Ciak! Sconfinare – The Post

The Post, un film di Steven Spielberg (Credits: pagina Facebook The Post)

“Se il Governo vince e siamo condannati, il Washington Post che conosciamo smetterà di esistere.”
“Se viviamo in un mondo in cui il Governo può dirci cosa pubblicare, il Washington Post che conosciamo ha già smesso di esistere.” Questo è lo scambio di battute che forse riassume meglio The Post di Steven Spielberg, uscito in Italia nel febbraio di quest’anno.

Il conflitto si profila già dalle prime scene. Da una parte la libertà di stampa e il diritto all’informazione dei cittadini. Dall’altra la necessità, spesso abusata, della presidenza USA di mantenere riservate informazioni di carattere militare. Al centro dello scandalo una verità taciuta che si ripercuote su ogni individuo: o sulla sua pelle al fronte o nell’assenza avvertita da chi resta: la verità sulla Guerra in Vietnam.

Proprio in Vietnam inizia la pellicola. Siamo nel 1966 e si continua a combattere in Indocina. Questa volta, però, le forze americane si trovano in serie difficoltà. Un analista militare, Daniel Ellsberg, viene inviato sul campo per documentare la situazione. Al momento di fare rapporto al segretario della Difesa Robert McNamara e allo stesso Presidente Johnson, la sua conclusione è chiara: non ci sono sviluppi positivi dall’inizio della guerra. Ciò nonostante, McNamara rassicura le principali testate giornalistiche, commentando che la guerra sta riportando risultati al di là delle aspettative.

La faccenda si complica quando Ellsberg, tempo dopo, riesce ad avere accesso ai documenti sulla guerra custoditi al Pentagono. Decide di trafugarli e fotocopiarli. Consegna poi i dossier top secret al New York Times. Il 13 giugno 1971, tre mesi dopo aver ricevuto il materiale, il giornale esce in prima pagina con i Pentagon Papers.

In America esplodono scandalo e indignazione. Ondate di proteste contro la guerra attraversano il Paese. In particolare, ciò che viene reso noto è uno studio commissionato dallo stesso MacNamara. 7000 pagine spiegano come, a cominciare dalla Presidenza Truman, passando per Eisenhower, Kennedy, Johnson e Nixon, si è sempre saputo che la guerra non sarebbe stata vinta. Si è comunque continuato a mentire al Congresso e all’opinione pubblica.

Perché quindi tenere in piedi una guerra senza speranze? Per un 10% si vuole supportare il Vietnam del Sud e per un 20% respingere i comunisti. Per un 70%, però, si vuole evitare una rovinosa umiliazione agli Stati Uniti. Per risparmiare alla propria Patria una perdita d’immagine, migliaia di giovani continuano ad essere mandati in Indocina a morire. Il New York Times viene chiamato a presentarsi in tribunale, in quanto la diffusione di documenti confidenziali risulta essere reato, e deve sospenderne immediatamente la pubblicazione.

Credits: pagina Facebook The Post

Nel frattempo anche il Washington Post cerca di mettere le mani sui documenti. La testata è posseduta da Katharine Graham (Meryl Streep). Katharine è una donna in un mondo di uomini. Fatica a vedersi riconosciuto il ruolo che ricopre dai membri del suo stesso consiglio. Questa opinione si ripercuote sulla sua stessa percezione di sé. Si sente insicura e prende perciò decisioni che riflettono il volere dei suoi consiglieri, non il suo.

La dirigenza è infatti appannaggio del solo sesso maschile. Il fatto che la donna sia al comando dell’azienda di famiglia è, in realtà, puramente dovuto alla morte improvvisa del marito. Si fa quindi l’occhiolino a un tema parallelo, ma importante: la posizione dirigenziale delle donne. Katharine Graham ne era all’epoca un esempio raro, ma a quasi cinquant’anni di distanza colpisce che non sia di certo diventata la normalità.

Inoltre, Katharine deve fare i conti anche con la forte personalità del direttore del suo giornale, Ben Bradlee (Tom Hanks). Carismatico e spregiudicato, è pronto ad inseguire la notizia fino alle estreme conseguenze e a battersi per il diritto ad una stampa libera e priva di vincoli.

La stampa privata da ogni limitazione si scontra però necessariamente con la riservatezza imprescindibile di cui hanno bisogno le istituzioni per governare un Paese. Dove sta il confine? Fino a dove il Governo ha davvero il diritto di tenere informazioni rilevanti lontane dagli occhi dei giornalisti e dalle orecchie del popolo?

Lo studio di McNamara provocherà uno scontro di tutti contro tutti. Ben è convinto che “per affermare il diritto di pubblicare, bisogna pubblicare” ad ogni costo e accrescere la fama del giornale. I membri del consiglio e gli investitori sono di tutt’altro avviso, preoccupati che seguire le orme del Times significhi una possibile azione legale contro l’azienda. In una corsa contro il tempo, che deve necessariamente tenere conto dell’orario di stampa del giornale, importanti decisioni andranno prese.

Credits: pagina Facebook The Post

Lo spettatore rimane con il fiato sospeso, seguendo il ritmo incalzante della proiezione che ben interpreta il clima febbrile della vita in redazione. Si può così dare uno sguardo da vicino ad un giornalismo di un altro tempo. Macchine da scrivere, appunti a matita, documenti che passano di mano in mano e addetti stampa che compongono il giornale a caratteri mobili la fanno da padrone. Un vero e proprio tuffo nel passato.

In tutto questo l’ultima parola spetta però a Katharine, in quanto editrice. Riuscirà a prendere in mano la sua vita e ad affidarsi a se stessa questa volta o verrà influenzata come in precedenza dai poteri forti che la circondano? Da questa decisione non dipendono solo le sorti del giornale e dei redattori. Il senso stesso del giornalismo viene messo in discussione: la stampa deve stare dalla parte di chi è governato o di chi governa? Deve servire il potere o controllarlo?

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