Trilogia della città di K.: il filo sottile che lega verità e menzogna

La scrittrice Ágota Kristóf

La maggior parte dei romanzi che vengono assegnati come compito alla superiori spesso sono trattati con poco interesse dagli studenti, che si ritrovano a leggerli di tutta fretta i giorni precedenti la verifica, sperando di immagazzinare più informazioni possibili nel breve tempo a disposizione. Questo è quello che è successo a me con Trilogia della città di K. (Trilogie des jumeaux), della scrittrice ungherese naturalizzata svizzera Ágota Kristóf.

Ora, non ricordo come fosse andato il compito, ma è certo che una sfogliata superficiale delle pagine non è sufficiente per comprendere l’opera. Forse solo dopo due attente letture si riescono a riordinare i pezzi di questa storia decisamente complessa, ed è questo quello che io stessa ho fatto dopo la fine del mio percorso liceale, libera da obblighi e scadenze pressanti.

Il romanzo, come si intuisce dal titolo, è composto da tre parti: la prima, intitolata Il grande quaderno (Le grand cahier) è stata pubblicata nel 1986, seguita poi da La prova (La Preuve) del 1988 e La terza menzogna (Le Troisième Mensonge), edita nel 1991.

Ognuna delle tre parti non ha senso senza le altre due, eppure ciascuna sembra raccontare una storia diversa – benché i protagonisti siano sempre gli stessi – e in qualche modo contrastante con ciò che si era riuscito ad intuire fino a quel momento. Il risultato finale è un senso di disorientamento, provocato dall’incapacità del lettore di distinguere ciò che è vero da ciò che è inventato.

Lo stile della prima parte del romanzo si differenzia completamente da quello utilizzato per le altre due. Il tratto comune è dato però dall’utilizzo ricorrente dei dialoghi e da una scrittura semplice e lineare, ma anche estremamente tagliente. Le scene di violenza vengono descritte senza mezzi termini, donando all’opera lungo tutto il suo svolgimento tratti cupi e grotteschi.

Il grande quaderno è suddiviso al suo interno in innumerevoli capitoli lunghi non più di tre pagine ciascuno. Il titolo è evocativo del contenuto, infatti questa parte sembra essere una sorta di diario, un insieme di racconti narrati in prima persona da due gemelli. Ad ogni capitolo è assegnato un titolo che riassume brevemente le vicissitudini dei due bambini, costretti a trasferirsi a causa della guerra.

In tutto il libro non verrà mai specificato di quale guerra si tratti – se reale o inventata – e tutto ciò che è dato sapere è che i due protagonisti sono giunti da una fantomatica Grande Città assieme alla madre, e verranno poi affidati alla nonna, che vive invece nella Piccola Città. La donna si rivela essere una persona spregevole ed avara, tanto che i due gemelli saranno costretti a sopravvivere contando solo sulle proprie forze, e svilupperanno una serie di “esercizi di irrobustimento” a cui sottoporsi per temprare corpo e anima.

Siamo nudi. Ci colpiamo l’un l’altro con una cintura. Diciamo a ogni colpo:

– Non fa male.

Colpiamo più forte, sempre più forte. Passiamo le mani sopra una fiamma. Ci incidiamo una coscia, il braccio, il petto con un coltello e versiamo dell’alcol sulle ferite. Ogni volta diciamo:

– Non fa male.

Nel giro di poco tempo non sentiamo effettivamente più nulla. È qualcun altro che ha male, è qualcun altro che si brucia, che si taglia, che soffre. Non piangiamo più.

Attraverso una serie di eventi che si susseguono senza fornire al lettore il tempo di comprendere cosa stia realmente accadendo, avviene la separazione dei due gemelli: uno riesce a fuggire passando la frontiera, mentre l’altro rimane nella casa lasciatagli della nonna, morta tempo prima.

Si apre così la seconda parte della trilogia, La prova, dove tutta la verità viene rimescolata e messa in discussione, fino a che il lettore non arriva a dubitare persino della reale esistenza di uno dei due gemelli, forse solo un’illusione creata dall’altro, che scopriamo chiamarsi Lucas. È una prova non solo per i due giovani che devono vivere per la prima volta separati, ma anche per chi legge, costretto a scontrarsi con una narrazione che pare indubitabilmente vera, ma che alla fine sembra dimostrarsi solo una grande invenzione.

Nella parte finale viene raccontata la terza menzogna, oppure la prima ed effettiva verità, attraverso la narrazione del presunto secondo gemello, Claus – nome che non è altro che l’anagramma di Lucas – il quale sembra far chiarezza sui fatti.

trilogiadellacittadik

Insomma, le vicende sono così articolate e contrastanti tra di loro che a riassumerle in poche righe risultano quasi totalmente incomprensibili e senza senso. Perché allora leggere questo libro? Qual è il suo lascito?

L’intricato intreccio sembra acquistare significato se si tengono in considerazione le vicende personali dell’autrice, costretta nel 1956 a rifugiarsi con la famiglia in Svizzera in seguito all’intervento dell’Armata Rossa nel paese natale. L’ambientazione del romanzo, seppur indefinita, può quindi essere ricondotta alla situazione dell’Ungheria nel secondo conflitto mondiale ed al suo dopoguerra da stato satellite sovietico. Allo stesso tempo, proprio perché così vaga, la trama diventa una schietta e cinica rappresentazione della guerra in generale.

A questo tema, Kristóf associa una visione disincantata e pessimistica dell’esistenza umana, riscontrabile anche nei dialoghi tra Lucas ed il figliastro menomato Mathias, il quale vive un profondo stato di sofferenza per la sua condizione che lo porterà a compiere il gesto più estremo di tutti.

Nonostante lo stile asciutto ed essenziale, la scrittrice è in grado di toccare le corde più intime del lettore, che davanti ad una rappresentazione così brutale ed autentica del mondo non può far altro che emozionarsi.

 

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