Molto forte, incredibilmente vicino: due generazioni a confronto con la perdita

«Perché credi di essere qui, Oskar?»

«Sono qui, dottor Fein, perché mia madre è turbata dal fatto che trovo la mia vita impossibile.»

«E la cosa non dovrebbe turbarla?»

 «Niente affatto. La vita è impossibile.»

 

Oskar Schell ha nove anni, suona il tamburello, è convintamente vegano, ha una sensibilità fuori dal comune e il suo hobby preferito è cercare insieme al padre gli errori presenti nel New York Times.

Egli è il protagonista del romanzo “Molto forte, incredibilmente vicino”, edito nel 2005 dallo scrittore statunitense Jonathan Safran Foer, uno dei primi ad affrontare il tema degli attacchi terroristici alle Torri Gemelle all’interno di un’opera letteraria.

Dopo l’11 settembre 2001, infatti, la vita di Oskar cambia per sempre: l’adorato padre Thomas, che quel giorno si trovava in una delle due torri per concludere alcuni affari di lavoro, perde la vita nel tragico evento. Poco prima di morire egli lascia diversi messaggi nella segreteria telefonica, che Oskar – arrivato a casa da scuola in anticipo – ascolta, senza però avere il coraggio di sollevare la cornetta per rispondere. Questo fatto, unito al trauma della perdita, porta il ragazzino a formulare continue teorie su come il padre sia morto, dato che il suo corpo non è mai stato ritrovato.

Quando un giorno decide di andare nel ripostiglio dove il genitore teneva tutte le sue cianfrusaglie, Oskar scopre per caso la presenza di una chiave misteriosa all’interno di un vaso azzurro, accompagnata da un biglietto con su scritto “Black”. Dopo mille supposizioni elaborate dalla sua fervida immaginazione, il bambino inizia ad indagare, sperando che questa ricerca lo possa in qualche modo far sentire più vicino al padre: decide quindi di esplorare tutti e cinque i distretti di New York per far visita alle 472mila persone che fanno di cognome “Black”, in cerca di quella che conosca la giusta serratura per la chiave.

«E dopo c’era stato Bernie Black che aveva la vista su Gramercy Park, ma non la chiave per entrarci dentro, e secondo lui era peggio che guardare un muro. Chelsea Black aveva il segno dell’abbronzatura attorno all’anulare perché aveva divorziato appena tornata dalla luna di miele, e Don Black era animalista anche lui, e Eugene Black faceva anche lui collezione di monete. Fo Black abitava in Canal Street, che un tempo era un canale per davvero».

Una ricerca che potrebbe sembrare solo un piccolo risvolto della trama principale, ma che in realtà si trasforma nello snodo centrale di tutto il romanzo: nomi, case, persone, abitudini, stili di vita differenti diventano il mezzo con il quale Foer riesce a trasmettere la complessità della società contemporanea. Sebbene la fine delle ricerche non porti a nulla di sorprendente, la cosa più importante si rivela essere il percorso fatto per giungere a questa conclusione: Oskar è cresciuto, ha scoperto “un googolplex” di cose che non conosceva, e soprattutto ha imparato ad affrontare alcune delle paure che lo perseguitavano da  dopo la morte del padre, riuscendo finalmente ad accettare la perdita.

La bravura dell’autore sta in questo: niente colpi di scena improvvisi, niente finali sensazionalistici, solo tanti piccoli particolari che si uniscono a formare una storia diversa da tutte le altre, perché raccontata attraverso gli occhi di un bambino di nove anni, che filtra le informazioni che apprende con uno sguardo diverso, puro e sincero.

I protagonisti di questa storia però non sono solo Oskar e il suo papà; essa infatti ha origini più antiche, addirittura in un altro secolo e continente, e lega inconsapevolmente tutti i membri della famiglia Schell. Si tratta di una storia narrata attraverso delle lettere, che si intervallano con il resto della narrazione ad un ritmo sempre più frequente, fino a quando al lettore diventa chiaro che il loro autore non è altro che il nonno di Oskar.

Thomas Schell ha lo stesso nome del figlio che non ha mai voluto conoscere e non parla più dal 1945, anno in cui abitava ancora a Dresda e in cui ha perso per sempre la donna amata a causa dei bombardamenti che colpirono la città. Thomas Schell è colui che si rifà vivo dopo essere casualmente venuto a conoscenza della morte del figlio, insieme a due valigie piene di lettere mai spedite e a lui destinate – una per ogni giorno che gli è stato lontano – e tenta in ogni modo di avvicinarsi al nipote dopo aver scoperto le sue ricerche sulla chiave.

La storia di Oskar allora diventa inconsapevolmente la storia del nonno: l’esperienza della perdita e l’impossibilità di dimenticare sono emozioni provate da entrambi, solo in un periodo storico diverso. Solo un lutto in comune riuscirà a unirli per la prima volta, l’unica. Un incontro che avviene troppo tardi, che lega due persone collegate non solo da un rapporto di sangue, ma anche di dolore.

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