Leonard Cohen e l’immortalità della sua musica graffiante e intima

Il 2016, l’abbiamo capito, è l’anno delle grandi perdite, soprattutto nel panorama musicale. A partire da David Bowie, lo scorso gennaio, proseguendo con Prince e Pete Burns, fino all’ultima, triste notizia della scomparsa di Leonard Cohen.

Cantautore, artista, poeta, una carriera invidiabile, una delle voci più profonde ed emozionanti di sempre, a 82 anni si spegne Leonard Cohen, lasciando in dono all’umanità una discografia ricchissima.

Scrittore, prima che cantautore, Leonard Cohen nasce a Montreal nel 1934 da genitori ebrei immigrati in Canada. Ad appena nove anni perde il padre, evento che segnerà inevitabilmente la sua crescita artistica e personale. Cohen muove i primi passi nel mondo della scrittura con la pubblicazione nel 1956 di una collezione di poesie dal titolo “Let Us Compare Mythologies”, durante il periodo universitario. Grazie a una borsa di studio, vola in Grecia, nell’isola di Hydra, dove convive con Marianne Jenson. Proprio in terra europea, tra il 1963 e il 1966, scrive due romanzi, “The Favorite Game” e “Beautiful Losers”, quest’ultima con toni sacrilegi e religiosi.
14379762_10154567244949644_5120758023121870724_oGli esordi musicali si fanno spazio tra tonalità country-western, con la formazione della band Buckskin Boys, spinto da un particolare stato d’animo che lo stesso Cohen così descrive: “Ero pieno della frenesia di suonare e dimenarmi battendo i piedi, celebrando una sorta di vita emozionale insieme a tanti che la pensavano come me. Il country, allora, soddisfaceva queste esigenze”. Un ventenne ribelle alla ricerca del proprio spazio del mondo.

Approdato successivamente negli Stati Uniti, a New York entra in contatto con il clima folk tra gli anni Sessanta e Settanta, avvicinandosi allo stile di cantautori del calibro di Bob Dylan e Judy Collins, grazie alla quale debutta al Festival di Newport. Proprio qui non passa inosservato e viene contattato dal discografico John Hammond. Arriva così, nel 1968, l’album di esordio dell’ormai maturo Cohen, “Songs of Leonard Cohen”. Al contrario di quanto si possa pensare, date le circostanze storiche e musicali dell’epoca, i brani di Cohen sono personalistici, puntano sull’individuo, con tratti religiosi che si contrappongono a temi quali il sesso e l’uomo visto come peccatore.

Leonard Cohen si inserisce rapidamente nella scena musicale come il cantautore della malinconia, della solitudine e degli amori persi. Il tutto reso splendidamente semplice dalla sua voce graffiante, che riesce a toccare corde dell’animo umano sconosciute. Le sue melodie delicate e potenti allo stesso tempo riescono a tracciare percorsi infiniti nella mente di chi ascolta. Per non parlare dei testi, poesie recitate magistralmente con la naturalezza di chi scambia quattro chiacchiere tra amici al bar o regala parole tenere alla persona amata. È il caso di Sisters of Mercy (1967), una ballata a metà tra una ninnananna e un salmo religioso rende fiabesco il ruolo delle protagoniste, delle prostitute; Suzanne (1967), in cui la protagonista diventa oggetto di devozione, decantata dall’estrema eleganza artistica che contraddistingue Cohen; Lover Lover Lover (1974), un dialogo tra padre e figlio; così come la celeberrima Hallelujah (1984), riprodotta da artisti quali Bob Dylan e Jeff Buckley,  un brano che rappresenta i conflitti del mondo ma anche il desiderio di affermazione della vita, in cui i versi abbracciano in modo criptico temi che spaziano dalla religione alla violenza, fino al sesso; ci sono poi i più recenti Waiting for the Miracle (1992), A Thousand Kisses Deep (2001) e Going Home (2012), fino ad approdare all’ultimo capolavoro che Cohen ci ha lasciato in eredità “You Want it Darker”, pubblicato lo scorso ottobre. L’album è un vero e proprio gesto d’amore per i suoi fan e i cultori della musica in generale: una visione del mondo realisticamente triste, spiritualmente radiante e profondamente poetica. Il brano di apertura, che porta lo stesso titolo dell’album, si caratterizza per l’atmosfera estremamente surreale, quasi mistica, accompagnato dal coro di una sinagoga. La voce ipnotica di Leonard Cohen ancora una volta, per l’ultima volta, riesce a stupire e catturare l’attenzione dell’ascoltatore che si perde nei brani che si susseguono delicatamente e che spaziano nei temi sempre cari al cantautore tra la vita e la morte, l’amore e il viaggio. È ciò che si ritrova nel brano On the Level, un concentrato di desideri passionali visti dagli occhi di una persona anziana, oppure in Treaty, in cui canta la sua rabbia e stanchezza, una marcia maestosa di archi che parte da un lamento rotto per terminare con meditazioni religiose.

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Il tema religioso è sempre stata una costante nella produzione di Cohen, approfondito nell’album “Various Positions” (1984), pubblicato in un momento di personale dramma filosofico e religioso che così racconta:

“Se hai a che fare con questo materiale non ci puoi mettere Dio. Pensavo che potevo illuminare il mio mondo e quello della gente intorno a me e di potere prendere il cammino di Bodhisattva cioè il cammino dell’aiutare gli altri. Pensavo di poterlo fare ma non ci sono riuscito. Questa è una strada dove persone molto più forti, generose e nobili di me si sono bruciate. Quando si comincia a trattare materiale sacro ci si lacera profondamente”.

Una riflessione che lo porterà, tra il 1993 al 1999, al ritiro dalla scena per condurre una vita all’insegna del silenzio e della solitudine in un monastero zen a Mount Baldy, nei pressi di Los Angeles. Da questa esperienza nascerà  “Field Commander Cohen”, un album dal vivo con materiale risalente al suo tour del 1979.

L’età che avanzava non ha mai interferito nella produzione discografica, che, al contrario, è maturata anno dopo anno, come si evince dai testi sempre più intimisti,profondi e coinvolgenti. Oltre, però, ai ricorrenti riferimenti all’amore e alla religione, Leonard Cohen ha saputo affrontare anche temi più delicati quali l’aborto (Diamonds in the Mine), la giustizia sociale (Democracy)e la guerra (Story of the Street). Indimenticabili le sue parole, il suo timbro inconfondibile e l’immancabile borsalino che ha contribuito a renderlo l’uomo distinto ed elegante che è sempre stato, donandogli quasi un’aria da nonno, grazie anche all’aria malinconica e tenera del suo sguardo. Turbamenti religiosi e malinconie esistenziali  hanno portato i critici americani a scrivere che è “impossibile ascoltare un suo album quando fuori splende il sole”. Ma la sua voce “simile a un rasoio” e la sua eredità musicale hanno influenzato generazioni di cantautori, da Nick Cave a Fabrizio De André.  Un artista complesso ed estremamente affascinante che ha saputo conciliare al meglio la poesia e la musica, secondo la sua “filosofia” per cui “per sua natura, una canzone deve muovere da cuore a cuore”.

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