La “crisi” del Centro

…”der Norde si volemo parè quelli ricchi, der Sudd si volemo esse quelli simpatici!”

Immaginate di essere nati e cresciuti, che so, a Roma, a Perugia, a Fermo oppure ad Arezzo, ma comunque nella zona geograficamente definita “Centro Italia”. Bene. Ora supponete di dovervi trasferire, forti dei vostri venti anni, nel profondo Nord-Est… a Gorizia, magari. Sì diciamo a Gorizia.
Ora, tralasciando lo shock culturale da “come mai mi sento in Erasmus in Austria nonostante io sia tecnicamente ancora in Italia?”, e mettendo da parte anche la sorpresa derivante dalla mancanza di cartacce per terra, dalla quantità ai tuoi occhi spropositata di persone in bicicletta e contemporaneamente di pensionati avanti con gli anni e dalla presenza più che marcata di forze dell’ordine sul territorio, c’è un altro fatto che probabilmente vi lascerà perplessi. Un qualcosa di un po’ meno evidente e visibile, ma sul quale è interessante soffermarsi: i vostri amici del posto (o dei dintorni) vi chiamano, seppur affettuosamente, “terroni”.
No, un attimo. Terroni? A casa tua, che per comodità ipotizzeremo essere a Roma, la Terronia (concetto per noi piuttosto neutro) inizia da Napoli. “Ma no, ma no, la Terronia è tutto ciò che si trova al di sotto del Po!”, ti spiega con gentilezza un’amica di Vittorio Veneto. Ah ok, buono a sapersi. Sono terrona, dunque. Ma poi, la sparata dello studente napoletano: “Vabbuò, ma voi romani mica siete terroni… voi siete su!”.
Ecco, cari connazionali, così rischiate di creare quella che viene comunemente definita “crisi da mancanza d’identità”. Ed è proprio per scongiurare questa rischiosa eventualità che ci si è iniziati ad interrogare, tra studenti toscani, umbri, marchigiani, laziali [del Lazio, non della Lazio, ovviamente! ndr], abruzzesi, (pochissimi) molisani e includendo con riserva anche emiliani/romagnoli (mai capita la differenza..), sulla questione: “Se al Sud sono terroni e al Nord polentoni.. noi chi diavolo siamo?” E, fidatevi, le risposte sono state davvero articolate.

Nel tentativo infatti di trovare un insulto che ci calzasse a pennello (insulto inteso in senso positivo, di quegli insulti che per il solo fatto di essere espressione di una caratteristica comune a più persone vicine diventano, per quelle stesse persone, motivo di vanto), in molti si sono arrovellati per trovare una risposta. Non senza difficoltà.

“Comunque terroni” è la risposta andata più in voga tra i friulani (o meglio dire “del Friuli Venezia Giulia”, altra lezione imparata da queste parti) e i veneti. Spinti ad una riflessione vagamente più approfondita, hanno tirato fuori perle come “tamarri” , per poi sorbirsi la spiegazione del poco utilizzo di tale termine in zone appenniniche; “tutti romani” , andatelo a dire ai toscani!; un allusivo “rossi” con tanto di strizzatina d’occhio, non valido però per tutte le regioni; per finire, ad esempio, con il bizzarro “mezzadri”. Se interrogati i
diretti interessati del Centro, invece, si fanno notare le differenze interne: “noi si è sihuramente il Granduhato”, toscani, ovviamente; “Etruschi!” risponde la ragazza umbra, la regione del Centro per eccellenza. Etruschi? Ma non se ne parla proprio. “Papalini?” ARGH. “Chiacchieroni!”, forse un po’ generico; “campanilisti”, non male in effetti.. e infine, la saggezza popolare della nonna umbro-romana “noi semo quello che ce fà più comodo: der Norde si volemo parè [=sembrare] quelli ricchi, der Sudd si volemo esse quelli simpatici!”. Sicuramente pragmatica. Dichiarazione accompagnata dal commento, simile per contenuto ma vagamente più pessimista, dell’altra studentessa perugina: “in realtà non siamo né carne né pesce: terroni al Nord, polentoni al Sud. Direi forse.. Polerroni!”. Fantasioso, senza dubbio, ma troppo poco evocativo.

Insomma, tentativi apprezzabili ma mancanti d’efficacia.
La questione sembrava destinata a rimanere irrisolta finché qualcuno, con accennato distacco, butta lì un “burini”. Burini.
Ok, la parola deriva dal dialetto romanesco, però permettetemi di affermare che è piuttosto valida per l’intera zona centrale.

 In fondo, a pensarci, un po’ Burini (pronunciato con B iniziale sempre più marcata man mano che si scende nello stivale) lo siamo: legati visceralmente alla nostra terra d’origine, dai modi magari poco raffinati ma autentici e orgogliosi di una cucina di sapori forti e caserecci…

Beh, caro lettore, perdona quest’ultima parte scivolata nella nostalgia. L’intento non era certo quello di far sembrare il caro Sconfinare un dèpliant di agrivacanze. Però è innegabile che da oggi la parola “burino” assumerà un’altra sfumatura, almeno per me.

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About Irene Manganini

Riccia, romana, 2° anno SID, adora Sconfinare, dentro cui si è trovata molto per caso. Non sa ancora bene cosa farà nella vita, nel frattempo si dedica con anima e corpo alla sua passione per l'umanità intera.