Sylvia Plath e il falso mito romantico della “Sad Girl”

“La campana di vetro”: un romanzo drammatico sulla tragica spirale di una giovane promettente, ma incompresa, verso la depressione. L’autrice è Sylvia Plath, la “Sad girl” per eccellenza – sad prima che divenisse cool. La tragica bionda letteraria sacrificata all’altare della poesia. Romanticamente. Dopotutto, è inevitabile legare la Plath alla sua fine prematura di suicida. La sua fama è fiorita intorno alla sua morte, si è nutrita ed è cresciuta rigogliosa intorno essa, in maniera quasi parassitaria.

Parassitaria e nociva, perché far gravitare la Plath e le sue opere intorno ai suoi disturbi depressivi e alla sua morte significa appiattirla, limitarla, commettendo un errore grossolano e soprattutto una grande ingiustizia. Fragile, sì. Suicida, sì. E scrittrice e poetessa prolifica, autrice di libri per bambini, madre, insegnante, lavoratrice instancabile e pragmatica, giovane donna dall’humor tagliente, buona forchetta e amante dello shopping. La Plath non è solo una poetessa suicida, e “La campana di vetro” non è solo un romanzo sulla depressione: è anche sulla ricerca di rinascita dopo di essa.

“Fu un’estate strana, soffocante, l’estate in cui i Rosenberg morirono sulla sedia elettrica, e io ero a New York e mi sentivo come un’anima persa.”

Così si apre la narrazione dell’estate di Esther Greenwood, l’estate del 1953, in cui gli Stati Uniti sono asfissiati da umidità, maccartismo e perbenismo dilagante. Leggi Esther, ma vedi Sylvia: “La campana di vetro” è un romanzo semi-autobiografico, con cui la Plath si libera, dieci anni più tardi, del fardello della sua esperienza di praticantato presso la rivista newyorkese Mademoiselle, avvenuta nel 1953 e all’origine del suo primo crollo nervoso e tentativo di suicidio. Come la Esther del romanzo, appunto.

A New York Esther/Sylvia si scontra con un mondo alienato. Fatto di etichette, convenzioni, ritualità fini a se stesse, che incasellano l’individuo all’interno di classificazioni in cui non c’è spazio per alcuna sfumatura. O bianco o nero, o donna di carriera o madre, o vergine da sposare, o puttana. E come si può limitare la ragazza che voleva essere tutto, che voleva “provare ogni possibile sfumatura dell’esistenza”?

“Vidi la mia vita diramarsi davanti a me come il verde albero di fico del racconto. Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, […] un altro era l’Europa e l’Africa e il Sud America, un altro fico era Costantin, Socrate, Attila e tutta una schiera di amanti dai nomi bizzarri e dai mestieri anticonvenzionali, […], e dietro a questi fichi ce n’erano molti altri. E vidi me stessa seduca sulla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non sapere decidere quale fico scegliere.

Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri.”

A cinquant’anni di distanza, la situazione per le donne è sicuramente migliorata (possiamo raccogliere più di un fico), ma non risolta. Dunque è facile immedesimarsi in Sylvia, e non solo se si è donne. La ricerca assillante e angosciante di un’identità, di una vocazione. La frustrazione di fronte alle innumerevoli occasioni davanti a sé, alla propria incapacità di decidere, e la paura di sprecare tempo ed energie, appartengono ad ogni sesso, ad ogni tempo della vita.

Menomale che c’è la scrittura, che c’è il lavoro. Vocazione, consacrazione, per la Plath, dall’età di otto anni. Che pubblica dai dieci. Un talento giovane, ricoperto di borse di studio e premi. Un talento non solo fatto di ondate d’ispirazione, di genio fulmineo, improvviso e ispirato. Il suo è soprattutto meticoloso, studioso, perfezionista: anche così si costruisce il successo. Vocazione che è anche necessità, un modo di vivere. Scriveva nel suo diario, nel maggio 1953: “Voglio scrivere perché ho il bisogno di eccellere in un mezzo di traduzione ed espressione della vita. Non posso dirmi soddisfatta del colossale lavoro di vivere, soltanto vivere. Devo ordinare la mia vita in sonetti e sestine.” Vivere per scrivere, scrivere per vivere.

Ma Sylvia, cioè Esther, oltre che ambiziosa scrittrice, è soprattutto una diciannovenne. E prima che la campana di vetro cali su lei, che le tolga completamente l’aria già soffocante e rada di New York prima e di Boston poi, tramortendola e conducendola verso il barattolo di sonniferi della madre, è una giovane che va alle feste, è frustrata perché tutti i ragazzi sono più bassi di lei, e a un ricevimento elegante si sbafa un piatto intero di caviale, chiedendosi continuamente quale fosse la posata giusta per quale portata. È arrogante e insicura, frivola e pensosa, annoiata e recalcitrante. Ma va a sbattere contro la superficie liscia e trasparente della campana di vetro.

E non vi è nulla di romantico in tutto ciò. È una “serie interminabile di giorni, abbagliante, come un grande viale bianco di desolazione infinita”, senza scrivere né leggere, lavarsi o cambiarsi i vestiti, e le notti insonni, e le sedute di elettroshock. E dopo il confronto con la morte, una riabilitazione lenta, per imparare ad esistere fuori dalla campana di vetro, a (ri)conoscersi e riprendere la presa sulla propria vita. “La campana di vetro” è sì una lunga discesa agli inferi, ma con uno spiraglio, che lascia entrare una luce di speranza, ambigua. Il finale è infatti aperto: Esther è stata psicoanalizzata, “rattoppata, ricostruita, omologata per la strada”, ma il futuro è ricco di interrogativi.

A più di cinquant’anni dalla morte, la Plath è ancora al centro di dibattiti, articoli e libri. È stata, postumamente, psicoanalizzata, studiata, sezionata. La cultura americana se la porta con sé, da alcuni è stata persino definita la “Marylin Monroe della letteratura moderna”: entrambe talentuose, suicide e irrisolte, bionde. L’esistenza ardente, febbrile, della Plath, e la sua morte prematura colpiscono e sono facile oggetto di mitizzazioni romantiche, che tuttavia rischiano di appiattire la donna e la poetessa che Sylvia era sull’etichetta di “ragazza triste”, oscurando la sua Arte.

“Dietro a quelle poesie (la raccolta Ariel – nda) c’è una natura impetuosa e intransigente. C’è anche una bambina disperatamente innamorata del mondo. È c’è anche una strana musa, calva, bianca e selvaggia, nel suo “cappuccio d’osso” , che fluttua su un paesaggio simile a quelli dipinti dai primitivi.” (Ted Hughes su Sylvia Plath)

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