Fight Club: Tyler Durden Zarathustra moderno

L’avvento del secondo millennio sancisce il culmine di un processo degenerativo, figlio del consumismo e dell’alienazione moderna, che ha sempre accompagnato lo sviluppo umano sin dalla nostra prima comparsa sulla terra. Il quesito che spesso tormenta le menti di chi, come il protagonista del film (e ben prima di lui, filosofi e pensatori come Leopardi, Marx, Heiddeger), “vive” e non si limita ad “esistere”, accontentandosi di una quieta e placida realtà di sopravvivenza, non soltanto fisica, ma soprattutto intellettuale, che non può fare altro che portare a frustrazione e malessere, è il seguente: è effettivamente vero che lo sviluppo tecnologico, e la conseguente modernizzazione della società in cui ci troviamo, implica un miglioramento delle nostre vite?

David Fincher, regista del film, o meglio Chuck Palahniuk, creatore dell’omonimo romanzo, sembrano sposare la tesi contraria. Fincher esordisce all’indomani dell’anno 2000 con un film che critica dalle fondamenta i valori borghesi e capitalisti su cui si è fondata la realtà degli ultimi secoli.

Il protagonista della pellicola (Edward Norton) è un uomo il cui vero nome non è mai pronunciato. Lavora come consulente nel ramo assicurativo di una importante casa automobilistica. Si tratta del prototipo dello yuppie frustrato dalla vita moderna: schiavo del consumismo, depresso, insonne, ansioso e stordito dal jet lag. L’uomo per trovare rimedio alla sua nevrosi inizia così a frequentare gruppi d’ascolto per persone affette da malattie incurabili, desideroso di scoprire cosa sia la sofferenza. Stimolato dall’atmosfera melanconica e tratti anche patetica, il protagonista riesce a trovare sfogo alla sua frustrazione, piangendo e iniziando ad affezionarsi alle persone presenti.

La vita dell’uomo ripiomba però nel baratro dell’apatia e dell’insonnia quando si accorge che un’altra paziente, Marla Singher (Helena Bonham Carter), donna stravagante, cupa e con tendenze suicide, pur non essendo malata frequenta i gruppi per il suo stesso motivo.

“Se avessi un tumore lo chiamerei Marla. Marla. Il taglietto sul tuo palato che si rimarginerebbe se la smettessi di stuzzicarlo con la lingua… ma non puoi.”

A salvarlo da questa condizione sarà Tyler Durden (Brad Pitt),  eccentrico venditore di sapone conosciuto durante un viaggio di lavoro che, a seguito di un incendio che ha distrutto la casa del nostro yuppie, si offre di ospitarlo nel suo appartamento, un fatiscente palazzo di periferia, ad una sola condizione: che il nuovo amico si batta con lui.

Fight Club è un film forte, che si inserisce prepotentemente nel contesto moderno e lo eviscera dall’interno riducendolo ad un imperativo essenziale: “Siamo la canticchiante e danzante merda del mondo”, come giustamente ci ricorda Tyler. L’ “uomo Ikea”, nel film interpretato da Edward Norton, ma nella vita quotidiana figura adattabile a molti impiegati insoddisfatti, raggiunge l’apoteosi della propria parabola decadente con l’esplosione del suo appartamento, sul quale l’uomo proiettava il desiderio di dare un ordine e un senso all’esistenza. Un ordine e un senso che mal si sposano con una realtà dominata dal caos e dall’imprevedibilità delle leggi naturali.

La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cavolate che non ci servono. Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita.

Il protagonista posa dunque la maschera di omuncolo frustrato ed alienato e indossa quella profetica di Tyler Durden (sì, ho sputtanato il colpo di scena finale a chi non abbia ancora visto il film. Vergognatevi ), per diventare un essere capace di fondersi con la real natura e creare un sistema che sia in grado di rispecchiarla pienamente: il “fight club”.

Tyler incarna l’istinto dionisiaco di cui parla Nietzsche ne “La nascita della tragedia”. Tale dimensione è quella attraverso la quale il mondo entra in contatto con le sue realtà più profonde, con il suo continuo fluire irrazionale. Di fronte all’abisso dell’irrazionale l’uomo moderno ha preferito edificare un mondo di forme compiute, ed è la paura e la vigliaccheria che l’essere umano prova nei confronti del senso tragico della vita ad averlo portato a fare ciò.

L’atteggiamento di Tyler è degno del superuomo nietzschiano: egli accoglie consapevolmente il significato intrinseco dell’esistenza e lo fa proprio trasformandosi in un “leone” da combattimento, metafora di pura volontà di potenza, e capace di annientare il “drago” dei valori moderni, che poggia sugli artefici fittizi della morale perbenista, figlia di un istinto apollineo che non ci rispecchia. Tyler è dinamite, un diavolo attuale, bello e incontrollabile, che avverte il paradossismo della nostra epoca e, dimenandosi in un groviglio di sangue, sudore e muscoli, approda a un nichilismo assoluto. Guardate il film, respirate a pieni polmoni il sudicio fetore che trasudano le membra di un gruppo di uomini che, dilaniandosi con calci, pugni e morsi, come animali, perchè animali siamo, lo siamo sempre stati, sperano di poter ritrovare una dimensione autonoma, e avvertirete anche voi il sottile fascino dell’autodistruzione e la valenza salvifica della dimensione istintuale.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: