione pubblica”. La decisione è stata accolta con un’ondata di proteste di piazza durante le quali sono morti due manifestanti. Entro due mesi dovrebbero tenersi le elezioni per scegliere il prossimo capo di Stato: i favoriti sono il premier conservatore Hwang Kyo-ahn, al potere da dicembre, e il leader del Partito democratico Moon Jae-In.

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  1. 10 marzo – I Sioux hanno protestano sotto la White House contro gli oleodotti voluti da Trump

A dicembre, dopo mesi di proteste dei nativi americani, gli ingegneri dell’esercito statunitense non avevano dato l’autorizzazione per la costruzione dell’oleodotto Dakota Access vicino alla riserva di Standing Rock Sioux, tra il North Dakota e il South Dakota. Fin dalla sua presentazione nel 2014, i Sioux si erano opposti al progetto affermando che avrebbe profanato le terre sacre e messo in pericolo le risorse idriche. Tuttavia Trump ha mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale, decidendo con un ordine esecutivo di avviare la costruzione dell’oleodotto, e scatenando le proteste di migliaia di nativi americani davanti alla Casa Bianca. Dave Archambault, rappresentante della tribù Sioux e organizzatore della marcia, ha dichiarato: “Abbiamo marciato contro l’ingiustizia e continueremo la nostra protesta pacifica. Le popolazioni indigene non possono sempre essere messe da parte a vantaggio degli interessi aziendali o dei capricci del governo”.

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About Arianna Orlando 8 Articles
Studentessa del 3º anno al SID. 22 anni, mille dubbi, poche certezze, troppe aspirazioni e una vita da inventare. Come cantavano i Pink Floyd nel 1987, mi sento "a soul in tension that is learning to fly". Da sempre appassionata di letteratura e musica, penso che scrivere sia il modo migliore per sentirsi più leggeri.

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