Establishment vs populismo: cambiare tutto per non cambiare niente

Marine Le Pen ha perso le elezioni presidenziali francesi. Referendum sull’euro e sull’appartenenza all’Unione, chiusura dei confini, pugno di ferro sull’immigrazione: niente di tutto questo diventerà realtà. L’asse franco-tedesco su cui si è retta l’Unione negli ultimi decenni si ricompone, i movimenti populisti sorti in tutto il Vecchio Continente subiscono una battuta d’arresto, l’Europa unita, in ultima analisi, è salva. Ma siamo davvero sicuri che se avesse trionfato la Le Pen  l’onda lunga del populismo si sarebbe abbattuta sull’Occidente sconvolgendone gli equilibri?

Per dare una risposta a questa domanda è necessario riportare indietro l’orologio a meno di un anno fa. Nella primavera del 2016 il voto sulla Brexit e le elezioni americane sono alle porte. Il mondo sta cambiando e presto non sarà più come lo abbiamo conosciuto finora. E’ una convinzione oramai diffusa, ripetuta come un mantra dall’uomo del talk-show come dall’uomo della strada. Una certezza che attende solo di essere confermata dai fatti.

Il primo appuntamento con la Storia è nel Regno Unito. Il 23 giugno 2016, giorno del voto sulla Brexit, il possibile divorzio di Londra dall’Unione viene considerato uno scenario da incubo. Le Borse coleranno a picco, la sterlina verrà polverizzata, le fondamenta ed i principi dell’Europa unita verranno sconvolti e non saranno più gli stessi. Infine, la Brexit sarà destinata a produrre un’inarrestabile effetto domino sulla fragile Eurozona: gli hastag Frexit e Italexit, coniati nel giro di una notte, si diffondono a macchia d’olio. Queste le fosche previsioni della vigilia, forse dettate nella speranza di poter tirare un sospiro di sollievo quando tutto finalmente sarà finito nel migliore dei modi. Così non accade: i capricciosi inglesi decidono di lasciare l’Unione. L’incubo Brexit è realtà.

Che cosa è accaduto dopo? I mercati effettivamente sono scesi subito dopo il voto, ma nelle giornate seguenti hanno limitato le perdite. La sterlina si è svalutata, ma certamente non ai livelli del marco tedesco degli anni Trenta. L’Eurozona è rimasta fragile più o meno quanto prima e l’Unione non è crollata, pur assomigliando sempre di più ad un gigante con i piedi d’argilla.
In Gran Bretagna ci sono stati i festeggiamenti dei sostenitori del “Leave”, le lacrime di qualche europeista e l’insediamento in fretta e furia di un nuovo governo guidato dal “vecchio” ministro degli Interni (qualsiasi paragone con le dimissioni di un premier sostituito dal suo ministro degli Esteri è puramente casuale).

Donald Trump e l’ex leader del partito indipendentista del Regno Unito Nigel Farage: populisti sulla cresta dell’onda?

Da quel momento in poi la Brexit è scomparsa dai radar per mesi. Il divorzio del Regno Unito dall’opprimente Europa, dipinto in campagna elettorale come una necessità che non poteva più essere prorogata, viene rimandato a data da destinarsi. L’attivazione della procedura di recesso prevista dai Trattati europei avviene il 29 marzo 2017, nove mesi dopo il voto. E l’uscita di Londra dall’Unione non avverrà prima di due anni di negoziati e compromessi, dichiarazioni di intenti e memorandum, protocolli e linee guida da rispettare (o da stracciare). Quello che doveva essere un colpo mortale all’architettura europea si trasforma in un match di burocrazia fra il governo di Sua Maestà e le cancellerie europee. Con il dibattito politico e mediatico ridotto ad una speculazione su quale sarà “il conto da pagare” per uscire dalla UE o su quanti  dipendenti la Goldman Sachs, piuttosto che la J.P. Morgan, deciderà di trasferire dalla City.

La seconda “rivoluzione” arriva dagli Stati Uniti. Le elezioni presidenziali sono imminenti e la vittoria di Donald Trump viene vista allo stesso tempo come una catastrofe e come una speranza. Da un lato The Donald aprirà le braccia all’ “orso russo” Putin, murerà il confine con il Messico e deporterà milioni di immigrati, metterà in discussione la Nato e scommetterà sul crollo dell’Europa Unita. Dall’altro, il tycoon newyorkese diventerà un faro per la middle class oppressa dai colpi di coda della crisi, straccerà gli accordi che fanno fuggire all’estero le aziende e i posti di lavoro, rivoluzionerà il fisco e cancellerà la “statalista” riforma sanitaria di Obama.

Nella notte dell’8 novembre 2016 Donald Trump diventa il nuovo presidente degli Stati Uniti. Ma come accaduto con la Brexit, la rivoluzione promessa diventa presto una rivoluzione mancata. Il bando sull’immigrazione dai paesi musulmani, punta di diamante della nuova politica delle frontiere chiuse, viene  bloccato dai tribunali e nemmeno lo stesso Trump sembra molto disposto a difenderlo. Il Muro con il Messico costa troppo e la legge di bilancio non stanzia i fondi per costruirlo. L’accordo per il libero commercio con Canada e Messico, dipinto in campagna elettorale come una disgrazia per l’economia americana, non verrà terminato ma “rinegoziato”. Tradotto dal politichese: tolta qualche operazione di make-up rimarrà sostanzialmente lo stesso. Mentre le ambiziose riforme del fisco e della sanità dovranno passare sotto le forche caudine del Congresso, con deputati e senatori poco disposti ad allentare le corde della borsa della spesa federale.

Ma è nella politica estera che vi è  la maggiore “svolta”. La promessa elettorale di un nuovo isolazionismo viene contraddetta dall’attacco aereo in Siria e dallo scontro con la Russia. In Afghanistan viene sganciata la bomba più potente al mondo dopo quella atomica. La spesa per la Difesa è aumentata di 54 miliardi di dollari. E sempre in Afghanistan, Trump studia l’invio di nuove truppe.

La svolta interventista della politica estera di Trump: nella notte del 6 aprile 2017 una sessantina di missili Tomahawk vengono lanciati contro la base siriana di Shayrat.

La vittoria di Marine Le Pen in Francia, qualora fosse avvenuta, forse avrebbe seguito lo stesso copione. Non potremo mai saperlo con certezza, ma i precedenti depongono in tal senso. Lo status quo resiste nonostante i cambiamenti. Perché l’establishment e i populismi sono nemici solo all’apparenza, ma in realtà rappresentano due facce della stessa medaglia. I vari Lepen e Trump hanno bisogno dell’establishment perché senza un nemico da attaccare non aumenterebbero i propri consensi. Mentre gli apparati di governo agitano lo “spauracchio” dell’estrema destra per accrescere il proprio potere.

Questi due campi si passano la pallina come a tennis. Si alimentano a vicenda“: non sono le parole di un oscuro teorico del complotto ma dell’ex ministro dell’Economia della Grecia Yanis Varoufakis. Tifare questo o quel giocatore non cambierà lo stato delle cose. Perché l’unica arma che il cittadino può usare per vincere la partita è interrompere il gioco. E trasformarsi da semplice spettatore ad attore che lavora per il cambiamento.

About Andrea Battistone 8 Articles
Nato nel 1991 a Milano, vivo e studio a Torino. Laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti, le mie più grandi passioni sono il giornalismo e il diritto. Recito da quasi dieci anni in una compagnia teatrale portando in scena commedie divertenti, ma anche spettacoli che fanno riflettere. Mi interesso di politica, cultura, spettacolo e di tutto ciò che accade intorno a noi.

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