Confessions of a Ibraholic

Del perchè adoro Ibrahimović

Adoro Zlatan Ibrahimović. E con lui adoro tutti quelli che calcisticamente la gente odia (Mario Balotelli e Cristiano Ronaldo, per citarne due di moderni moderni). Siccome sono cosciente di questa mia deprecabilissima debolezza, tanto vale parlarne qui tutti assieme.

Zlatan Ibrahimović è tutto quello che su di lui viene detto di male. Un giocatore non decisivo. Troppo costoso. Un mercenario, nonché il modo più sicuro per diventare Campioni d’Europa (basta venderlo). Però nel calcio non ci sono soltanto i vincitori: ci sono anche singoli episodi. Storie. Gesti per cui vale la pena emozionarsi, anche se durano lo spazio di qualche secondo. Una partita la si guarderà comunque, anche se non è una finale, anche sapendo che la propria squadra ne buscherà sette e tornerà a casa con le ossa rotte.

Avevo appena ricominciato a seguire il campionato italiano in modo ossessivo-compulsivo dopo un bel po’ che non mi capitava. Ero disoccupato, mi sentivo inutile, senza talento, uno come tanti, uno peggio di tanti se vogliamo. L’unico momento per tirare il fiato era uscire di casa, scendere in città, sedersi al tavolo del bar con qualche vecchietto nostalgico milanista e mia sorella. Durava novanta minuti. Novanta minuti in cui tutti i tuoi problemi, le angosce, le disillusioni, le notti in bianco, i chili di troppo, i doposbornia erano assorbiti dalla questione più semplice del mondo: buttare un cazzo di oggetto rotondo dentro una rete, giocare meglio degli avversari, portare a casa i tre punti.

Un mio caro amico non riusciva ad afferrare le ragioni per cui amassi così tanto il modo di porsi dello Zingaro, come il Nostro è stato affettuosamente battezzato da parecchie tifoserie (si fa per dire). Non lo capivo nemmeno io all’inizio per cui, quando mi inchiodavano alle mie responsabilità, mi limitavo a tartagliare qualcosa in mia difesa.

In Italia, chissà perché, il modello è sempre stato quello del giocatore-corretto, del Signore dentro e fuori dal campo, della Bandiera. Buffon deve stare attento con le parole perché è il capitano della Nazionale (e non scommettere, nemmeno se lo fa legalmente coi soldi suoi). Cassano non può dire nulla di scandaloso sui gay, perché ha la maglia azzurra e “ci rappresenta” (manco li avessimo votati, dico io, ma forse difetto di senso civico: nel frattempo i politici possono permettersi di urlare qualsiasi bestialità). Del Piero è adorabile quando va a distribuire regali per Natale a Torino e Zanetti tra cinquant’anni sarà ancora capitano dell’Inter (e diciamola tutta, se lo meriterebbe e sarei felice di vederlo continuare a recuperare su fighette di vent’anni più giovani).

Ibra è un’altra razza. E’ un talento enorme che ha coscienza di esserlo. Si fa pagare fior di milioni. Gioca con la spregiudicatezza e la faccia tosta di chi dice: io sono qui. Io ce l’ho fatta. Entrò nello spogliatoio dell’Ajax, non esattamente i Siderurgici, esordendo con un: “io sono Ibra, voi chi cazzo siete”. Se ha le palle girate non gioca. Al derby contro l’Inter questo gennaio gli affiancarono Pato, uno che notoriamente non gli è mai andato giù. Lo Zingaro non timbrò nemmeno il cartellino, il Milan perse uno a zero, il giorno dopo arrivò a Milanello fresco come una rosa e con stampato un sorriso smagliante. Come a ribadire, ancora una volta: voi chi cazzo siete.

Ibra, paradossalmente, come anti-eroe funziona benissimo per noi persone mediocri e frustrate. E’ capace di reti straordinarie basate su tiri potentissimi e una fisicità straripante. Zlatan Ibrahimović può segnare anche da venti centimetri di tacco, ma il suo tiro sembrerà sempre una cannonata, un’esibizione di forza, un puro atto di volontà individuale. Non è mai l’Ajax, la Juve, l’Inter, il Barça o il Milan ad andare in rete. E’ Zlatan Ibrahimović e in questa piccola differenza, in questa minuzia sta tutto l’alone romantico di questo tipo di calciatori (Mario Balotelli ci ha fatto passare il turno lunedì sera. Tranquilli che se non ci fossimo portati sul 2 a 0, in un momento in cui le varie ‘bandiere’ stavano a guardare sul tabellone la partita della Croazia, l’Irlanda una rete ce l’avrebbe fatta e ci avrebbe rispediti a casa. Balotelli non ha esultato e non ha ringraziato nessuno. E ci mancherebbe. Cosa doveva fare, correre da Prandelli e dirgli, come un Oliver Twist qualsiasi, grazie signore per avermi fatto giocare? Col cavolo).

