Animali da Bar: racconti di vita al Verdi Off

I protagonisti di "Animali da Bar" della Carrozzeria Orfeo

di Natalie Sclippa Virginia Quarantotto

Ci meritiamo di essere felici? Siamo abili burattinai della nostra vita o (invece) galleggiamo nella monotonia delle giornate, venendo poi inghiottiti dalle avversità? Riusciamo ad essere dinamici o ci abbandoniamo alla “normalità”, al pressapochismo e all’inadeguatezza? I personaggi di Animali da bar, andato in scena il 26 febbraio al Teatro Verdi di Gorizia, non sono mai fermi. Come barche sbattute da una tempesta, approdano in un bar che è il loro porto: Mirka, la banconiera, ascolta i loro guai e le loro sfuriate e offre loro da bere, unico nutrimento per anime infelici.

Milo l’impresario di pompe funebri per animali di piccola taglia, Sciacallo il ragazzo bipolare, Svarovski lo scrittore ubriacone, Colpodifrusta il melariano buddista che protesta per un Tibet libero, Mirka la barista ucraina che affitta il proprio utero per soldi e il Nonno, vecchio razzista che costruisce bombe per uccidere i cinesi: persone mediocri che conducono una vita insoddisfacente e fondamentalmente triste. La loro ricerca della felicità si incaglia negli scogli dell’esistenza.

Assistiamo, durante i tre atti dello spettacolo, allo svolgersi delle loro disgrazie proprio come fossimo seduti accanto a loro, al bancone del bar. Così si finisce per provare tenerezza per i loro testardi tentativi di rimanere a galla e si fa il tifo per loro. Si spera che ce la facciano, perché ogni personaggio è anche parte di ciascuno degli spettatori. I loro desideri inespressi e le loro paure sono universali ed il linguaggio con cui sono espressi li fa sentire ancora più vicini. In fondo, tutti si aspetterebbero un lieto fine.

Un linguaggio drammaturgico graffiante e quotidiano, che pare realmente tratto da chiacchiere da bar. Parolacce, insulti e bestemmie si uniscono a movimenti scenici ben sincronizzati e potenti per catapultare lo spettatore nel mezzo della vicenda, cui collabora anche un indovinato gioco di luci. Estremamente espressivo, un singolo riflettore colpisce un fiotto di birra che cola dal bancone nel buio più completo del palcoscenico. Una luce nelle tenebre come uno spiraglio di speranza nella vita degli sfortunati protagonisti. La componente visiva è, d’altro canto, molto cinematografica. Pare che la commedia sia scritta in linguaggio filmico, a partire dalla scena iniziale, visualmente impressionante: un rewind che passa per tutti i momenti cruciali della storia. Ed è l’enorme bravura degli attori, la loro recitazione corporea impeccabile, che trasforma una buona idea in una sequenza esplosiva. I componenti della Carrozzeria Orfeo intrecciano le loro vite, sapendo che “nessuno può aiutare nessuno”.

I protagonisti di “Animali da Bar” con sembianze animalesche, riprese anche nella locandina. (credits: Facebook)

 Il vero “punto luce” della vicenda, è lo stesso drammaturgo a rivelarlo, sono l’ironia-autoironia di cui ogni personaggio è capace e la determinazione a non arrendersi. Emblema ne è Milo, trentacinquenne che annaspa fra la crisi economica e la competizione con un’altra impresa di pompe funebri per animali domestici. Mai una parola di sconforto, il suo obiettivo è una stabilità così lontana da parere irreale. Eppure sono desideri normali, i suoi: una moglie, dei figli, una casa tutta sua. Ed è l’unico che riuscirà a costruirsi una vita al di fuori di quel bar.

La negatività che serpeggia nel locale è impressionante: la brutalità di Svarovski è quasi allarmante, entra come una lama nelle teste, riesce a incunearsi tra i pensieri razionali e fa scaturire emozioni contrastanti. Commenta il mondo lo scrittore, vorrebbe “chiudere il mondo per 2-3 generazioni e trovare un po’ di gioia”. Ma questo suo disperato realismo lo ha fatto allontanare anche dalla figlia, che vedeva nel padre un punto saldo. “I mostri esistono veramente e ci inseguono per tutta la vita”: sta a noi riconoscerli e affrontarli.  

Non da meno è Mirka, che si racconta un po’ a Colpodifrusta e a cui dice che “il grande problema dell’amore non è trovarlo ma è come liberarsene”. La disillusione traspare dal volto della donna, abituata ad un’esistenza grigia.

Oggi il mio regno è quella terra di nessuno. Il porto accende ad altri i suoi lumi; me al largo sospinge ancora il non domato spirito, e della vita il doloroso amore. (Umberto Saba)

È anche un teatro sociale e verista quello portato in scena dalla Compagnia Orfeo, che racconta dei problemi umani attraverso la risata. Le scene comiche che coprono quasi per intero i primi due atti servono a costruire, pezzo dopo pezzo, le vite dei protagonisti e, con esse, quelle degli spettatori. Oltre a questo, però, smascherano la vera e nascosta indole di ciascuno: la paura del diverso, dell’incerto, della morte, di soffrire, di rimanere soli. E tanto più potentemente lo fanno, quanto più è triviale il linguaggio usato. Si ride alle battute pesanti sulla Chiesa, sugli stranieri, sulle prostitute, godendo della protezione dall’oscurità della sala, ma soprattutto perchè in fondo in fondo una parte di noi comprende quelle parole di poco gusto, le ha pensate e ne ha riso a sua volta. Forse in questo c’è una sorta di espiazione, di purificazione, una catarsi degli stessi pensieri che coviamo. Sicuramente ciò che rimane, al termine della commedia, è un po’ d’amaro in bocca.

Il mare insegna ai marinai dei sogni che i porti assassinano. (Bernard Giradeau)

Si sa, del resto, che le vite dei personaggi non diventeranno felici in un attimo, come tutti conoscono l’ipocrisia che regna sovrana attorno alle stesse battute che hanno fatto più ridere. Però è necessario che la scena finale rovesci la vicenda come un calzino, perché si possa vedere cosa c’è sotto e sbugiardare l’irrealtà delle aspettative che ciascuno si costruisce. Questo è uno spettacolo che prende, trasporta e poi lascia cadere nel profondo delle proprie incertezze; sbatte davanti a ciascuno le sue debolezze e le fa guardare da vicino: ognuno riconosce il proprio animale da bar, la propria essenza animalesca che guida molte delle proprie scelte. La bomba emozionale alla fine non si disinnesca: esplode dentro, lasciandoci come barche sventrate, mentre ancora le gocce di birra scendono dal bancone.

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