Immigrazione: Gorizia, città aperta

Oggi, mercoledì 20 giugno, ricorre la Giornata Mondiale del Rifugiato. Sconfinare si è occupata spesso del tema dei rifugiati e dell’immigrazione più in generale. Per l’occasione vi riproponiamo l’inchiesta realizzata a Gorizia nel 2010 da Francesco Marchesano e Alessia Anniballo.
 
 

Questura, Commissione Territoriale e Caritas
— Inchiesta sull’immigrazione nel goriziano —

Gorizia, città aperta. Il confine orientale non desta più particolari preoccupazioni e la città non è certo la destinazione dei grandi flussi migratori in Italia. Sconfinare torna ad occuparsi di immigrazione a Gorizia, attraverso gli uffici e i volti che in questa provincia di frontiera si fanno carico dell’accoglienza dello straniero. L’inchiesta parte da Gorizia, capitale della gestione migratoria nel Triveneto, ma non può ignorare Roma, dove vengono stabilite le politiche e le regole del gioco.

L’UFFICIO IMMIGRAZIONE. La prima tappa è l’Ufficio Immigrazione della Questura di Gorizia, di stanza alla Casa Rossa. Gli spazi della Polizia di Frontiera sono stati ridimensionati e là dove un tempo le auto si accodavano alla garitta di confine, ora si trovano in fila ordinata alcuni immigrati in cerca di un permesso di soggiorno. Quest’ufficio di pubblica sicurezza, guidato dal Dirigente Vincenzo Zonno, è opulento ed efficiente. Il suo compito è rilasciare permessi di soggiorno, seguire chi fa richiesta di asilo nel complesso iter verso il riconoscimento o il diniego, procedere alle espulsioni.

I numeri dell’immigrazione regolare a Gorizia non sono esagerati: in tutta la provincia risiedono 9015 immigrati, 5200 dei quali beneficiano di un permesso di soggiorno di lungo termine. Il dott. Zonno mi informa che le espulsioni eseguite in territorio goriziano sono circa 100 ogni anno: «una cifra irrisoria rispetto a quella 20 volte maggiore di alcuni anni fa, quando la guerra nei Balcani spingeva molti ex-jugoslavi a cercare la salvezza oltre la frontiera di Casa Rossa.»

IL REATO DI IMMIGRAZIONE CLANDESTINA. Registrando l’intervista ho l’impressione che quest’ufficio metta tutta la sua passione professionale per rincorrere i commi capricciosi di una legislazione nazionale illogica e disorganica. Penso in particolare al reato di immigrazione clandestina: istituito con il pacchetto-sicurezza del 2009, esso prevede per chi entra clandestinamente in Italia l’apertura di un procedimento penale. La pena è una multa da 5mila a 10mila euro (che mai potrà essere pagata da un indigente) e, per chi viene riscoperto in clandestinità, il carcere. Nuovi faldoni giudiziari intasano così i corridoi dei tribunali e nuovi “criminali” contribuiscono al collasso gli istituti penitenziari. «La sola ragione della norma è il suo potere deterrente», che si rivela scarsissimo verso persone in fuga dalla disperazione.

CIE E CARA. I migranti irregolari rintracciati dalle forze dell’ordine vengono chiusi nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione), per un periodo di massimo sei mesi. Quello di Gradisca, unico del Triveneto, accoglie fino a 248 persone. A meno che non facciano richiesta di asilo, i suoi ospiti verranno accompagnati alla frontiera o messi alla porta con un ordine di espulsione, che lascia loro 5 giorni per abbandonare l’Italia.

Per i richiedenti asilo la procedura è diversa. Il diritto internazionale prevede una protezione speciale per le persone in fuga da uno stato che li perseguita. Essi, mi spiega l’Assistente Capo Paolo Paoletti, si presentano alle porte dell’Ufficio Immigrazione e avanzano la loro richiesta. «La maggior parte gli asilanti, quando arriva in Italia, ha già un contatto presso cui farsi ospitare. Chi giunge munito di un documento che ne attesti le generalità può addirittura trovare un lavoro.» Questi sono però la minoranza: gli altri, se si dichiarano indigenti, vengono ospitati nel CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo). L’unico del Nord Italia ha sede a Gradisca, accanto al CIE, e accoglie 138 persone.

LA COMMISSIONE TERRITORIALE. Le richieste di asilo avanzate in Questura sono esaminate dalle Commissioni Territoriali diffuse sul territorio italiano. Contatto quella di Gorizia, competente per il Triveneto, per ottenere qualche dato statistico: così, da un piccolo ufficio in Piazza Vittoria scopro gli effetti della politica migratoria nazionale. Da quando è stata avviata nell’estate 2009 la politica dei respingimenti in alto mare in seguito all’accordo con la Libia , le richieste di asilo avanzate da africani si sono dimezzate. Il calo di domande dall’Africa si riflette anche sui dati generali: il lavoro della commissione si è ridotto da quasi 1100 domande esaminate nel primo semestre 2009 a poco più di 600 nel secondo (clicca qui per leggere l’analisi sui dati 2009). Il Presidente e Vice Prefetto Adolfo Valente fornisce anche i dati nazionali: da 33000 richieste di asilo nel 2008 a 17000 l’anno seguente. La politica dei respingimenti impedisce davvero a molte persone perseguitate di essere accolte come rifugiati? «Il calo drastico di domande è un dato di fatto.» risponde il dott. Valente. «Anche l’Unione Europea e le Nazioni Unite hanno contestato al governo italiano di violare il diritto internazionale, ma un funzionario del Ministero dell’Interno, quale sono, non può esprimere giudizi politici.» La realtà è però evidente, un “dato di fatto” appunto. La Commissione esamina le storie dei richiedenti asilo e valuta a chi affidare una forma di protezione. Merita lo status di rifugiato solo chi è scappato perché perseguitato dal suo stato; può sperare in altre forme di protezione (“sussidiaria” e “umanitaria”) chi fugge da una guerra o da un disastro naturale. Le domande sono respinte se il richiedente è emigrato per motivi personali o economici.