Immagino che lo Zingaro non abbia letto mai Louis-Ferdinand Céline, ma oso pensare che se l’avesse fatto avrebbe sottoscritto un concetto: se qualcuno si prende cura di voi sta cercando di usarvi e in cuor suo si prepara a fottervi. Io non mi sono mai sentito legato a niente (tranne Sconfinare, non lo dico per piaggeria): ho odiato ogni consorzio umano nel quale mi sono trovato a vivere e loro del resto hanno fatto del loro meglio per ricambiare la pariglia, non appena hanno potuto. Quelli come noi non sono bandiere, di niente e di nessuno. Noi non stiamo da nessuna parte.

Ibra è nato da genitori Jugoslavi in Svezia, un paese in cui la Diaspora Bosniaca non è esattamente conciliante. Che io sappia, Zlatan si è sempre rifiutato di avere a che fare con il suo paese d’origine. Nessuno gli ha mai sentito dire niente in Serbo-Croato, quantomeno in pubblico. Nemmeno quando glielo chiedevano espressamente. Questo rifiuto di schierarsi, di prendere posizioni, di assumere su di sé responsabilità che spettano ad altri, di farsi tirare per la casacca, di diventare un simbolo, io lo apprezzo più di qualsiasi altra cosa. Non si nasce tutti Del Piero e nella vita, se te le hanno sempre date e non ti fidi di nessuno, puoi anche scegliere di vivere solo per te, ed è legittimo.

E’ per questo che ogni singola rete di Zlatan riscatta in un attimo tutti noi, che siamo qui fermi alla Grande Lista di Collocamento in attesa di un’occasione, una sola, che non arriverà mai. Ibrahimović è la testimonianza vivente che è possibile. Che se sei il migliore ti ricopriranno d’oro e faranno a gara per averti. Zlatan è un mercenario ma a ben vedere essere un mercenario significa questo, che nessuno ha mai avuto abbastanza soldi per comprarsi il diritto di diventarti padrone, e che tu sei rimasto un uomo libero fino alla fine.

C’ è il rovescio della medaglia. Lo scotto che i personaggi come Ibra pagano al destino è quello della loro ossessione personale. Lo Zingaro non vincerà mai niente di importante (“solo” scudetti: e se lo dicono gli Juventini, che di scudetti ne hanno vinti trenta circa, tocca crederci). Sarà probabilmente relegato tra vent’anni a una vocina su Wikipedia, e tante grazie. Però questo gli conferisce una luce diversa. Chi indossa la maglia di un Maradona o di un Cantona non lo fa per le coppe che hanno alzato, chiedo venia per il paragone. Lo Zingaro è uno che ha duellato tutta la vita e finché avrà fiato in corpo darà ceffoni e manderà affanculo gli arbitri perché è il solo modo che ha imparato, come quei vecchi che si ostinano a togliere i chicchi a mano quando vendemmiano e s’intestardiscono; perché, come mi dissero una volta, “io nella vita posso anche riparare biciclette e basta, ma voglio che quando uno vede una bici su cui ho messo mano io, possa dire: l’ha fatta Bruno”.

Ora che l’hanno eliminato Ibra dice che dell’Europeo non gli importa. C’è da crederci. L’Europeo l’avrebbe vinto la Svezia e quelli come noi ragionano su altre grandezze. Ha dimostrato di cosa è capace con un gol solo, che difficilmente sarà eguagliato in bellezza nell’intera competizione. A noi è bastato. Zlatan gioca per Zlatan, punto, e voi chi cazzo siete. E se è vero che contro uno Sheva perderà sempre, perché quello è il suo destino, è anche vero che le vittorie ingrassano, intorpidiscono e alla fine ti rendono loro schiavo. I vincenti finiscono nell’oblio generale in Cecenia oppure ad imbolsire Oltre-atlantico, oppure – non lo auguro a nessuno – vincono tre palloni d’oro e diventano presidenti della UEFA. Lo Zingaro invece, lui è un lottatore. Avrà sempre fame, è la sua dannazione, è la sua sola virtù. Dei colori della maglia non gliene fregherà mai nulla: non finché sopra c’è il suo nome.

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About Rodolfo Toè

Reporter a Sarajevo, collabora più o meno stabilmente per Le Courrier des Balkans, Osservatorio Balcani e Caucaso, Il Riformista. Ha una passione immoderata per Bon Iver, il calcio e il marzemino. Nel tempo libero legge la Bibbia e compone canzoni.