Il giornalismo secondo Daniele Mastrogiacomo

Daniele Mastrogiacomo è un giornalista di Repubblica. La sua carriera nel quotidiano fondato da Eugenio Scalfari è cominciata oltre trent’anni fa; da ventisei è inviato speciale, prima per la cronaca giudiziaria e poi in zone di guerra. Tra i diversi Paesi in cui si è recato ricordiamo Somalia, Congo, Palestina, Libano, Iraq, Afghanistan. Proprio nel Paese dei Taliban, cinque anni fa, Mastrogiacomo è stato rapito mentre si dirigeva verso Lashkargah, nella provincia meridionale di Helmand, per un’intervista al mullah Dadullah. Sul suo sequestro, andato a buon fine per lui ma non per la guida e l’interprete che lo accompagnavano, Daniele Mastrogiacomo ha scritto un libro (”I giorni della paura”, 2009).
In una calda mattinata bolognese, davanti a un tea freddo e un taccuino, in compagnia della moglie Luisella, racconta a Sconfinare il suo punto di vista sul giornalismo e sul reporter di guerra.

Lorenzo Alberini: Sconfinare è un giornale universitario su cui scrivono diversi ragazzi che vorrebbero fare del giornalismo. Pensa che ci sia ancora posto per i giovani che vogliono fare questo mestiere?

Daniele Mastrogiacomo: Vedi, il giornalismo è molto cambiato. Prima era un mestiere particolare, stravagante e più difficile. Oggi ci sono più mezzi di comunicazione, come internet con i social network. Questi danno più possibilità, offrono più strade.

Daniele Mastrogiacomo a la Repubblica delle Idee

Quindi secondo lei le nuove tecnologie della comunicazione fanno bene al giornalismo? Nonostante la ”gratuità” di molti di questi mezzi – penso a internet – che sta mettendo in difficoltà i giornalisti?

È vero, però quando ho iniziato io c’era una sola strada da provare: il posto fisso in redazione, mentre oggi ci sono più strade: puoi fare il collaboratore, puoi farti più contatti. Se conosci il capo della polizia, ad esempio, puoi avere più informazioni sugli scontri in città, come ieri [sabato 16 giugno, ndr] qui al Festival di Repubblica.

Cosa pensa del citizen journalism? È positivo che ognuno possa scrivere o prevale il rischio di inquinare le fonti?

Il citizen va benissimo per reperire le informazioni, ma poi il giornalista le filtra, le collega, le unisce a filo per fare la collana del servizio; ha il compito di rendere leggibili al pubblico le informazioni. Questo il citizen non lo può fare. Se lo facesse sarebbero tutti giornalisti, invece no.

Cosa consiglia a chi vuole cominciare questo mestiere?

Devi avere tanta curiosità, costanza e anche cultura, devi informarti molto e devi osare, provare a fare. E poi il giornalista dev’essere multimediale: saper fare un filmato, saperlo editare, deve usare vari canali. Inoltre è utile avere più contatti possibile, avere una grande agenda. E sii molto geloso dei tuoi contatti, non darli a nessuno.

Parliamo di lei e del suo lavoro. Quale Paese le è rimasto più a cuore?

Ce ne sono due: Rwanda e Somalia. Il primo per quello sterminio spaventoso di Tutsi, un milione di morti… La Somalia è un Paese bellissimo ma martoriato da una guerra lunghissima, violenta e legata anche a interessi internazionali. Ma ci sono molti Paesi che mi sono piaciuti… ecco, l’Afghanistan non tanto (ride amaro).

La prima pagina di Repubblica del 7 marzo 2007

A proposito del suo rapimento, che cosa pensava in quei momenti?

Avevo molta paura. Quando ti rapiscono ti attacchi un po’ a tutto: speri nella tua buona fede perché sei venuto senza armi, speri che stiano contrattando per liberarti. Io ero convintissimo che mi volessero ammazzare, non ho mai avuto dubbi. Pensavano che fossi una spia. Io sono vivo per fattori casuali, c’è gente che che ci sta anni, che viene ammazzata. Ti può vendere perfino la security, che tu paghi per proteggerti, ma se gli altri la pagano di più… Non ci sono regole, non c’è rispetto. In questo è cambiato tanto il giornalismo, oggi i rapimenti sono molto più frequenti.

Video: il primo appello tv / il drammatico secondo appello

Quanto pesa fare un mestiere così rischioso sulla famiglia?

Alla famiglia non pensi sempre, se no non lo faresti mai (mi giro verso sua moglie, che sorride).
Lei: è la passione per il lavoro, se no non lo faresti mai. Ed è una questione di fiducia: io so che lui farà di tutto per non farsi del male.
Lui: per questo devi organizzarti bene. I tuoi contatti sul posto sono fondamentali: da loro dipende la tua vita. Il coraggio è diverso dall’imprudenza. Devi essere sempre cosciente di quello che fai.
Lei: …e devi avere sempre paura. La paura è il tuo terzo occhio. La paura ti tiene in vita.

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About Lorenzo Alberini

Aspirante giornalista e scrittore, mi interesso soprattutto del mondo arabo-islamico. Mi piace andare in montagna, viaggiare (magari a piedi o in bicicletta) e scattare qualche fotografia. Frequento il terzo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche.