Kurdistan: storia di un referendum

“Vuoi che la regione curda e le aree del Kurdistan fuori dall’amministrazione regionale diventino uno Stato Indipendente?”

Questo il quesito sottoposto alle popolazioni curdo-irachene dei governatorati di Erbil, Dohuk, Sulaymaniyya e Kirkuk il 25 settembre 2017.

Il popolo curdo nella sua interezza si localizza non solo nella zona nord dell’Iraq, dove raggiunge i 5,5 milioni, ma anche in quella nord-est della Siria, sud-est della Turchia e nord-ovest dell’Iran: sono 30 milioni le persone di etnia curda che ad oggi non hanno uno stato e costituiscono delle minoranze nei paesi in cui si trovano.

Le due guerre mondiali

La frammentazione dello stesso gruppo etno-culturale cha ha dato origine a comunità autonome, negli anni spesso in conflitto le une con le altre, ha inizio con la disgregazione dell’Impero Ottomano e la spartizione dei suoi territori durante la prima guerra mondiale: prima con gli accordi di Sykes-Picot tra Francia e Gran Bretagna nel 1916, poi con i Trattati di Sèvres (1920) e di Losanna (1923). La nascita di un Kurdistan autonomo, ipotizzata nel trattato del ’20, non viene presa in considerazione in quello successivo, lasciando pendente la questione curda.

L’irruzione sulla scena mondiale del nazionalismo curdo avviene nel 1946, proprio alla fine del secondo conflitto mondiale, con la creazione in Iran della Repubblica Indipendente del Mahabad: è proprio lì che Mustafa Barzani fonda il Partito Democratico Curdo poi Partito Democratico del Kurdistan (KDP), che rappresenterà da quel momento il volto politico delle battaglie indipendentiste curdo-irachene.
Solo nel ’75 si affaccerà sulla scena politica curda un’alternativa al KDP con Jalal Talabani e la sua Unione Patriottica del Kurdistan (PUK).

Saddam Hussein e le no-fly zone

L’avvento di Saddam Hussein è causa di enormi sofferenze per il popolo curdo: tra il ’87-’88 si svolge, infatti, la campagna di al-Anfal contro il popolo curdo, genocidio ad opera del governo iracheno durante il conflitto con l’Iran, culminante nel ’88 con l’attacco con gas nervini alla cittadina di Halabja e la morte di circa 5.000 curdi.

Dopo la guerra del Golfo, a causa di forti conflittualità etniche all’interno del territorio iracheno la coalizione occidentale, guidata dagli U.S.A, istituisce nel ’91 due no-fly zone. E’ un passo fondamentale nel raggiungimento dell’indipendenza da parte del popolo dei curdo-iracheni.

La regione del Kurdistan diviene virtualmente autonoma, si crea uno stato curdo de facto e seguono nel ’92 l’elezione del primo governo regionale del Kurdistan e dell’assemblea nazionale. Nello stesso anno si svolgono le elezioni parlamentari che vedono sia la spartizione in misura uguale dei seggi tra KDP e PUK, sia l’affidamento di cinque di questi alle minoranze presenti nella regione.

Conflitti e scontri con i governi centrali rappresentano la quotidianità per le comunità curde, ma nello stesso tempo all’interno delle stesse vi sono delle forti tensioni tra partiti politici rivali che si contendono la leadership del nazionalismo e dell’indipendentismo curdo. La guerra civile curda (1994-1998) combattuta  tra KDP e PUK ne è un esempio.

La creazione del KRG e i rapporti con la Turchia

La caduta del regime baathista nel 2003 e la disposizione nel 2005 di nuove elezioni per il parlamento, incaricato di redigere una costituzione, rappresentano un momento di svolta per il sogno indipendentista: all’interno della nuova carta costituzionale viene sancita l’istituzione di regioni su base etnico culturale.

Segue quindi la creazione di un Governo Regionale Curdo (KRG) nei governatorati a maggioranza curda di Dohuk, Erbil, Sulaymaniyya (gli stessi, assieme a quello di Kirkuk, oggetto del referendum consultivo di settembre), dotato di un esercito indipendente, i peshmerga. La presidenza viene affidata a Masoud Barzani, figlio di Mustafa.

La gestione delle risorse naturali e nello specifico del petrolio rappresenta uno dei maggiori punti di scontro tra Baghdad e il KRG: controllarne la produzione e l’esportazione è funzionale per il governo regionale, significa autofinanziarsi ed emanciparsi dal governo centrale. La visita di Erdogan a Barzani nell’aprile del 2011 e quella del leader del KDP ad Ankara nel novembre dell’anno successivo testimoniano l’autonomia del KRG nel rapportarsi con potenze facenti parte a tuti gli effetti della comunità internazionale e la capacità di riuscire a stipulare con quest’ultime accordi economici di rilievo.

Nel maggio del 2012 è iniziata infatti la costruzione di oleodotti e gasdotti dal KRG verso la Turchia, che se da una parte ha sancito l’unione commerciale dei due paesi, dall’altra ha rappresentato un grande vantaggio geopolitico per Ankara: un Kurdistan autonomo, che non minaccia l’integrità territoriale dell’Iraq e nello stesso tempo si trova sotto l’influenza turca delegittima uno degli oppositori politici più pericolosi e destabilizzanti per i governo turco il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan).

