“NON ASPETTARMI VIVO.” Voci di ragazzi jihadisti

Credits to Wikimedia Commons. Battaglia di Raqqa, giugno 2017.

di Natalie Sclippa

“A gruppi di cinque, di sei, di tredici, in ciabatte o calzando un paio di sneakers tarocche, i ventenni sparivano così, alla buona, per rinascere cittadini virtuali d’un mondo nuovo; e da quell’altrove arcaico e però ben connesso si facevano vivi con la famiglia in ansia, via Facebook, Skype o WhatsApp, per far sapere di essere sulla strada del paradiso”.

Cosa significa avere vent’anni? Cosa significa avere vent’anni in un mondo che non ti considera e che non ha bisogno di te? Perché, in fondo, con le tue competenze, con la tua stessa esperienza ce ne sono a centinaia, se non a migliaia. E allora ti ritrovi disoccupato e l’unica cosa che ti resta da fare è andare al bar, ordinare un caffè e vedere quanti altri ventenni come te stanno aspettano l’occasione della vita. Poi, però, arriva qualcuno che non solo ti ascolta, ma sembra anche comprendere il tuo disagio e il tuo dolore; e non importa se il tuo sfogo avviene online, su una chat con uno sconosciuto: lui ti capisce, inizia a conoscere te, la tua famiglia, le tue abitudini, i tuoi punti deboli. Si chiacchiera del più e del meno, fino a quando lui non comincia a parlare di religione, della vera religione e accusa i tuoi cari di essere dei miscredenti, degli impuri, gente di cui non ci si deve fidare. E tu, con i tuoi vent’anni e poche speranze, cadi in un vortice pericoloso chiamato radicalizzazione.

Anna Migotto e Stefania Miretti si sono messe in viaggio verso il nord Africa per incontrare le famiglie e gli amici dei foreign fighters partiti per la guerra santa in Siria: questo è il filo conduttore del libro NON ASPETTARMI VIVO. La banalità dell’orrore nelle voci dei ragazzi jihadisti, edito da Einaudi. Dalle loro interviste traspare la velocità e la facilità delle operazioni di reclutamento che, quasi sempre, avvengono online. Inoltre, le autrici hanno anche discusso con Malik, jihadista della prima ora, che ha combattuto dapprima in Iraq e poi in Siria nel 2013 e che si discosta dal sedicente Stato Islamico: lui ha lottato per degli ideali e ha una conoscenza approfondita del Corano, mentre la violenza dei miliziani del Dā’ish e le loro azioni brutali smentiscono un legame profondo con la religione musulmana.

Allora qual è il motivo che spinge tanti ragazzi e tante ragazze ad abbandonare tutto per andare a combattere la guerra santa?
Per trovare una risposta adeguata le due giornaliste si sono recate alla Zitouna di Tunisi, la più antica università del mondo, dove hanno incontrato il professor Mohamed Mestiri. Alla loro domanda, Mestiri ha risposto: “Una soluzione facile che ti assicura la gloria in vita e poi il paradiso: cosa c’è di meglio? Che garantisce un buon salario senza che tu abbia dovuto sforzarti di acquisire competenze, perché i guerrieri di Dā’ish, lo sappiamo, sono ben pagati e per di più in dollari… ma è il massimo!”. E non è l’unico motivo. Ci sono le donne, donne da sposare una volta arrivato in Siria e le vergini che ti aspettano in paradiso quando sarai diventato martire. Finalmente, non sarai più un nullafacente, un buono a nulla, uno sfaticato disoccupato: potrai mandare a casa soldi e rendere orgogliosa la tua famiglia.

Questo è il racconto di tante vite che si intrecciano, di padri e madri disperati che si rimettono sulle tracce dei loro figli, sperando che un giorno possano tornare a casa e ricominciare una nuova esistenza; storie di rapper che in una notte hanno abbandonato il microfono e hanno imbracciato un kalashnikov; di giovani donne che giravano in minigonna e rifiutavano il velo che sono diventate spose e, molto spesso, vedove di combattenti; di ragazzi di periferia e di ragazzi di buona famiglia, convinti di trovare con la forza il loro posto nel mondo; storie di fratelli, sorelle, cugini e amici inghiottiti in un vortice pericoloso.
Storie di giovani uomini e giovani donne che cercavano giustizia e libertà ma hanno trovato solo violenza, distruzione e morte: storie da conoscere.

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