Siria: “il Popolo vuole la caduta del regime”, ma il massacro non si ferma

A un anno dall’inizio delle proteste, i siriani combattono ancora. E il mondo resta a guardare.

Sono ormai dodici lunghi mesi che è iniziata la rivolta siriana contro il regime di Bashar Assad. Dodici mesi che sono costati la vita ad oltre 7500 persone, con migliaia di feriti, di persone torturate, scomparse, con sfollati e profughi, abusi su donne e ferocia contro i bambini.*

Il regime in Siria dura da oltre 40 anni, da quando il padre del dittatore-presidente attuale, Hafez Assad, salì al potere con un colpo di stato. Alla sua morte il potere è passato “per eredità” a Bashar, con un malcontento popolare sempre più diffuso, mentre continua a perdurare il regime di coprifuoco, che di fatto impedisce ogni manifestazione o riunione popolare, da oltre 40 anni.

Bambini torturati

Guardando in tv le immagini delle manifestazioni, un gruppo di bambini della città di Dar’à ha scritto sul muro della scuola «Il popolo vuole la caduta del regime». Individuati e sequestrati, i bambini sono stati torturati e poi gettati in strada. I loro genitori sono scesi in piazza a manifestare, in modo pacifico, ma per tutta risposta il regime ha aperto su di loro il fuoco e sono caduti i primi martiri.

Ha preso così il via la rivolta siriana: cori, canti, manifestazioni, le voci dei giovani siriani si sono rincorse da una parte all’altra del Paese: in particolare, a Homs, Hama, Dar’à. Il regime ha schierato l’esercito nelle città, ha avviato politiche di repressione feroce, mettendo in atto sequestri, stupri e torture terribili. In molti quartieri manca la corrente e il gas da mesi, mancano i medicinali e persino i viveri, il latte per bambini. Si contano migliaia di sfollati e profughi. Ma nulla può piegare la volontà del popolo, nemmeno lo schieramento dei cosiddetti shabbiha, cioè gli infiltrati, i fantasmi che si intrufolano nelle manifestazioni per accoltellare i giovani, persino i bambini, segnalarli ai servizi segreti, farli arrestare e uccidere, ma la voce della rivolta è inarrestabile. Nemmeno lo schieramento dell’esercito, da cui ogni giorno defezionano decine di soldati che non vogliono sparare sulla folla e hanno dato vita al Free Syrian Army.

Per distinguere le manifestazioni spontanee della rivolta siriana da quelle ordinate dal regime ai suoi sostenitori, la nuova Siria ha scelto una nuova bandiera. È stata lasciata quella nera bianca e rossa per adottare quella nuova, verde, bianca e nera, con 3 stelle rosse.

Una rivolta orizzontale

Una delle peculiarità e di questa rivolta è il suo carattere orizzontale: tutto si organizza, si diffonde e si trasmette tramite la rete, con messaggi, video, slogan e documenti trasmessi da una parte all’altra del mondo. Vengono così coinvolti, per la prima volta, anche i siriani della diaspora, i siriani cioè, emigrati all’estero, alcuni dei quali non hanno mai potuto fare ritorno a casa per via del regime. Nasce così la prima opposizione siriana libera e reale, il Syrian National Council (SNC), che sta ora lavorando con le diplomazie internazionali per portare il Paese verso la libertà. Ad oggi la comunità internazionale tentenna, la Lega Araba peggio. La missione degli osservatori non è servita a nulla.

L’intervento armato

Qualcuno potrebbe chiedersi: perché la comunità internazionale non è ancora intervenuta in maniera decisa?
Innanzitutto, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha provato per due volte a fare approvare una risoluzione di condanna nei confronti del governo siriano. Ma questi tentativi sono stati vanificati dai veti russi e cinesi.
Sicuramente neanche le condanne delle Nazioni Unite avrebbero portato i risultati sperati. Infatti è certo che solo un intervento armato, in qualsiasi forma, avrebbe l’effetto di provocare la diserzione di quel 90 per cento di soldati, che è già contrario al regime di Assad ma è ancora terrorizzato da esso. Con l’effetto domino creato da un intervento straniero inizierebbe il conto alla rovescia per Bashar. In caso contrario, la cacciata degli ambasciatori, in primis da tutte le capitali europee, e l’invio di aiuti umanitari e armi attraverso la Turchia, potrebbe almeno alleviare le sofferenze dei siriani.

I siriani, ed io con loro, sono convinti che le sofferenze patite siano una prova divina e che anche senza aiuti terreni resisteranno fino alla fine con l’aiuto di Dio, perché l’attuale regime ha toccato il fondo per le atrocità commesse e perché il sacro Corano recita: «Non considerare morti quelli che sono stati uccisi sul sentiero di Allah. Sono vivi invece e ben provvisti dal loro Signore, lieti di quello che Allah, per Sua grazia, concede. E a quelli che sono rimasti dietro loro, danno la lieta novella: Nessun timore, non ci sarà afflizione»- surat Âl ‘Imrân- 169_170.

W LA SIRIA, W I SIRIANI.

Raed Lazkani
studente libanese di Architettura presso l’Università di Trieste.
Questo è il suo primo articolo per Sconfinare, pubblicato sul numero di Aprile 2012.
 
*le terrificanti cifre aggiornate ad oggi ci dicono che il numero dei morti è salito a 14 mila (Ansa).
 
 
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