Il ’68 dalla liberazione dell’individuo alla prigionia della tossicodipendenza

"Woodstock music festival on August 18, 1969", Ric Manning). Wikipedia

Speranze e contraddizioni dell’epoca della contestazione

Il mondo balla a tempo di rock, la vita è a fiori e il divertimento è sopra le righe: questo è il volto immediatamente percepibile del ‘68, nel momento in cui, sotto una spinta che coinvolge cinema, pittura, fotografia, moda, abitudini di vita, ci si vuole riappropriare, in un modo fino ad allora inedito, del mondo in cui si vive; si scende allora nelle strade per rifondare a misura d’uomo una società che scappa tra le mani, in un tempo della storia in cui non è dato di capire la portata dei grandi eventi internazionali, polarizzati attorno allo scontro ideologico tra le superpotenze. Ma il 1968, ormai di per sé un’icona nell’immaginario popolare, non è che la punta dell’iceberg di un fermento che covava da tempo, nonché di un rovesciamento epocale molto più esteso di ciò che i suoi stessi iniziatori avevano previsto, e che doveva ancora rivelare i propri mostri.

Una rivoluzione che nasce da un malessere diffuso e di cui i giovani si appropriano per farne il proprio stendardo di libertà. In una società sempre più plasmata attorno al consumo di massa, serpeggia sempre più intensa l’ansia di affermarsi come individui. La contestazione dell’ordine costituito sfocia nell’esaltazione del rischio, del gusto del proibito e, se a livello globale viene lanciato un chiaro messaggio attraverso la liberalizzazione dei costumi e il rinnegamento delle etichette, nei giovani in particolare il movimento diventa una rampa di lancio verso un consumo spropositato di alcool e droghe.

Giovani e giovanissimi, usciti dagli edifici scolastici e dalle università – che non soddisfano a livello intellettuale né tantomeno spirituale -, in quanto soggetti più vulnerabili e influenzabili non fanno in tempo ad affermare la propria autonomia da qualsiasi potere, che si lanciano nelle braccia di un nuovo padrone, che non ha un volto ma ha la mano pesante: la tossicodipendenzaVi sono stime che parlano di 70mila vittime tra gli anni 70 e agli anni 90, altre arrivano oltre 100mila. Dai ceti più bassi alle celebrità, il consumo di droga lievita esponenzialmente in tutti gli ambienti; è in particolare l’eroina che riesce ad aprirsi un varco in tutti gli strati della società, e sarà il maggior imputato quando, troppo tardi, si cominceranno a contare i lumini.

Mauro Rostagno alla guida delle manifestazioni studentesche del Sessantotto. Wikipedia

Jim Morrison, alla guida dei The Doors, cantava all’epoca «I woke up this morning, and I got myself a beer. The future’s uncertain, and the end is always near»: l’oltraggio alle regole sociali, l’abbattimento dei taboo, la sfida lanciata a qualsiasi forma di autorità rivelano quell’arroganza un po’ insensata di quando si perde il fine ultimo che si stava perseguendo e, con esso, la capacità di discernere tra rifiuto dell’omologazione e smania per il proibito fine a se stessa. E le nuove droghe, tristemente, non permettono errori di percorso, poiché fin dalla prima dose legano a sé i propri adepti in un legame di vita o – spesso – di morte.

Ecco che si svelano le contraddittorietà dell’epoca della contestazione, il limite oltre cui la negazione della società si deforma nell’allontanamento dalla realtà, nella ricerca di una dimensione altra in cui obnubilare i sensi e, infine, nella perdita proprio di ciò per cui si lottava: il proprio sé, la propria identità. Relegati allo status di tossici, di “malati di droga” come venivano chiamati i dipendenti da sostanze psicotrope in Italia, migliaia di ragazzi perdono se stessi e vengono vomitati nelle strade dalla smania della propria dose, non più esseri umani ma corpi alla mercé di un carceriere che si sono scelti. Amara ironia, ancora una volta a guadagnarci saranno quei poteri nascosti che si voleva combattere, attraverso la creazione di un mercato della droga di proporzioni gigantesche.

Lo spirito del ’68 sbiadisce dunque in parte se, alle tante battaglie vinte, e della cui eredità giovano ancora, più o meno consapevolmente, le generazioni odierne, si sommano le battaglie perse, in particolare quella fondata sull’illusione che la fuga dalla realtà, nelle forme della tossicodipendenza, sia una soluzione alle sfide della vita; che si possa trasformare il mondo in un’isola di Wight, un sogno di libertà dove stare seduti sull’erba ubriacandosi di vita, ma anche un modo di esulare dalle proprie responsabilità.

About Alessandra Veglia 16 Articles
Studentessa del Terzo anno del Sid, caporedattrice per Sconfinare. Scrivere è per me una terapia, alla stessa maniera dello sport e dell'arte. La passione per le lingue e le culture straniere segue passo passo. Per il momento nessun progetto di vita concreto, spero in un'ispirazione improvvisa che sorga in qualche luogo ameno, come la cima di una montagna, una spiaggia deserta o la doccia di casa.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: