Panem et Circenses – recensione di The Hunger Games

Gli Stati Uniti ai tempi degli Hunger Games si chiamano Panem, dalla celebre locuzione Panem et Circenses, del poeta latino Giovenale. In questo momento appare quanto mai azzeccata: in un periodo di grande crisi per tutto il pianeta, il fenomeno Hunger Games pare solo l’ennesimo fuoco di paglia, destinato a far parlare di sé per mesi o addirittura per anni allo scopo di essere la solita arma di distrazione di massa, senza essere quel romanzo, o film, impegnato e ricercato per il quale tentano di farlo passare.

Guardando dietro la facciata di grande fenomeno mediatico, pubblicizzato per mesi e mesi prima della sua uscita, che ha invaso il web, conquistato migliaia di lettori (soprattutto adolescenti, il target è evidentemente quello) e riempito i cinema, quello che si scopre è che tutto questo gran baccano è, tanto per cambiare, ingiustificato.

La copertina del romanzo di Suzanne Collins

La storia ha sicuramente qualche punto interessante, ma ben lungi dall’essere nuovo o innovativo. È ambientata in uno stato totalitario, chiamato appunto Panem; lo stato è diviso in dodici distretti, ognuno destinato a una propria produzione, tranne l’area opulenta e privilegiata della capitale, chiamata con il fantasioso nome di Capitol City. Il governo organizza ogni anno gli Hunger Games, chiamati in questo modo perché ogni famiglia può comprarsi delle razioni di cibo in più inserendo più biglietti con il nome del proprio figlio in vista dell’estrazione annuale. In questo giorno vengono estratti i nomi di un ragazzo e una ragazza per ogni distretto, i quali dovranno rappresentarlo in questo reality, da cui un solo concorrente potrà uscire vivo. Nonostante l’autrice neghi qualsiasi condizionamento, l’idea sembra presa pari pari dal romanzo del 1999 Battle Royale, del giapponese Koushun Takami. In quella storia era una classe per ogni prefettura a essere estratta, e l’evento non era in diretta televisiva, ma per il resto le somiglianze si sprecano.

In particolare, Hunger Games è limitato dal suo stesso stile narrativo, che ruota tutto attorno alla protagonista, Katniss, con il risultato che gli altri partecipanti diventano alla stregua di macchiette – ne vengono presentati due o tre nel corso della storia, e tutti in maniera superficiale – e la maggior parte dell’azione si svolge fuori scena, eccezion fatta per la tamarrissima scena finale del gioco.

Un punto di forza del romanzo di Takami era appunto non solo la lotta, ma anche il raccontare diversi modi di affrontare un gioco al massacro. C’era chi impazziva, chi decideva di partecipare, chi tentava di difendersi per paura, chi decideva per il suicidio. Inoltre il fatto di combattersi tra compagni di classe conferiva una drammaticità e un’alienazione che, anche se non sono stati trattati al meglio neppure in quel caso, avevano qualcosa in più.

Hunger Games ha perso questa opportunità, concentrandosi su un punto di vista limitato, e perdendo le sfumature psicologiche che una storia del genere deve prendere in considerazione; in particolare ho avuto l’impressione di una divisione tra buoni e cattivi quasi disneyana, senza contare di giocatori che morivano senza che il lettore sapesse nemmeno i loro nomi, o la causa della loro morte.

L’immancabile storia d’amore à la Romeo e Giulietta non fa che aggiungere benzina sul fuoco, rendendo difficile capire se l’intento dell’autrice fosse scrivere un libro d’azione e ribellione oppure scrivere l’ennesima storia d’amore adolescenziale con un bel contorno d’azione e ribellione.

Non manca pure il tentativo di effetto sorpresa che sorpresa non è. È indubbio dal primo istante che sarà la sorellina della protagonista a venire scelta per i giochi, è chiaro come il sole che Peeta, il tributo dello stesso distretto della protagonista, sia innamorato di quest’ultima, e nemmeno per un secondo si può dubitare del fatto che sopravvivranno entrambi. La narrazione segue un buon ritmo, questo sì, ma non crea ansia, non crea quel dubbio di arrivare all’ultima pagina o all’ultima scena e trovarvi il finale che non ci si sarebbe mai aspettati.

Un ipotetico messaggio sociale non è pervenuto. Tra una lamentela e uno scatto di rabbia di Katniss, non ho avuto il tempo di trovarcene uno.

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About Stefania Ellero

Studentessa di Scienze Internazionali e Diplomatiche, affetta da graforrea. Aspirante giornalista e scrittrice, mi occupo principalmente di letteratura, cinema ed editoria.