Scrivere un curriculum, ma che parli di te

Sempre più spesso inizia così, stai navigando in Internet o sfogliando un giornale quando la noti: eccola, è proprio lì, l’opportunità che stavi cercando, contenuta in un annuncio che, tra mille altri, riesce a catturare magneticamente la tua attenzione. Vuoi coglierla al volo, questa opportunità. Quindi ti informi, cerchi notizie precise che non fanno altro che accrescere il tuo interesse e alla fine magari trovi un bando. Ottimo, pensi, così saprai come muoverti, cosa è richiesto.

Cos’è necessario?
È necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.

Sospiri, va sempre così, sul più bello ecco che arriva la scocciatura. I curriculum ti trovano sempre impreparato, ti sembra di non aver collezionato abbastanza esperienze, che i tuoi titoli dicano troppo poco, vorresti approfondire per far trasparire qualcosa di te ma temi di diventare prolisso o che non sia rilevante, ti assalgono i dubbi, ti chiedi se quel corso di biliardo che hai fatto possa contare a fini lavorativi, arrivi a chiederti se non sarebbe stato meglio studiare meno ma avere qualche voce in più da aggiungere alla lista… Basta. Hai bisogno di mantenerti razionale. Escludi di riciclare il vecchio curriculum di tre anni fa che spedisci sempre, questa volta hai deciso di fare sul serio e prepararne uno per l’occasione.

Solo che, ad essere sincero con te stesso, non sei del tutto sicuro di sapere come si fa e cosa scriverci, d’altronde speravi di aver risolto il problema definitivamente tre anni fa. Le guide online non ti sembrano abbastanza affidabili, per un’opportunità come questa non puoi permetterti di sbagliare. La pressione ti fa quasi perdere le speranze, ma la nota forza della disperazione arriva in tuo soccorso e ti suggerisce di cercare consiglio tra le voci più autorevoli che esistano. Ed è così che, guardando tra i vincitori del premio Nobel, ti imbatti in Wisƚawa Szymborska, vincitrice nel ’96, e nella sua poesia Scrivere un curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.

È d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e ricordi incerti in date fisse.

Brevità, certo. Da una parte riconosci che si tratta di un requisito condivisibile, dall’altra ti sta stretto. Sarà davvero possibile condensare una vita in poche righe asettiche senza che nulla di importante venga trascurato? Capisci che la poetessa si riferisce non a quanto a lungo hai vissuto, bensì a quanto intensamente: dovrai essere breve a prescindere proprio dai fatti che hanno reso la tua vita davvero tua, dai pesi emotivi, dall’arricchimento venuto da un’esperienza apparentemente troppo marginale per passare la selezione. La sensazione è quella di trovarsi davanti ad un paradosso: le informazioni che dovrebbero metterti in luce vengono svuotate di te, la conoscenza viene sacrificata sull’altare della schematicità. Anche i dati certi sono importanti, lo riconosci, ma in cuor tuo ti sembra ancora che i tratti distintivi di te emergano proprio da quell’indistinto di cui, per brevità, non puoi parlare.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.

Più prosegui, più ti sembra di sprofondare nell’assurdo. Ti rendi conto che in fondo scrivere quel curriculum è un’operazione inutile: nulla del vero te riuscirebbe a trasparire da una fredda elencazione di date e luoghi; non ti rispecchia. Ti senti impotente mentre il documento si allunga e ti omologa. Invece di dimostrare che sei una persona unica, che hai delle qualità per cui dovrebbero scegliere proprio te per quella opportunità, togliendo spazio alle motivazioni cancella anche tutte le distinzioni tra te e la massa degli altri. Parli due lingue straniere? Come chissà quanti altri. Volontario della Croce Rossa dal 2014? Notevole, ci sarà solo qualche altro migliaio di persone come te. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche? Beh, dovrebbero essercene circa un centinaio di nuovi all’anno. Ma della passione per i paesi africani che ti distingue e ti aveva fatto scegliere proprio quel corso non ne puoi parlare.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.
È la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

Arrivi alla fine sentendoti quasi disgustato dal cinismo dei curricula. Costringe la tua originalità di persona nella formalità della sua struttura, attribuisce giudizi di valore alle tue scelte di vita: questo merita di essere detto, questo no. Questo ti permetterà di fare strada, questo non conta. È un presuntuoso pezzo di carta che pretende di raccogliere dati per venderti meglio ma nel farlo ignora le tue peculiarità, riducendo una persona esclusivamente al suo lato concreto. L’astratto, le motivazioni, non trovano spazio. Solo ciò che è oggettivo e vendibile merita di essere scritto e indica il tuo valore.

Non puoi riconoscerti in questa visione, non riesci ad uniformarti a questa catena che ti vorrebbe trasportato verso la fine da un nastro trasportatore impersonale. Non puoi accettare come metafora della tua vita il tuo curriculum, mimetizzato tra gli altri perché come gli altri rispetta il cinismo formale e finito nel tritacarte. In una società consumista anche di risorse umane, vorrai distinguerti, vorrai essere tu a stabilire per cosa vuoi essere conosciuto, nessuno meglio di te sa cosa ti ha formato. Vuoi sentirti libero di mettere nero su bianco che magari per te il tuo viaggio intorno al mondo è stato più formativo della laurea, lasciare che dalle parole emerga la persona, anche nel suo astratto.

Antoine De Saint-Exupéry nel Piccolo Principe scrisse che “Agli adulti piacciono i numeri. Quando raccontate loro di un nuovo amico, non vi chiedono mai le cose importanti. Non vi dicono: «Com’è il suono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?» Le loro domande sono: «Quanti anni ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?» Solo allora pensano di conoscerlo.”

Ecco, anche se scrivere il curriculum è un lavoro da adulti e ha delle regole che, ti piacciano o no, vanno rispettate, non dimenticare di aggiungere un po’ di te ai nomi e ai numeri vuoti che pretendono di parlare di teparla come se parlassi di te stesso, non come se ti evitassi.

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