Rupi Kaur, e della poesia (ancora oggi)

“In the spirit of intl women’s day” , Rupi Kaur

La poesia è una cosa semplice e antica. Mi piace credere che, da quando esiste l’Uomo, esista la poesia per raccontarlo. La poesia, ce lo insegnano da quando iniziamo a studiare letteratura alle scuole elementari, ha l’incredibile virtù, virtù che è comune a tutte le Arti, di essere universale e di promuovere la vicinanza spirituale e mentale tra tutti gli esseri umani. Eppure la poesia, e la scrittura in generale, è anche una faccenda estremamente intima: parafrasando Ungaretti, è esplorare il fondo del proprio abisso personale attraverso la parola. Siamo abituati a pensarla come un’arte difficile, a volte arzigogolata, fatta di strofe ben studiate e sestine polverose, ma la poesia è soprattutto uno strumento per sentirci più umani. Per elaborare noi stessi, ogni giorno – la poesia del quotidiano, come spesso si dice.

E la poesia, come ogni forma d’Arte, si è evoluta insieme all’uomo. Oggi si fa poesia su Facebook, Twitter, Instagram, Tumblr, attraverso post, tweet e immagini con filtro vintage. Queste piattaforme si stanno dimostrando preziose per artisti emergenti che, superata la fase da “poeti del cassetto”, desiderano condividere la propria Arte con il maggior numero possibile di persone e, perché no, farne un lavoro. Perché la poesia non è un’arte in decadenza, relegata a libri scolastici lontani anni luce dal comune sentire: poesia si fa ancora e i giovani poeti vogliono farsi sentire. E tra questi artisti, oggi parliamo di Rupi Kaur, poetessa canadese di origini indiane, più precisamente di etnia Sikh, che sta raccogliendo intorno a sé sempre più plauso e consensi, sia da pubblico che critica.

Rupi è l’incarnazione della poesia come mezzo per esplorarsi, capirsi e, specialmente per quanto la riguarda, superare un trauma. La Kaur infatti ha iniziato a prendere seriamente la scrittura dopo essere stata vittima di violenza sessuale: è stato il suo strumento di sopravvivenza e catarsi. Poi è arrivata l’interpretazione dei testi dal vivo, il successo su Instagram, e nel 2014 la raccolta milk and honey – nella lista dei best seller del New York Times per ben 25 settimane consecutive.

Le sue poesie sono estremamente potenti: in poche righe, fluide e immediate, intrise di quotidianità sia nelle situazioni che nel linguaggio, parla di com’è essere donna, di colore e immigrata di seconda generazione, oggi. E di amore, di sofferenza e guarigione, da trovare soprattutto in se stesse e grazie ad altre donne. Come nella poesia seguente:

Rupi Kaur, 2016

Rupi scrive senza distinguere maiuscole e minuscole, utilizzando solo il punto fermo come segno di punteggiatura: richiamo e omaggio alle sue radici, cioè alla lingua punjabi. I versi sono accompagnati da illustrazioni, lineari ed essenziali come il linguaggio che incorniciano, che sono realizzate da lei stessa.

Particolarmente interessante e toccante è l’interpretazione della poesia “I’m taking my body back”, durante una TED Talk nel settembre 2016: un canto sulla lotta per riprendere il proprio corpo, e se stessa, dopo la violenza sessuale subita. La poesia prende vita attraverso il corpo di Rupi: la poetessa è tutt’uno con i suoi versi, che diventano un canto fluido e monocorde, avvolgente e rigenerante quasi come una doccia dopo una lunga giornata polverosa. Il proprio corpo è la propria casa, è “sunlight kissing my eyelids open, and washing yesterday out of my hair”. La Kaur dà voce ad esigenze e battaglie moderne ma dalle radici estremamente antiche, e lo fa a tutto tondo, proponendo un’opera d’arte totale: alle parole accompagna illustrazioni, video e fotografie e interpretazioni sul palcoscenico (con veri e propri tour per la lettura delle sue composizioni).

Rupi Kaur è un’interessante ed energica nuova voce per la poesia mondiale, il cui lavoro vale sicuramente la pena approfondire, in attesa di nuovi progetti. Ma non solo: lei e i suoi “colleghi”, poeti moderni del web, sono la prova vivente di come la poesia sia flessibile, multiforme e mai banale, come riesca ogni volta a veicolare le esigenze dell’uomo e a divenirne strumento per condividere gioia, riflettere sul dolore, superare la sofferenza, e sentire tutto un po’ di più – essere più presenti e più uomini, con semplicità, ogni giorno, che sia con matita e foglio bianco o con un foglio elettronico.

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