8 Giugno 2017, nuove elezioni UK: la campagna elettorale imprevista

Il 30 giugno 2016, Theresa May si candida alla leadership dei conservatori, e si oppone ad ogni ipotesi di elezioni anticipate come risposta al referendum sulla Brexit. Le motivazioni erano semplici e razionali: “le trattative per l’uscita dall’UE richiedono la massima stabilità governativa, ed una forte leadership”.
Il 18 aprile 2017, da primo ministro, annuncia la decisione del suo governo di indire nuove elezioni per l’8 giugno. Quali sono i motivi per un’inversione di rotta così repentina e definitiva? Che prospettive presenta questa chiamata al voto per il Regno Unito – e per l’Unione Europea?

La spiegazione ufficiale della May è: “Sono arrivata alla conclusione che l’unico modo di garantire certezza e sicurezza nei prossimi anni è quello di tenere queste elezioni”. Detto ciò, l’unica a parlare di stabilità in questa tornata elettorale è proprio il Primo Ministro. L’assenza di questo talking point dalle dichiarazioni di ogni altro esponente della maggioranza ci dice quanto sia credibile la May, almeno per quanto riguarda gli altissimi motivi che la chiamano alla cabina elettorale.
Per trovare le vere risposte, basta dare un’occhiata a quest’immagine:

fonte: BBC, http://www.bbc.com/news/uk-politics-39629603
fonte: BBC, http://www.bbc.com/news/uk-politics-39629603

Bastano due conti, e tutto diventa un po’ più chiaro. Il 25% dei laburisti segnala un partito ai minimi storici. Infatti, l’attualità ci racconta di un partito in piena crisi d’identita da più di un anno a questa parte, con Jeremy Corbyn, il suo leader reduce da un voto di sfiducia, riuscito pochi giorni dopo il referendum sulla Brexit, e da una schiacciante vittoria alle primarie risultanti. Il nocciolo della questione sta nella posizione politica di Corbyn, che ritrova nella sua base di supporto i sindacati e gli operai. Da una parte, questa base sostiene il suo leader nelle primarie, permettendogli di vincerle. I loro numeri, però, non sono abbastanza per fare da contrappeso a tutti i laburisti moderati all’interno del partito, che, a quanto pare, si rifiutano di fare campagna elettorale per la general.
La questione di Corbyn è molto peculiare. Molti membri del partito lo accusano di porsi troppo a sinistra nelle sue idee, e quindi di non essere in grado portare i laburisti ad una vittoria elettorale. La loro riluttanza, però, fa sì che le chances di vittoria, già scarse in partenza, si riducano ulteriormente. Una volta perse le elezioni, sosterranno di avere avuto ragione. Una storia tristemente conosciuta nelle correnti della sinistra riformista di tutto il mondo.

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Se da una parte i laburisti sono in crisi d’identità, i Liberal Democrats (Lib-Dems per gli amici) sembrano averne trovata una: l’opposizione estrema a tutto ciò che assomiglia ad una Brexit. Ad oggi significa evitare un’uscita dal mercato europeo, e il mantenimento di alcuni accordi con l’UE; domani, chissà, forse qualcosa di più.
Gli indipendentisti di UKIP ci permettono di continuare sul tema dell’identità, perché dopo il grande successo nel referendum del 23 giugno scorso, il partito ha difficoltà a rispondere alla domanda: e adesso? Si ritrova ad essere il vincitore effettivo del duello referendario, ma la sua storia di partito monotematico parla chiaro. Una volta raggiunto il traguardo dell’ “indipendenza” dall’Europa, perchè votare UKIP? Se a ciò si aggiunge che Nigel Farage, leader storico ed ideatore del referendum, ha abdicato (per la seconda volta) nel 2016, il problema sembra insormontabile. Non è comunque da escludere un nuovo (non più clamoroso) ritorno, che sarebbe abbastanza per il fervente zoccolo dure di sostenitori.
Rimane soltanto l’SNP, il partito indipendentista scozzese. In grande crescita nel post-Brexit, sembra pronto a raccogliere gli elettori laburisti moderati (almeno in Scozia), con la promessa di un ulteriore referendum per l’indipendenza della Scozia, e l’obiettivo ultimo di tornare in Europa.

Con un’idea più chiara del panorama politico, è chiara la ghiotta occasione che Theresa May si ritrova tra le mani. Dopo quasi un anno di Brexit senza troppe tragedie, è il momento di guardare in casa. E ciò che in casa si ritrova è un partito laburista intento a raccogliere i cocci delle divisioni interne, un partito indipendentista alla ricerca di una ragione per esistere, e i centristi apertamente disposti ad andare contro la decisione referendaria, rischiando grosso.

La May sceglie quindi di anticipare i tempi, cercando di trarre vantaggio da un momento politico unico nel suo genere, che sembra fatto su misura per favorire i Tories. È impossibile prevedere con precisione ciò che ci aspetta in queste elezioni-lampo (saranno neanche due mesi di campagna elettorale). Senza particolari rocamboleschi accadimenti e sorprese, i conservatori sono in marcia verso una vittoria schiacciante, che senza ombra di dubbio vedrà Theresa May protagonista delle trattative post-Brexit, e figura centrale dell’intero scacchiere politico britannico, prevedibilmente per un quinquennio.

Se così sarà, l’Europa potrà non fare sconti alla Hard Brexit profetizzata da un anno a questa parte, e la May sarà libera di continuare sulla strada che prepara da mesi, sbaragliando ogni oppositore per il futuro prossimo.

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