Chi sarà il numero 2?

Mitt Romney e la ricerca del vice nella sfida ad Obama

La campagna elettorale negli Stati Uniti si sta avvicinando al momento chiave, e per questo cominciano a farsi sempre più insistenti le voci su uno degli aspetti principali di ogni campagna: la scelta del Vice Presidente. Se per quanto riguarda Obama la decisione di continuare con Joe Biden appare scontata, in ossequio alla tradizione del Presidente incumbent di confermare il proprio vice, è su Mitt Romney che si concentra l’attenzione dei media e degli analisti politici.

In effetti, sebbene lo sfidante Repubblicano sostenga che solo lui e i suoi più stretti collaboratori conoscono i nomi in lizza, uno sguardo attento alla campagna fino ad oggi può già permetterci di stilare una short list di quattro nomi: Tim Pawlenty, ex Governatore del Minnesota e avversario prima, infallibile alleato poi di Romney durante le Primarie; il Senatore dell’Ohio Rob Portman; il Governatore della Lousiana Bobby Jindal, di origini native; e il Deputato del Wisconsin, enfant prodige del GOP e alfiere della destra libertaria.

La decisione di Romney è difficile, anche se storicamente il candidato Vice Presidente non ha mai spostato più di tanto i voti a favore del candidato. Ma ci sono casi di scelta affrettata che alla fine hanno fatto più male che bene al candidato Presidente. Il caso più celebre è senza dubbio quello di Tom F. Eagleton, il Senatore del Minnesota scelto dal candidato Democratico alle elezioni del 1972 George McGovern. Eagleton fu scelto all’ultimo, di fretta, senza che si sapesse molto di lui all’interno dello stesso Partito, durante una conversazione telefonica tra lui e McGovern che durò esattamente 67 secondi. Solo dopo la sua nomina si venne a sapere che il Senatore soffriva di disturbo bipolare e depressione, che era stato ricoverato per tali ragioni ripetutamente in passato e che era stato sottoposto persino ad elettroshock. Risultato: il 1 agosto il povero Eagleton fu costretto a dimettersi, e McGovern si avviò verso la peggiore sconfitta elettorale di sempre contro l’incumbent Richard Nixon. Che neanche due anni più tardi si dimise, in seguito allo scandalo Watergate, avvenuto proprio durante quelle elezioni.

Insomma, la scelta di un Vicepresidente deve essere basata per prima cosa sulla regola d’oro “first, do no harm” (prima di tutto, nessun danno): se è vero che capita raramente che un Vice in pectore cambi il corso della competizione, capita spesso il contrario. Che cioè la scelta alla fine si ritorca contro chi l’ha fatta. Questo è il caso di Sarah Palin, scelta dal Candidato McCain 2008, anche in questo caso all’ultimo: se all’inizio la scelta sembrava essere “forte” e in grado di compiacere i Repubblicani più oltranzisti e i Tea Party, ben presto la Governatrice dell’Alaska ha cominciato a inanellare gaffes su gaffes.

Questo è proprio quello che vuole evitare Romney. Ma a guardarlo bene, è molto ridotto il rischio che si faccia prendere da una decisione avventata e mediatica: Romney è famoso per la sua capacità di raccogliere dati, ascoltare i consigli e pianificare. Per questa ragione, è difficile aspettarsi una decisione molto in anticipo rispetto alla conventionRepubblicana di Tampa del 27 agosto- cosa che in sè, comunque, è piuttosto rara. Ma soprattutto, è lecito aspettarsi una decisione che prenda in considerazione quanti più aspetti positivi e negativi di ogni singola scelta. Per questa ragione è difficile credere che non ci sia, nella testa di Romney, già almeno un ordine di preferenza tra i vari candidati. Il candidato Repubblicano non ci ha abituato a grandi colpi di mano e a grandi sorprese: per questo è lecito pensare che, osservando lo svolgimento presente e futuro della campagna, sarà possibile predire con sicurezza chi starà al fianco di Romney sul palco di Tampa.

