La marcia dell’estrema destra in Polonia e i demoni del passato

La manifestazione dell'estrema destra polacca ed europea, a Varsavia. [Credits: Pixabay]

Le manifestazioni e la memoria collettiva dei polacchi a cento anni dall’indipendenza

Appena le note dell’inno nazionale cominciano a invadere la piazza con gli altoparlanti, pian piano migliaia di lacrimogeni rossi cominciano ad accedersi fino a quando un’enorme nuvola di fumo copre tutta la visuale. Il colpo d’occhio è impressionante. Questa, l’immagine più evocativa della doppia manifestazione in occasione del centenario dell’indipendenza della Polonia, l’11 novembre a Varsavia.

L’11 novembre 1918, la fine del primo conflitto mondiale, coincide anche con il ritorno all’indipendenza della terra di Chopin. Dal 1795 infatti, salvo l’esperienza del ducato napoleonico, i polacchi erano senza sovranità e divisi tra Austria, Russia e Prussia (che diventerà nel 1871 Germania). Nelle fasi terminali della Grande Guerra, il maresciallo Józef Piłsudski rovesciò il governo fantoccio degli Imperi Centrali e fece ingresso a Varsavia per assumere la guida dell’esercito e della neonata Repubblica, che avrebbe visto riconosciuta la propria autodeterminazione ufficiale nel trattato di Versailles. Ventuno anni dopo la Polonia avrebbe visto la tragica occupazione nazista e, dopo la Seconda Guerra mondiale, la dittatura comunista. Con il crollo del Muro di Berlino, la Polonia è tornata ad essere una democrazia e nel 2004 è entrata nell’Unione europea. Ma dal 2015 il Paese è retto da un governo nazionalista, che ha occupato tutti i gangli del potere, fino a venire a scontrarsi con Bruxelles.

Il dominus del partito di governo polacco, Jarosław Kaczyński. [Credits: Wikimedia Commons]

Che cos’è successo l’11 novembre? L’estrema destra più estrema, proveniente da tutta Europa – c’era Forza Nuova per l’Italia –, si è data appuntamento nella capitale polacca per un’enorme manifestazione, organizzata dal coalizione nazionalista e xenofoba ONR – Campo nazionalista radicale. L’autorizzazione a manifestare, inizialmente, era stata negata dal municipio di Varsavia, guidato da un sindaco del partito moderato Piattaforma Civica. Gli organizzatori, però, hanno fatto ricorso e l’hanno vinto.

Il governo del partito Diritto e Giustizia, per non vedersi tolto il primato dell’orgoglio nazionale ha convocato una seconda manifestazione che ha marciato in parallelo con la prima, senza scontrarsi o condannarsi a vicenda. Tutt’altro. Insieme hanno celebrato la sovranità (e il sovranismo) con slogan razzisti e inneggianti alla fede cattolica più o meno simili, tra cui “Vogliamo Dio” (titolo di una celebre canzone polacca) mentre la tv pubblica TVP ha parlato di un’unica “grande marcia di patrioti”. Qualche giorno prima, tutte le massime autorità polacche avevano inaugurato una statua dell’ex presidente Lech Kaczyński, gemello del leader del partito di governo morto in un incidente aereo in Russia nel 2010, proprio nella piazza Piłsudski, dove si sono svolte le cerimonie ufficiali.

Il presidente della Repubblica Andrzej Duda ha presenziato alla manifestazione dell’11 novembre con un discorso. [Credits: Wikimedia Commons]

La Polonia, com’è noto, fa parte del Gruppo di Visegrád, insieme a Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Paesi che, in particolare i governi di Varsavia e Budapest, stanno abbandonando lo stato di diritto e si stanno sempre più discostando dal progetto d’integrazione e solidarietà europea.

Ma da dove nasce questo sentimento di rivendicazione ultraconservatrice, pari anche ad altri Paesi dell’Est Europa? Olivier Guez, il 3 giugno 2018, su La Lettura del Corriere della Sera racconta come nella Repubblica Ceca le commemorazioni per il cinquantesimo anniversario dall’invasione sovietica che ha messo fine alla Primavera di Praga quest’anno siano state ben poche. Guez fornisce una spiegazione sociologica al fatto che i cechi non celebrino gli avvenimenti tragici del 1968. É lo stesso virus degli Paesi dell’Est. “Il mito di una nazione martire, come in Polonia e in Ungheria, impedisce ai cechi di scrutare nelle zone d’ombra del passato. […] La sovranità è il loro bene più prezioso, si cui non hanno potuto godere che per soli vent’anni, tra le due guerre mondiali, e successivamente alla caduta del Muro di Berlino, dopo secoli di occupazione per mano di grandi imperi”. Pensiamo all’attaccamento che hanno i polacchi verso la Chiesa cattolica, rafforzata dal culto del Papa polacco, San Giovanni Paolo II. Religione e sentimento nazionale si sovrappongono e i cittadini rivedono nei supplizi che ha subito Gesù l’esperienza di cui è stata vittima la nazione. 

E così, invece di liberarsi, i polacchi sono prigionieri dei demoni del loro tragico passato, che pensano di scacciare con la fobia dello straniero e con il nazionalismo. Continua Guez: “I cechi (ma anche i polacchi, gli ungheresi e gli slovacchi, nda) vogliono approfittare della libertà ritrovata […]. Non si fidano della storia. […] Non aspirano ad altro che a essere lasciati in pace da tutti i potentati immaginabili, per poter semplicemente badare ai loro affari”.

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