E il pomeriggio di Tunisi ti soffoca. Dentro la medina: luce, ombra, luce; il sole tagliato geometrico dall’orlo slabbrato dei tendoni. Inciampando sui ciottoli manca quasi il respiro quando rue Zarkoun si contrae come una vescica, si butta roba e gente nel mercato coperto. Grida, mani, spezie. Solo due passi e ci sono mucchi di sabbia, d’immondizia, un uomo rovesciato su un materasso tra i gusci delle mandorle. È stagione. Rue Sidi Abdallah Guech, ma si dice il bordello, si dice il quartiere, sta nell’epicentro di questo inesausto commerciare mattino e sera. Sono tre quattro budelli angusti, per terra di cemento: i marmi lucidi della moschea al-Zaytūna sono cento metri più in là. È la più grande di Tunisi, sospesa su centoottanta colonne antiche provenienti da Cartagine.
Sì, il Paese della maledetta rivale di Roma è l’unico del nord Africa ad avere case chiuse con licenza: portano il timbro del ministero degli Interni. Una per ogni grande città: così Tunisi, Sfax, Bizerte, Sousse, Kairouan. In capitale l’impasse dove si vede sesso dal mattino presto alla notte è nascosta dietro uno scalcagnato cancello blu, socchiuso. Il via vai è sempre fitto, specie verso sera.
Il principio è quello ben collaudato dei quartieri a luci rosse di mezza Europa: a ogni ragazza la sua stanza, ad ognuna aspettare sulla porta il prossimo cliente. Il vero è una versione degradata della tristezza che altrove prova a truccarsi con gusto. Qui è un carnaio: di donne senza denti, di pance gonfie e sformate avvolte in scialli trasparenti. Il caldo è insopportabile: tutte stanno sulla soglia sudate, in reggiseno e mutande. Altre nude. Questo bordello ha il fiato pesante del kanoun, un bruciatore di carbone di terracotta che sta davanti ad ogni porta. Serve a scottare e spargere l’incenso, o a scaldare recipienti. Qui piuttosto intossica.
Spingendosi verso l’interno i vicoli si stringono sempre più, le porte una di fronte all’altra quasi si toccano. Tutti passano e guardano, passano e guardano. Bastano poche parole, la porta si chiude, si tira una tenda: l’entrata costa dieci dinari, cinque euro e spiccioli. E dentro la luce è bassa, rossa, incendiata d’irritanti deodoranti da supermercato. Quasi tutte le stanze hanno una branda al fondo, un piccolo lavabo, spesso sovraccariche d’oggetti sconfusionati alle pareti. Posaceneri stracolmi, animali di pelouche, un poster fumante di Bob Marley. Sul portaoggetti sta rovesciato un pugno di preservativi. Questi ogni lavoratrice li riceve dai medici che a cadenza settimanale – il lunedì e il giovedì mattina – effettuano controlli su ciascuna donna. In questo senso tutto si svolge secondo procedure ben precise. Ciascuna delle circa sessanta prostitute che lavorano giornalmente nell’impasse è regolarmente registrata per la professione che svolge al ministero degli Interni – in totale nella sola città di Tunisi i registri ne contano circa duecentoquaranta. Tutte pagano le tasse sul proprio lavoro e l’affitto della stanza in cui lo praticano.
La realtà della prostituzione legale in Tunisia risale alla dominazione francese del Paese. La casa chiusa di Tunisi, aperta da più di sessant’anni ha attraversato la presidenza di Bourguiba e il trentennio al potere di Ben Ali. Dopo la rivoluzione dei gelsomini del febbraio 2011, la cacciata dell’ultimo presidente, qualcosa è cambiato. In meglio, in peggio? Difficile a dirsi per una democrazia ancora lontana da una maturità piena. Certo è che la decapitazione del potere del clan del presidente riparato in Arabia Saudita ha dato la stura ad una serie di proteste di piazza prima impensabili. E se dalla caduta del presidente l’asfalto dell’avenue Bourguiba, il costato del centro della capitale, è stato preso da gente di diverso colore, certo i più rumorosi sono stati – a più riprese – i salafiti: islamisti fondamentalisti che a rivoluzione finita hanno preso la palla al balzo, rialzato la testa, e ripreso la piazza.
Proprio loro in febbraio hanno marciato a centinaia verso il bordello di Sidi Abdallah Guech invocando la chiusura del groviglio di vie del peccato, hanno portato taniche di benzina minacciando di mettere tutto a fuoco, hanno protestato e gridato che non è pensabile la prostituzione lì dove distinte si sentono le chiamate alla preghiera che tuonano dal minareto.
Hanno anche distribuito volantini che portano tutta la rabbia contro il bordello. Analoga sorte, stavolta lo scorso giugno, per la casa chiusa di Sousse, incendiata da un manipolo di estremisti rasati e dalle spesse barbe nere.
Adesso chissà. Il cancello di Rue Sidi Abdallah Guech sarà presto chiuso a doppia mandata? Nessuno sa rispondere. Si aspetta. Intanto dentro c’è chi, come una volta, come più di mezzo secolo fa, sta piegato su di un povero banchetto, capelli bianchi e qualche dente sparso, e vende sigarette all’unità per poche monete.










