L’eurotassa sulla plastica per cambiare le cose

G.H. Oettinger, Commissario UE al Bilancio (Credits: Infineon Technologies AG/Facebook)

“In the interest of the world’s oceans, the Baltic, the Mediterranean, the North Atlantic, in the interest of our living organisms in the seas – both mammals and sea animals we have to ensure that we reduce the quantity of plastic used in Europe.”

Così il Commissario al Bilancio Gunther Oettinger ha rilanciato la sfida europea al cambiamento: l’Unione deve accorgersi degli enormi danni che sta causando con i milioni di tonnellate di plastica non riciclata che ogni anno devono essere smaltite e che, di solito, finiscono per inquinare i mari. Lo sviluppo sostenibile e l’attenzione ai cambiamenti climatici sta portando una nuova coscienza comune in tutto il pianeta: le trasformazioni, ormai, sono tangibili e non si può più aspettare. C’è la necessità di prendere subito delle decisioni importanti e drastiche, che facciano diminuire la quantità di plastica usa-e-getta.

La proposta di Oettinger si è trasformata in realtà, visto che, ogni anno, 25 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica vengono prodotti nell’UE, ma solo il 30% di queste viene raccolto e riciclato. L’Unione vuole essere capofila di un progetto che porterà al riutilizzo o al riciclo di tutti gli imballaggi in plastica. Non è una guerra a questo materiale così prezioso, ma è la fine di un’epoca, quella del petrolio e dei suoi derivati, che può aprire una nuova finestra sul mondo, cominciando non solo a pensare ad un’economia green, ma anche a metterla in pratica.

Vi è la necessità di “cambiare la mentalità degli europei”. Lo scossone è arrivato all’inizio di quest’anno, quando la Cina ha annunciato di non voler più importare rifiuti dall’Europa e una risposta da Bruxelles era necessaria; la Commissione, così, ha proposto un eurotassa, un po’ per essere vicini all’ambiente, un po’ per rimpinguare le casse. Perché dopo l’uscita della Gran Bretagna con la Brexit, si aprirà un “buco” di 12-14 miliardi l’anno nel bilancio europeo, e i fondi, da qualche parte, vanno trovati.

Dovremo dire addio ai bicchieri in plastica, ai piatti, le posate, ai bastoncini cotonati per le orecchie e agli imballaggi? Il 26 maggio sono state presentate ufficialmente le nuove misure Ue contro la plastica usa-e-getta, con la possibile introduzione di una tassa sui rifiuti non raccolti, non riutilizzati o che non rientrano nella filiera del riciclo. Parole dure, che fanno aumentare l’incertezza in un settore che dovrà cambiare radicalmente se vuole resistere o almeno sopravvivere. Sono quattro le misure contenute nella proposta, che vanno dalla produzione allo smaltimento.

La raccolta dei tappi di plastica è una modalità già diffusa per dare nuova vita al materiale (credits: pixabay)

L’Italia, su questo, è al passo con i tempi: circa il 45% della plastica viene riciclata. Per una volta, non siamo il fanalino di coda. È però necessario soffermarsi sulle conseguenza di una possibile messa al bando della plastica, perché potrebbe creare più danni che benefici nel lungo periodo. Potrebbe, infatti, essere sostituita con materiali più impattanti. L’importante è, da un lato investire su nuovi prodotti eco-friendly, dall’altro rendere partecipe il cittadino dell’Unione di un nuovo scenario ecosostenibile che è l’unico se vogliamo salvaguardare il nostro pianeta e la nostra vita.

Chi ci guadagna? I grandi cambiamenti portano anche allo spostamento di grandi flussi di investimenti, e quindi di denaro. Gli interessi sono tanti e la posta in gioco è alta, specialmente per l’Italia che è seconda nel continente per produzione ma è formata da aziende spesso di piccoli dimensioni. Ne beneficerebbero sicuramente i produttori di carta e cartone. La plastica però, ha anche molti vantaggi, tra cui l’infrangibilità e il peso leggero che comporta un taglio ai costi di trasporto.

“Secondo una bozza di regolamento europeo non ancora definitiva la Ue – fissato l’obiettivo del 55% del riciclo- si farebbe pagare di bilanci dei singoli Stati la cifra di 80 centesimi per ogni chilo di plastica che non raggiunge l’obiettivo di riciclo.” (Il Sole24 Ore, 24 maggio 2018)

Come fare, quindi? Importante, innanzitutto, è leggere il documento proposto dai tecnici (“A European Strategy for Plastics in a Circular Economy”); in secondo luogo, cominciare una pratica per far sì che diventi prassi, non solo nei confini nazionali ma anche oltre: esportare l’ecologia per limitare i danni, prima che sia davvero troppo tardi. Necessaria è una visione strategica che promuova investimenti e soluzioni innovative per tramutare le sfide in opportunità.

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Studentessa di Scienze Internazionali e Diplomatiche, sono appassionata di storia ma soprattutto di storie. Adoro leggere, specialmente in lingua originale. Mi interesso di teatro, seguo la stagione del Teatro Verdi di Gorizia.

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