La guerra civile siriana e l’avanzata dell’I.S.I.S

La guerra civile siriana e l’avanzata delle truppe del sedicente Stato Islamico costituiscono dei fattori che rendono instabile la regione: Baghdad, inoltre, ha contribuito nel 2014 ad allontanare sempre di più il KRG dal governo centrale. non versando la quota di budget statale prevista per affrontare la crisi dei profughi siriani e per il sostentamento dei peshmerga. 

L’accordo raggiunto a dicembre 2014 rappresenta, tuttavia, un esempio di possibile collaborazione tra i due poli di potere iracheni: esso prevede la consegna giornaliera da parte del KRG di 550.000 barili di petrolio alle autorità centrali e l’impegno da parte di Baghdad di collaborare alle spese sostenute da Erbil tramite l’investimento del 17% del budget nazional

Nel 2014 avviene anche la riconquista da parte delle forze peshmerga di Kirkuk, ricco centro petrolifero prima sotto il controllo dello Stato Islamico. La città e il suo governatorato hanno dovuto esprimere il loro parere nel referendum di settembre proprio a seguito della liberazione per mano dei peshmerga, sebbene non rientrino nei territori storicamente curdi: l’abbondanza delle loro riserve petrolifere costituisce un grande vantaggio per il KRG nei confronti di Baghdad.

Il referendum sembra rappresentare un momento importante all’interno della carriera politica di Barzani, oltre ad essere un mezzo per rendere la scissione del KRG dall’Iraq legittimata dal consenso popolare. Secondo un movimento di opposizione al referendum No for Now nato nello stesso Kurdistan Barzani vede nel referendum la possibilità di rafforzare il proprio potere e quello del partito a discapito del PUK e del Gorran, che hanno assistito recentemente alla morte dei loro leader storici.

Il referendum e la reazione di Baghdad

I risultati del referendum consultivo del 25 settembre sono chiari: un’affluenza del 72,6 % dei circa 5,3 milioni di elettori registrati e il 92,7 % di sì. Le parole di Barzani dopo l’esito cercano di rassicurare il governo iracheno, egli sottolinea sia che l’indipendenza è possibile solo tramite dei seri negoziati con l’Iraq sia che il referendum è di natura consultiva e simbolica.

Nel frattempo la corte suprema irachena l’ha dichiarato incostituzionale e, dopo i risultati, Baghdad ha approvato una mozione che vede possibile lo schieramento dell’esercito iracheno a Kirkuk e nelle zone contese. Il 29 settembre il governo centrale ha inoltre bloccato lo spazio areo tra Erbil e Sulaimaniyya ed emesso un divieto di transito nei cieli del KRG per i voli.

La posizione di Iran, Turchia e U.S.A

Iran e Turchia temono che questo risultato possa incoraggiare i movimenti secessionisti dei loro paesi: nell’incontro tra Erdogan e Rouhani avvenuto il 4 ottobre 2017 si è parlato di possibili azioni da intraprendere per “punire” il KRG, come l’embargo petrolifero, la chiusura dello spazio areo e il blocco ai valichi di frontiera.

Il primo ministro turco Binali Ildirim aveva già definito sbagliata e irresponsabile la decisione di indire il referendum, certo che l’esito sarebbe stato accompagnato da problemi e scontri. Il referendum non trova neanche il favore degli U.S.A che, per conto del Segretario di Stato Rex Tillerson, dicono di non riconoscere un referendum unilaterale e di supportare, invece, un Iraq “unito, federale e democratico e prospero”.

Secondo gli U.S.A il voto curdo può portare a un indebolimento del Primo Ministro iracheno Haider al-‘Abadi nelle imminenti elezioni generali di aprile 2018. Nella logica statunitense un al-‘Abadi debole costituisce un vantaggio per l’Iran e per i suoi sostenitori: Washington avrebbe preferito che il referendum si fosse svolto dopo le elezioni e nel frattempo avrebbe volutoaiutare il dialogo tra Erbil e Baghdad, supportato da Francia e Regno Unito.

I rapporti con la Russia

L’unico paese che ha espresso opinioni favorevoli per lo slancio indipendentista curdo è la Russia. “Siamo interessati al fatto che il popolo curdo come una qualsiasi altra nazione sul pianeta possa esaudire le proprie speranze e le proprie aspirazioni.” Queste le parole del Ministro degli Esteri Sergey Lavrov in luglio.

La Russia vede nel KRG un possibile partner economico nel campo del petrolio e dei gas naturali: in febbraio la Rosneft, azienda petrolifera russa a partecipazione statale, ha prestato alla regione semi-autonoma 1,2 miliardi di dollari, diventando la prima compagnia straniera a pre-finanziare pubblicamente gli export curdi.

In giugno è stato stipulato tra Russia e KRG un nuovo accordo relativo a prestiti monetari supplementari e alla ricerca di altro petrolio: con un investimento totale che si avvicina ai 2,8 miliardi di dollari, e che non sembra essere l’ultimo, Mosca diventa così uno dei più grandi finanziatori del KRG e a controllare  un territorio  per lei strategico tra Turchia e Siria.

Il referendum curdo e i suoi esiti sembrano quindi aver scatenato delle reazioni a catena ed aver aperto dei nuovi scenari all’interno di una zona storicamente instabile. Non ci resta che aspettare di vedere quali siano le prossime mosse dei soggetti interessati.

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