Partendo da queste premesse, non dovrebbero esserci grossi stravolgimenti alla lista di “quattro finalisti” presentata all’inizio di questo articolo e identificata da Real Clear Politics: il VicePresidente sarà verosimilmente pescato tra questi quattro nomi, che sono quelli più presenti nella campagna di Romney, quelli a cui più spesso è lasciato il compito di fare campagna. Quelli, in poche parole, a cui Romney si sente più affine, e di cui più si fida. Per il resto, a decidere il gioco saranno gli elementi politici e la convenienza elettorale: meglio un giovane cavallo di razza libertario come Paul Ryan o un politico espressione di una minoranza ed estraneo alla politica di Washington come Jindal? Meglio il fido e giovane ma scialbo Pawlenty, poco vicino alla base Conservatrice, o il più esperto e “potente” (provenendo da un importante stato in bilico, l’Ohio) Portman, su cui pesa però un passato nell’Amministrazione Bush? Romney cercherà di sciogliere questi nodi prima della convention, ma appunto, non aspettiamoci sorprese. L’unica sorpresa vera potrebbe venire da Marco Rubio, la star dei Tea Party e importante membro della comunità latinos, e che ha già avuto occasione di fare campagna per Romney. Ma il candidato Presidente ha già negato una sua possibile scelta, e non è ancora sicuro il feeling tra i due politici. Inoltre, non è detto che Marco Rubio accetti il rischio di bruciarsi la candidatura alle Presidenziali del 2016, a cui si presenterebbe da protagonista.
La scelta del Vicepresidente potrebbe rivelarsi, se non decisiva, almeno importante in una campagna come questa che si preannuncia molto combattuta (come suggerito dagli ultimi sondaggi). Per questo, anche sul fronte Democratico, il Presidente Obama potrebbe rimettere, a sorpresa, in discussione la nomina di Biden, optando per la scelta di Hillary Clinton. Scelta molto difficile, ma che sarebbe mediaticamente di un certo peso, perché rinsalderebbe a sé gli elettori più liberal e perché si tratterebbe di tenere ancora più vicino a sé, in un posto di rilievo, il membro più popolare dell’Amministrazione. Non è dato però per scontato che la Clinton accetti di lasciare il suo compito da capo della diplomazia, che in questi quattro anni ha portato avanti in modo più che dignitoso, per un ruolo, quello del Vicepresidente, più liquido, meno definito, in cui può essere sia il vero raccordo tra Presidenza e Amministrazione, dettandone i ritmi, come Cheney con Bush o Gore con Clinton, sia una controfigura vuota di ogni potere reale, come John Garner con F.D. Roosevelt. Una cosa è certa: la forza del Vicepresidente dipende dal carattere di chi ne occupa lo scranno. Obama alla fine potrebbe scegliere di non farsi sedurre dalle Sirene elettorali e tenere al suo fianco Joe Biden. Il quale, per quanto dotato di meno appeal rispetto alla Clinton, ha comunque saputo ritagliarsi un proprio posto come voce moderata dell’Amministrazione.

Questo articolo è apparso per la prima volta su imerica.it, il sito di cronaca sugli Stati Uniti mio e di Nicolas Lozito 

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About Giovanni Collot

Sono uno studente del primo anno specialistica del SID, originario di Conegliano (TV). Mi sono laureato alla triennale, sempre al SID, con una tesi sul divieto internazionale di tortura nel contesto internazionale della tutela dei diritti dell'uomo. Ho trascorso un semestre abbondante in Erasmus a Vienna, esperienza che mi ha fatto maturare molto dal punto di vista accademico e umano, principalmente perché ho imparato a fare il risotto. Tennista fallito, scrivo e impagino per Sconfinare fin dal mio primo anno di università, che ormai comincia a risultare spaventosamente lontano. Mi piace molto leggere, e compro sempre molti più libri di quanti riesca effettivamente a leggere. Adoro viaggiare. Suono la chitarra, mangio e bevo.