“La merda” al Teatro Verdi di Gorizia

(Credits: facebook)

Quando al pubblico è permesso l’ingresso in sala, lei è già lì: su un alto sgabello, Silvia Gallerano è sola al centro di un fascio di luce, mentre la scena, vuota, è in ombra. Quella di essere già presente sul palco mentre il pubblico prende posto è una scelta maturata nel corso delle rappresentazioni: in questo modo la sorpresa nel vederla, completamente nuda, è minore e il pubblico ha tempo e modo di abituarsi. Ride, canta sottovoce e si muove un poco, e prima ancora che lo spettacolo vero e proprio inizi, l’attenzione dei presenti è calamitata su di lei. Sembra una bambina timida, racconta se stessa attraverso un continuo flusso di coscienza che ostacola la ricostruzione della storia sino al finale.

L’opera si compone di tre tempi – Cosce, Cazzo, Fama – e la ragazza, il cui nome non ci viene mai rivelato, racconta delle sue cosce troppo grosse e del suo essere una persona piccola nella statura, ma anche della certezza di essere grande dentro, come i vecchi paladini della storia d’Italia. Ed è così che scopriamo, in un climax ascendente di febbricitante pathos, che si tratta davvero di una bambina timida, che non è mai riuscita a crescere, costretta dal trauma del suicidio del padre in una dimensione strettamente personale che le impedisce di vedere la realtà dei fatti, di distinguere tra un garage e un grande studio televisivo. Racconta del suo sogno: diventare una grande star, una donna di successo, che c’è. Della lunga e mai conclusa odissea per raggiungere la meta anche con metodi autodistruttivi, il cui scopo è l’accettazione degli schemi della società, a cui è necessario abituarsi senza criticarli.

E proprio l’accettazione, la digestione sono il fulcro dell’opera: tutto ciò che costituisce la vera natura della sua – della nostra – vita deve passare attraverso un processo che ha ben poco di diverso dal ciclo del cibo. L’assimilazione e l’espulsione dei dolori e dei vincoli della nostra società è un percorso terribile e autodistruttivo, che provoca l’annullamento della singola essenza per conformarsi ed essere accettata dalla collettività. Per assurdo il sogno resta quello di brillare nella moltitudine uguale a sé stessa, di essere diversa soltanto dopo essere divenuta uguale a chiunque altro.

(Credits: Facebook)

La nudità, è doveroso sottolinearlo, diviene elemento fondamentale. L’opera è cruda e senza veli, descrive la realtà privandola della patina zuccherata con cui si tenta sempre di trasformarla in una “pillola indorata”. Pillola che, in questo caso, viene fagocitata, digerita e immediatamente espulsa come “merda. Quella pelle esposta, diversa da qualunque altra per imperfezioni, segni del tempo, un corpo con i propri muscoli e i propri nervi, libero dall’ipocrita rivestimento che la società impone, è rappresentazione concreta dell’opera stessa. Non è possibile dunque alcun imbarazzo di fronte a tale condizione: assistere allo spettacolo vuol dire rivivere se stessi nel suo racconto sincero.

L’attrice veste se stessa solo al momento degli applausi, e si copre del Tricolore, divenendo incarnazione del nostro Paese, in una critica alla società italiana nello specifico, che riconosce se stessa come tale solo nel momento di gloria. Il discorso sull’Italia viaggia parallelo al dramma personale per tutto il corso dell’opera, uno dei molteplici elementi presenti, senza però esplicitarsi e rendersi di piena comprensione per gli spettatori. Si tratta forse della critica più semplice da rivolgere all’autore: il distacco presente tra queste due linee di narrazione, che vorrebbero essere intrecciate, l’una completamento dell’altra, ma che non arrivano ad una fusione piena e la cui connessione resta confusionaria.

Pluripremiato, preceduto dalla sua stessa fama, lo spettacolo di Cristian Ceresoli è il dramma della volontà di apparire e della necessità di essere, che s’intrecciano nella descrizione del mal di vivere della nostra società. Una storia non diversa da molte altre, la cui grandezza sta nell’asprezza e nel realismo con cui la Gallerano mormora, piange e grida il suo, e nostro, dolore.

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