Qatar in progress

Tra democrazia e integralismo nell´emirato della tv Al-Jazeera, la rete satellitare che esporta la democrazia «per tenerla lontana da casa sua»

Qatar. Un piccolo emirato sul Golfo Persico, ampio un ventisettesimo dell’Italia, con il reddito pro-capite più alto al mondo. Baciato dalla fortuna in senso ambientale (perle, petrolio, gas), ha saputo sfruttare al massimo le proprie ricchezze, all’insegna dell’industrializzazione, della liberalizzazione, del turismo e delle riforme. La Costituzione, ratificata nel 2004 e approvata da un referendum a suffragio universale dal 97% della popolazione, prevede la separazione dei poteri, libertà di culto e di pensiero, e uguaglianza tra i cittadini. Si tratta di innovazioni senza precedenti nel mondo arabo.

Eppure le contraddizioni sono molte, e nemmeno troppo occultate. I partiti politici sono banditi, rendendo inutile, nella pratica, quella libertà di pensiero proclamata nella Costituzione. Le donne ricevono stipendi equivalenti a quelli degli uomini, ma non ottengono gli stessi benefit per le spese di viaggio e di trasferta, per esempio. Vige ancora il delitto d’onore e vale la pena di morte per reati comuni. I cittadini ricevono gratuitamente i servizi di base, quali l’istruzione, l’elettricità, l’acqua, la sanità; eppure solo il 20% della popolazione possiede tale status. Il restante 80% è formato da immigrati da altri paesi arabi, o da indiani, pakistani e iraniani, che non detengono alcun diritto, e sono trattati alla stregua di schiavi.

Il ruolo più controverso lo gioca tuttavia la tv satellitare qatarina Al-Jazeera, voluta nel 1996 dall’emiro come baluardo d`indipendenza e libertà. Esempio unico nell’intera regione, una rete esportatrice di “democrazia, sia pure ben lontano da casa sua; o meglio per tenercela lontana”, come spiega a La Repubblica Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes.  Basti ricordare il 2003, quando il Qatar offrì agli americani la propria base militare come centro di pianificazione per l’intervento in Iraq, mentre Al-Jazeera mostrava i nastri di Saddam Hussein che incitava alla resistenza. Si potrebbe giustificare questa superficiale incoerenza come, in realtà, un avanzato esempio di trasparenza e completa indipendenza dell’emittente dalle posizioni del governo, eppure la tesi di Caracciolo sembra verosimile.

Resta il fatto che, nonostante le molteplici contraddizioni interne che offuscano il progresso di questo piccolo emirato, il Qatar è una dimostrazione di come mondo islamico non debba necessariamente significare estremismo e fossilizzazione, ma – almeno in alcuni ambiti –  diventi sinonimo di apertura e riformismo, senza alcuna rinuncia all’integrità religiosa e culturale. L’emirato è la prova esistente di come l’idea dell’assolutezza del sistema democratico sia scalfibile e di come un modello alternativo di base islamica possa funzionare, al contrario di ciò che ci è sempre stato insegnato.

Perciò che altro dire, occhi puntati sul Qatar!

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