Sogno di un’indipendenza curda

Manifestazione pre-referendum, pro-Kurdistan a favore dell’indipendenza in Erbil una regione del Kurdistan iracheno. Settembre 2017. Credits: Wikimedia Commons. Author: Levi-Clancy

Alla fine della prima guerra mondiale l’idealismo di Wilson elaborò la stesura dei Fourteen Points e sancì un principio che avrebbe influenzato l’assetto geopolitico del mondo sia dopo il primo che dopo il secondo dopoguerra: l’autodeterminazione dei popoli. Un enunciato tanto semplice nasconde tuttavia la complessità etnico-culturale dell’Europa e ancora di più del Medio Oriente, prestandosi, invece, a logiche di potere, in virtù delle quali chi detiene maggiori risorse, di natura militare ed economica, si serve dei più deboli per mantenere o acquisire nuove sfere di influenza.                 

Grazie al principio wilsoniano fu data anche ai curdi la possibilità di sognare un proprio stato. Tuttavia, l’ipotesi di un Kurdistan autonomo, sancita dal trattato di Sèvres del 1920, non venne riproposta nel trattato di Losanna del 1923 lasciando pendente la questione: oggi parliamo di una popolazione di circa 30 milioni di persone, distribuita tra quattro stati, Turchia, Siria, Iraq e Iran. 

A partire dalla seconda guerra mondiale, ciò che ha reso sempre più debole il popolo curdo sono state le forti divisioni interne e la lotta tra partiti politici rivali per la leadership del nazionalismo e dell’indipendentismo curdo. Ne è un esempio la guerra civile curda, combattuta tra il 1994 e il 1998, tra il Partito Democratico del Kurdistan (KDP) di Barzani e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) di Talabani. 

Ahmad Tofiq, Mullah Mustafa Barzani, Jalal Talabani durante la guerra curdo-irachena. Credits: Wikimedia Commons

Sebbene ci fosse e ci sia ancora oggi una conflittualità tra gli stessi curdo-iracheni, è proprio l’Iraq il luogo dove si è realizzato uno dei passi verso la creazione di uno Stato curdo. Nel 2003, caduto il regime baathista di Saddam Hussein, la costituzione del 2005 diede vita, nei governatorati a maggioranza curda di Dohuk, Erbil, Sulaymaniyya, a un Governo Regionale Curdo (KRG), guidato da Masoud Barzani e dotato di un esercito indipendente, i peshmerga.

Il petrolio delle regioni del Nord dell’Iraq, nelle province del KRG, ha rappresentato e rappresenta una fonte energetica importante per gli stati limitrofi, che non hanno tardato a relazionarsi con un interlocutore ufficiale e in opposizione rispetto a Baghdad. Le potenze che circondano il popolo curdo, infatti, l’hanno sempre usato strumentalmente, facendo leva su quelle che sono le aspirazioni continuamente represse di quest’ultimo: indipendenza e autonomia. La Turchia in questo scenario si colloca al primo posto. Quest’ultima ha dimostrato nel tempo una grande capacità nello sfruttare il contrasto tra i curdo-iracheni e il governo centrale di Baghdad, sia per ottenere vantaggi economici sia per delegittimare il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), uno degli oppositori politici più pericolosi e destabilizzanti per Ankara. Nel maggio del 2012 è stata infatti avviata la costruzione di oleodotti e gasdotti tra il KRG e la Turchia, sancendo così l’unione commerciale tra i due territori. 

I buoni rapporti tra Turchia e KRG sono durati ben poco: il 5 settembre 2017 Barzani ha indetto un referendum consultivo per legittimare la creazione di uno stato indipendente curdo. Subito dopo, il 4 ottobre 2017, spinti dalla paura che si rinforzassero anche nei loro territori movimenti secessionisti curdi, Erdogan e Rouhani si sono incontrati per parlare delle misure da prendere in risposta allo spirito indipendentista curdo.

Masoud Barzani. Credits: Flickr. Author: Jan Sefti

Anche lo storico alleato dei curdi, gli USA, ha dichiarato di non riconoscere un referendum unilaterale: un Iraq debole costituisce, infatti, un vantaggio per l’Iran e i suoi sostenitori  alle elezioni generali dell’aprile 2018. L’unico paese che ha dimostrato di essere favorevole al referendum è stata la Russia. Il Cremlino non ha mai seguito una politica ad hoc per la questione curda, ma ha da sempre un approccio pragmatista. Dal giugno 2017 ha forti interessi verso il KRG: un investimento che si avvicina ai 2.8 miliardi per lo sfruttamento delle risorse naturali della regione lo rende uno dei più grandi finanziatori del KRG.

Negli ultimi anni la questione curda ha ricominciato ad abitare la quotidianità del mondo occidentale sia per la guerra in Siria e sia per l’avanzata dell’IS. In entrambi i casi i combattenti curdi sono stati ritratti quali baluardi di un mondo libero, dai regimi autocratici nel primo caso e da quelli fondamentalisti nell’altro. La liberazione di Raqqa, capitale del califfato di Al-Baghdadi, da parte dell’YPG e dalle Syrian Democratic Forces nell’ottobre del 2017 e la resistenza della città di Kobane all’assedio delle “bandiere nere” del 2014 fanno già parte del bagaglio identitario dei curdo-siriani e veicolano una specifica immagine di questo popolo all’Europa.

YPG. Credits: Flickr. Author: Kurdishstruggle

Tuttavia nel guardare questo quadro si rischia di non considerare la realtà dei fatti: i curdi sono stati in questi sette anni di guerra le pedine di giocatori nel complesso più forti, ma impossibilitati, per motivi politici, a partecipare in prima persona al conflitto. 

Dal 2012 sono state organizzate dall’ONU a Ginevra numerose conferenze per trovare una soluzione alla guerra siriana. Durante questi incontri la Turchia si è sempre fermamente opposta al coinvolgimento del PYD, il braccio politico dell’YPG, nonostante nello stesso anno quest’ultimo avesse conquistato tre cantoni nel Nord/ Nord-Est della Siria (Rojava) e dato vita alla Federazione Democratica della Siria del Nord, costituendo così una forza politico-militare importante nel paese.

Differente è, invece, l’atteggiamento di chi viene considerato un alleato di Ankara: Mosca. Il Cremlino è stato l’unico al mondo nel 2016 ad accettare nella propria capitale la prima rappresentanza curda, la Federazione Democratica del Rojava, nella forma di un’organizzazione senza scopo di lucro. La Russia ha sempre spinto, almeno apparentemente, per il dialogo con i curdi, dicendo di volerli coinvolgere nell’assetto del futuro stato siriano e ipotizzando per loro un’ampia autonomia culturale. 

Il vero supporto, in termini di aiuti militari e di invio di uomini per l’addestramento sul campo, è stato tuttavia fornito dagli Stati Uniti: da una parte l’YPG, grazie al sostegno di Washington, nel porre un freno all’avanzata dell’IS, ha allargato la sua sfera d’influenza nel Nord della Siria, dall’altra gli Usa si sono serviti delle Syrian Democratic Forces con base a Manbij per contenere le forze sciite al confine tra Iraq e Siria. L’aiuto statunitense ai curdi in Siria, sin dalle origini, non ha mai presupposto una visione condivisa da entrambi sul futuro della Siria.

Il modo in cui le grandi potenze si sono relazionate con i curdi in questi anni di guerra sono profondamente cambiate il 20 gennaio 2018 con l’inizio dell’operazione turca “Ramo d’Ulivo”. Dopo aver ricevuto il beneplacito di Putin con l’abbandono di Afrin da parte del contingente russo il 19 gennaio,  Erdogan ha agito. Dicendo di sentirsi minacciato dalle città di Afrin e Manbij, da lui stesso definite dei “covi di terroristi”, ha intrapreso un’offensiva militare: il suo obiettivo era e rimane quello di eliminare le milizie del PYG, alleate del PKK. Ankara non può permettere la formazione di un possibile stato indipendente curdo proprio vicino ai suoi confini meridionali, per questo ha deciso di invadere il territorio di uno stato sovrano quale la Siria. La risposta dell’YPG riflette la condizione di debolezza nella quale si trovano ancora oggi i curdi: un accordo con Damasco sembra essere l’unica soluzione possibile per respingere le fazioni ribelli filo-turche e il Free Syrian Army usati in precedenza dalla Turchia per la lotta al regime.

Sebbene sia stata ribadita dai portavoce curdi la natura esclusivamente militare dell’accordo stipulato con Assad, sarebbe ingenuo non intravedere le conseguenze politiche di una mossa simile, come ad esempio la promessa del ritorno ad un’unità territoriale siriana, senza una maggiore autonomia nel Nord per i curdo-siriani. D’altro canto Erdogan non sembra volersi fermare solamente ad Afrin; dopo la sua conquista il 19 marzo, punta a Kobane, a Manbij, ai territori curdi ad Est dell’Eufrate. In tutto ciò l’America è sempre più portata ad abbandonare quello che è stato l’alleato più importante nella lotta contro l’IS: come può continuare a sostenere l’YPG e mettersi così contro la seconda potenza militare della NATO? 

I curdi e le loro aspirazioni si preparano a ricadere presto nell’oblio. Nel valutare più o meno globalmente la situazione attuale di questo popolo, sembra che siano stati fatti pochi progressi nella considerazione che ne ha il mondo. Acclamati come eroi nei tempi di guerra, continuano ad essere considerati dei fastidiosi indipendentisti in quelli di pace e sembra che sia necessario che si scateni un conflitto per sentire parlare di “questione curda”. 

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