Cinque ragioni per salvare l’Euro

Il nostro appello alla classe politica europea per salvare la moneta unica (e un po’ noi stessi)

di Edoardo Buonerba e Dario Cavalieri

Con la paura di tornare a settembre e di dover pagare un panino alla mortadella con 500.000 DeLira, ci rivolgiamo innanzitutto alla classe politica italiana affinché abbandoni le facili demagogie e abbia il coraggio di creare un’agenda europea per il programma elettorale del prossimo anno. Affinché cioè si riveli coerente e dia un messaggio corretto ai mercati (questi sconosciuti…) e riconquisti la fiducia dei cittadini. Che lo sforzo di fare Europa non sia solo prerogativa delle istituzioni europee: perché non è più tollerabile questo immobilismo della classe politica su una questione che per noi non è più ineludibile.

E’ una questione politica non esternalizzabile. Per fare l’Europa – nel senso di una compiuta unione politica, nella forma di federazione – c’è bisogna della volontà. Quella con la V maiuscola. I cittadini devono partecipare e intendere i motivi dell’Europa e un tramite importante è quello dei partiti. Finora siamo stati abituati a cessioni di competenze per settore. Ora ci vuole un passo in più: più Europa proprio ora che le classi politiche viaggiano sull’onda del malcontento. Perché di Europa ce n’è ancora molta da fare, ma senza saremo in un baratro.

Ecco i nostri 5 motivi, quindi. Sicuramente parziali ma fondamentali, per non fare dell’Europa un capro espiatorio.

1. Analisi economica cieca

Il debito sovrano ha rimesso in discussione più di 50 anni di storia europea e il fatto che tale debito sia calcolato nella stessa valuta scatena nuovi rancori, incentiva gli stereotipi ma soprattutto da’ una grande occasione alla classe politica europea di esternare le sue colpe. E questo lo facevano i nostri governi anche in epoche non di crisi europea (ma sì di recessione italiana mai abbastanza presa in considerazione). E’ l’Euro la colpa dei nostri mali. Con la Lira stavamo meglio. I tedeschi ci tengono con il cappio alla gola. Ora, ci siamo messi un chiodo in testa per sentirci un po’ più teutoni, per capire meglio questa visione dei popoli mediterranei che dall’epoca delle antiche civiltà hanno approfittato di soldi, odalische e vino. All’epoca della creazione dell’euro tutti sapevano che la condizione imposta dalla Germania è che il cambio con il marco fosse di 1 a 1. Ovvero, moneta forte per sostenere l’industria d’alta tecnologia tedesca, per sviluppare un forte mercato interno (che all’epoca si pensava potesse assorbire di tutto) ma a scapito, ahinoi, degli Stati tradizionalmente esportatori di prodotti primari o di prodotti industriali di media tecnologia. Ed eccoci qui al giorno d’oggi a piangere un mercato interno morto, chiedendo soldi, invocando il ritorno alle monete nazionali. Un’orda di ciechi guidata da cani miopi.

2. No Euro, no party

I liranostalgici vogliono uscire dall’Euro. Alle analisi economiche di svantaggio, potrebbero obiettare: se hai la tua moneta e decidi sulla politica monetaria a casa tua svaluti, se sei in crisi come oggi, e riparti dalle esportazioni. Ci guadagni sicuro, insomma (così ci insegna l’economia classica). Oggi, però, il mercato, anzi i mercati sono cambiati, dall’epoca in cui l’illuminato David Ricardo scriveva la Legge dei Vantaggi Comparati. Oggi la produzione è internazionalizzata e “spacchettata”.
Ritorneremo alle svalutazioni incontrollate, alle carriole di soldi, quei pochi euro che erano sui conti correnti verrebbero risucchiati di nuovo nel vertice della svalutazione, correremo di nuovo all’oro, in Svizzera, ai dollari (o all’euro rimasto fuori dalle nostre porte). Raddoppieremo i suicidi di gente che non ce la fa (Grillo, non ti stava tanto a cuore questo aspetto?), combatteremo contro i mercati emergenti del Real e dello Yuan con la DeLira, il nostro debito non si sa più come lo conteremo e anzi, nell’incertezza, non lo pagheremo. E infine, ma come principio, uscire dall’euro sarebbe tornare alle dogane, ai tassi di cambio, al controllo delle persone alle frontiere? Questa non è la nostra generazione.

