La Turchia a un anno dal golpe

A distanza di un anno dal golpe fallito del 15 luglio 2016, la Turchia si presenta come un paese lacerato da divisioni interne, dove le azioni sempre più autoritarie del Presidente Erdoğan stanno facendo sì che i diritti civili dei cittadini siano prevaricati in misura sempre maggiore.

Agli osservatori esterni si presentano due scenari opposti, nella misura in cui al sostegno popolare dimostrato in più occasioni e ai trionfali discorsi del Presidente rispondono le voci adirate e indignate di civili, politici dell’opposizione, giornalisti e attivisti che reclamano una Turchia democratica che salvaguardi la libertà di pensiero e il multipartitismo politico.

Erdoğan rifiuta con sprezzo l’etichetta di dittatore che sempre più spesso gli viene affibbiata e risponde con un discorso trionfale che ha come apice la proclamazione del 15 luglio come giornata nazionale, “festa della democrazia e dell’Unità nazionale”. È un mare entusiasta quello della folla ai suoi piedi, che sbandiera il proprio consenso con striscioni e arriva a incitare il ritorno della pena di morte quale giusta punizione per i traditori.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan

L’opinione pubblica mondiale, nel frattempo, guarda con sospetto e preoccupazione ai recenti sviluppi nel paese, in misura anche maggiore in seguito al contestato referendum costituzionale svoltosi ad aprile e che ha conferito poteri enormi al Presidente. L’opposizione interna è capeggiata dal leader del Partito repubblicano, Kemal Kilicdaroglu, che si è guadagnato il soprannome di “Gandhi” turco, mentre oltreoceano risiede in Pennsylvania l’imam Fethullah Gülen, antico alleato del Sultano, oggi accusato di tradimento e terrorismo, come d’altra parte la maggior parte degli oppositori.

La principale e più grave accusa rivolta al Presidente Erdoğan è di essere venuto a conoscenza del piano del 15 luglio 2016 e non aver preso misure per evitarlo, così da potersi poi accanire, non solo “tagliando la testa ai traditori”, come ha affermato nell’ultimo discorso pubblico, ma facendo piazza pulita di ogni forma di opposizione.

Uno sguardo ai numeri sembra confermare quest’ultima tesi: a partire dalla fatidica data, furono circa 50 mila gli arresti e 100 mila i lavoratori licenziati o sospesi. Oltre ai militari che si sollevarono, fra i quali non furono estranei casi di suicidio in seguito alla condanna, vittime delle purghe sono stati anche funzionari pubblici, insegnanti, giornalisti. Secondo le stime, solo il giorno dopo la sollevazione dell’esercito sono stati arrestati 2.745 giudici, pari a un terzo del totale.

Non ultimo va segnalato l’ultimo tragico appello diffuso da Amnesty International, che chiede a gran voce la liberazione di Taner Kılıç, presidente di Amnesty International Turchia, arrestato il 6 giugno e di Idil Eser, direttrice di Amnesty International Turchia, arrestata il 5 luglio. A questi vanno aggiunti Nuriye Gülmen, docente universitaria e Semih Özakça, un insegnante di scuola elementare, entrambi in sciopero della fame dai primi di marzo dopo aver perso il lavoro.

Il leader del Partito repubblicano Kemal Kilicdaroglu

L’iniziativa più eclatante contro il sistema del terrore eretto da Erdoğan è la marcia per la pace e per la giustizia, che al grido “Hak, hukuk, adalet” (“Diritti, legge, giustizia”) ha coinvolto un milione di persone, partendo da Ankara il 14 giugno e giungendo a Istanbul l’8 luglio scorso. La marcia, guidata proprio dal capo dell’opposizione Kilicdaroglu, è stata salutata come “il giorno della rinascita” ed ha avuto risonanza di portata internazionale.

Scontri politici, contraddizioni e un volto più aggressivo che in passato sono dunque gli elementi offerti dalla Turchia odierna, e tali elementi ritornano prepotentemente con riferimento agli scenari internazionali che vedono coinvolto il paese. Anzitutto la questione di Cipro Nord, in cui Erdoğan ha estratto la carta del nazionalismo per opporre resistenza alla riunificazione dell’isola, un’opposizione che risulta nuova nelle trattative tra turcociprioti e grecociprioti ed è spia del nuovo atteggiamento del leader turco.

D’altra parte, è la questione del rispetto dei diritti che balza in primo piano nel rapporto con l’Unione Europea, caratterizzato da ambiguità e dietrofront; recentemente il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha infatti rilasciato una dichiarazione in cui afferma che non può esservi  avanzamento delle trattative per l’ingresso nell’Unione se prima la Turchia non ne sposa i valori. Si invocano “diritti umani, libertà di stampa e stato di diritto“, pilastri quasi scontati per l’Europa occidentale, ma ben lungi dal trovare effettiva applicazione nella terra del Sultano.

 

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About Alessandra Veglia 13 Articles
Studentessa del Terzo anno del Sid, caporedattrice per Sconfinare. Scrivere è per me una terapia, alla stessa maniera dello sport e dell'arte. La passione per le lingue e le culture straniere segue passo passo. Per il momento nessun progetto di vita concreto, spero in un'ispirazione improvvisa che sorga in qualche luogo ameno, come la cima di una montagna, una spiaggia deserta o la doccia di casa.

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