Ottanta voglia di Carletto Mazzone

Siamo in Germania al Westfalen Stadium di Dortmund, in una tiepida notte estiva del 4 luglio 2006. Semifinale dei Mondiali di calcio FIFA. I ragazzi di Marcello Lippi affrontando la corazzata nazionale padrona di casa in uno stadio da cui nessuna squadra ospite è mai uscita vincitrice. È il 119esimo minuto e Alessandro “Pinturicchio” Del Piero va a battere un calcio d’angolo dalla destra. La palla è tesa in mezzo e un difensore tedesco libera alla bell’e meglio. Poi succede. La sfera giunge tra i piedi di Andrea Pirlo che dopo averla stoppata di sinistro ed essersi destreggiato per evitare i giocatori avversari vede con la coda dell’occhio Fabio Grosso che aspetta solo di essere servito. Com’è andata a finire ce lo ricordiamo tutti.

Ma chi fu il primo a notare il talento e la visione di gioco del Metronomo Bresciano originario di Flero, attualmente in forza al New York City? Sor Carletto, il mediano lottatore nato a Roma nel 1937 poco prima che i cannoni tornassero a rombare e gli eserciti a marciare per le steppe europee. Sua fu l’idea negli anni bresciani di arretrare Pirlo da Trequartista ad intenditore con compiti di regia nella metà campo. Se quel cielo è stato e rimane tutt’ora azzurro sopra Berlino è anche merito dell’allenatore capitolino.

Mazzone allenò infatti il Brescia del 2000 al 2003, dove fu padre e maestro di vita di calciatori del calibro di Luca Toni e Pep Guardiola, l’andaluso che col tiki-taka ha fatto sognare appassionati di tutte le età. Senza dimenticare Roberto Baggio, il divin codino, il quale arrivò nella squadra lombarda chiamato da Mazzone stesso e nel cui contratto era presente una clausola che gli garantiva la possibilità di rescissione nel caso di esonero dell’allenatore.

Carattere, disciplina, capacità di comprendere il prossimo e una lettura della partita in corso d’opera le sue peculiarità.
Un uomo buono, sereno ed un grande stratega in panchina.
Ma non sempre calmo e pacato, anzi.

Memorabile quanto successo all’Azzurri d’Italia il 20 settembre del 2001. Il Brescia perde tre a uno e dalla curva della Dea partono fischi e insulti pesanti verso il mister della squadra ospite. Sembra finita, ma non è così. Un lungo cross spiovente in mezzo all’area viene intercettato da Baggio che con una girata d’istinto riapre la partita, 2-3. Mazzone si scalda, gli insulti e gli sfottò non gli sono andati giù. Si sente avvampare e si volta verso la curva nerazzurra promettendo a gesti il pareggio.
“Mò se famo il 3 a 3 vengo sotto la curva”. Ipse dixit.
Quarantaseiesimo minuto del secondo tempo, la partita volge al termine e Collina fischia una punizione dal limite per le rondinelle. Baggio calcia con la precisione e la leggerezza che denotavano il suo gioco e la traiettoria a girare sul palo lontano beffa il portiere di casa. Pareggio.
E’ il caos. Mazzone non è un ragazzino, non è particolarmente in forma e qualsiasi medico con un minimo di professionalità e senso del dovere gli sconsiglierebbe di mettersi a correre attraverso il campo. Ma la forza di volontà, la rabbia e la voglia di rivalsa di Sor Magara trascendono le forze gravitazionali del tempo e dello spazio. Nessuno, a quel punto, può trattenerlo. Né tantomeno, figuriamoci, dirgli quello che deve o non deve fare. Pugno destro alzato al cielo, grugno duro ed in bocca un “Li mortacci vostra che meglio non può contrastare l’odio che la bassezza morale espressa dai piccoli uomini tifosi della Dea. Urla e gestacci, fino ad arrivare alla rete che delimita il campo da gioco dalla pista d’atletica. Uno contro tutti. Ma vincente.

I meriti di Mazzone non si fermano però alle imprese nella città della Leonessa. Prima di giungere a Brescia, infatti, passò da casa nella città eterna e fece da padre calcistico a Francesco Totti. Curioso e divertente il siparietto con l’allora Presidente dell’ AS Roma, in un momento storico in cui era stata vagliata la possibilità di cedere l’ottavo Re di Roma all’estero.
«Un giorno mi chiamò il presidente Sensi. “Carlo, mi consigliano di prendere Litmanen, che faccio?”. Gli risposi: perché buttare i soldi, abbiamo il ragazzino. “Chi?”. Totti. Mi diede retta. L’anno dopo, quando alla Roma c’era Carlos Bianchi, seppi che stavano per cedere Totti alla Sampdoria. Io ero a Cagliari. Chiamai Sensi e gli dissi “Lo porto a Cagliari, fa esperienza e poi torna alla Roma”. Il giorno dopo la Roma doveva giocare un’amichevole con l’Ajax. Totti fece il fenomeno e Sensi decise di tenerlo».
Er pupone ieri ha fatto gli auguri al suo padre calcistico e maestro di vita, dicendogli che servirebbero più uomini come lui nel calcio moderno. Solo Dio sa quanto ha ragione.

Personaggi del calibro del mister di Trastevere sono ormai cosa rara al giorno d’oggi, in uno sport che è diventato sempre più marketing, futili polemiche ed interessi economici e sempre meno passione ed attaccamento a valori quali bel gioco e sviluppo di idee nuove e rivoluzionarie.

Lunga vita e prosperità Carletto, dopo di te hanno buttato lo stampo.

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