3. L’Euro e’ simbolo

Perché, vivaddio, l’Euro è dopotutto un simbolo. Simboleggia, a nostro modo di vedere, una costruzione. Rappresenta la creazione più tangibile da quando i paesi europei hanno smesso di farsi la guerra tra loro. Togliendocela, ci privereste della chiave di volta del “sogno europeo”. Direte: è triste se vi affidate ad una moneta per identificarvi in questo sogno che dite di sentire. Noi vi risponderemmo: le fondamenta di questa costruzione latitano, a volte – una coscienza “europea” è ancora lungi dal radicarsi, nei popoli d’Europa – ma su che cosa si identifica, una nazione, sì, se non in alcuni simboli? Detto fatto. I governi europei hanno pensato bene di cancellare (Trattato di Lisbona, 2007) ogni riferimento ai simboli dell’Unione: motto, bandiera, inno. Scomparsi da tutti i testi.

4. Europa sociale

Allora è questo il momento di rilanciare un’Europa sociale, prima di tutto. E’ proprio ora che è bene rilanciare quel programma sociale che per primo ha creato una cultura europea all’interno dei giovani: il programma Erasmus. Incentivare e facilitare la mobilità e l’internazionalizzazione, soprattutto della nostra incancrenita Italia. E portare questi giovani lì in alto, dare loro voce. Togliere da quelle poltrone questi meschini figli di casa e chiesa, vittime di loro stessi e del loro potere. Rilanciare il sistema Italia con questa nuova generazione che sta solo pagando il prezzo dell’abuso altrui. Che abbia il coraggio e l’esperienza di parlare, condividere e rimettere in discussione. Che i partiti italiani diano voce a questa generazione e che tornino attraverso di essa a rilanciare un programma europeo vero, definito e puntuale.

Altiero Spinelli, politico e scrittore, è stato il fondatore del Movimento Federalista Europeo

5. Chi eravamo, chi vogliamo continuare ad essere

In questa Europa c’è molta Italia. Altiero Spinelli e Alcide de Gasperi, prima di tutto. Ma anche agli altri Padri Fondatori: i francesi Jean Monnet e Robert Schuman, il tedesco Kondrad Adenauer, il belga Paul-Henri Spaak. Uomini d’altri tempi, direte. Già. Ma sono persone che proprio in un periodo di crisi, quando l’Europa era in ginocchio, hanno saputo dare una voce a un desiderio di condivisione di cui non ci dobbiamo stancare. Pragmatici, terribilmente pragmatici. Bene, Egregi signori. In questo sì, vi chiediamo di essere come loro. Non ci pare una qualità troppo d’altri tempi. Ecco: pragmatismo vuol dire anche non essere sordi di fronte al grido che da più parti vi proviene.

Concludendo…

Dalla parte di chi crede che per vincere la Crisi ci voglia un’Europa “politica” sono ora schierati economisti di mezzo mondo (sì, non soltanto quelli “sbandati” che ben prima di Maastricht ritenevano che una moneta, per funzionare, la dovessi accompagnare alla politica fiscale, e all’emissione di bond europei), gran parte della stampa europea – l’articolo che segue è efficacissimo, a questo proposito – e sempre più fette dell’opinione pubblica. Ora, gentilissimi Signori, il vento sembra davvero cambiato. A noi non resta che notificarvelo. A voi, l’arduo compito di coglierlo. Per non rimanerne travolti.

La crisi europea nel disegno di Silvia Fancello

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About Dario Cavalieri

Studente al secondo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche, originario di un paesino della bassa provincia di Treviso. Improvvisato giornalista, si esercita più nella professione del lettore. Scrive per le rubriche Internazionale ed Eventi. Ama viaggiare, conoscere e scoprire. Apprezza i buoni amici, la buona tavola e, da poco, i vini buoni. Crede ancora che grazie alla diplomazia potrà contribuire a salvare il mondo e garantirne la pace perpetua.