LA CARITAS DIOCESANA. Ad occuparsi di accoglienza e di integrazione dei migranti a Gorizia è soprattutto la Caritas Diocesana. Torno nei suoi locali un anno e mezzo dopo l’inchiesta di Sconfinare di aprile 2009. Allora il centro di via Vittorio Veneto arrivava ad accogliere più di cento persone in una struttura con 24 posti e ogni aspetto dell’accoglienza era delegato alla Caritas, nel pressoché totale disinteressamento degli enti locali. «Avveniva che, a seguito degli sbarchi di immigrati a Lampedusa, le persone richiedenti asilo venissero trasferite in blocco al CARA di Gradisca. Se cento arrivavano nel centro, cento dovevano essere dimessi e si ritrovavano sulla strada. Ma la situazione di allora – mi spiega il direttore Don Paolo Zuttion – era dovuta soprattutto all’incapacità di “fare rete” a livello locale. Oggi è diverso.» Nell’ambito del progetto “Crocicchio”, finanziato dalla Regione e gestito operativamente dalle Caritas diocesane, è stato aperto uno sportello appena fuori dal CARA che si occupa di aiutare chi ne esce a trovare un alloggio. Un altro passo avanti rispetto alla situazione di due anni fa è l’apertura a Gorizia del Servizio di Protezione Richiedenti Asilo e rifugiati (SPRAR). «È un programma coordinato a livello nazionale che investe nell’integrazione di rifugiati e richiedenti asilo servendosi della collaborazione di un ente locale sul territorio, la Provincia nel caso goriziano. Essa demanda alla Caritas la gestione pratica dei progetti.» Quindici dei 178 posti SPRAR del Friuli Venezia Giulia sono riservati a Gorizia: i beneficiari ricevono un alloggio, sono assisiti per corsi di italiano e ricerca di un lavoro, con l’obiettivo di giungere ad una buona integrazione in 6/12 mesi.

ASSISTENZA LEGALE. La Caritas ha aperto uno sportello legale per l’assistenza degli immigrati. Molti avvocati goriziani – che assistono i migranti indigenti a patrocinio gratuito e sono dunque retribuiti dallo Stato – consigliano a chi si è visto rifiutare lo status di rifugiato dalla Commissione Territoriale di presentare ricorso presso la magistratura. Visto che quasi mai il giudice contraddice la Commissione, la Caritas cerca di dissuadere i diniegati dal ricorrere, per evitare allo straniero e alla comunità i costi di un soggiorno leggermente prolungato – il provvedimento di espulsione è congelato durante il periodo del giudizio – ma destinato comunque a concludersi con l’espulsione.

La Caritas continua anche a portare avanti le attività caritative dedicate a chi resta escluso dagli altri progetti: il dormitorio in piazza Tommaseo, l’alloggio di alcune donne sole in alberghi goriziani, la mensa dei Cappuccini. In questo la collaborazione del Comune, il grande assente delle politiche migratorie goriziane, potrebbe essere più attiva: al contrario, pare che intenda ridurre il suo contributo finanziario.

CORSI DI ITALIANO. L’insegnamento dell’italiano è il punto di partenza per l’integrazione dello straniero. A Gorizia esso è assicurato dall’Agenzia Formativa IAL Friuli Venezia Giulia e dal Centro Territoriale Permanente per l’Educazione degli Adulti presso l’Istituto Cossar-Da Vinci. L’iniziativa è un successo perché «Gorizia è stata nel maggio 2010 la prima città in Italia e la quarta nel mondo per rilascio di certificazioni ufficiali Plida di lingua italiana.» mi racconta con orgoglio la dott.ssa Antonia Blasina, presidente del Comitato di Gorizia della Società Dante Alighieri, l’ente certificatore che si occupa della diffusione della nostra lingua nel mondo. La legge sul cosiddetto “permesso di soggiorno a punti” aumenterà considerevolmente il carico di lavoro della Società perché tutti gli stranieri, per poter soggiornare in Italia, dovranno dimostrare di conoscere l’italiano elementare (livello A2). Il contributo finanziario della Fondazione CARIGO per questi progetti è fondamentale.

La Gorizia che ho scoperto in queste settimane è una città più aperta di quella di un anno fa. Allora le politiche istituzionali erano praticamente assenti e tutto era delegato alla carità privata, religiosa. Oggi, anche se fra i cavilli burocratici e talvolta disumani della legge nazionale, una forma di sostegno reciproco fra sfera pubblica e società civile sta prendendo forma. Questa terra ricca e tranquilla sta forse imparando ad integrare la diversità.

 
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