Rosarno-Parigi. Sans-papiers, solidarité!

Manca una politica di integrazione. Ma il vento delle migrazioni è inarrestabile

Un anno dopo i tragici fatti di Rosarno, pubblico un commento scritto all’epoca per Sconfinare e non ancora apparso sul sito. La protesta antirazzista vista dalla Francia di Sarkozy. In dodici mesi poco è cambiato, almeno da parte italiana. Questo il parere, più autorevole e aggiornato del mio, della portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati in Italia, Laura Boldrini.

PARIGI, GENNAIO 2010 – Pochi giorni fa, tutto soddisfatto per aver stampato qualche volantino “Cours d’italien” da appiccicare per Parigi in cerca di un lavoretto, ho deciso di andarmi a fare pubblicità nel tempio dell’italianità in Francia, al numero 50 di rue de Varenne,  a due passi dall’Hotel Matignon, sede del primo ministro francese, e giusto di fronte all’Ambasciata d’Italia: sto parlando dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, un bel palazzo che fu sede del Ministero degli Esteri durante il direttorio di Tallerand.

Concentrato alla ricerca del numero civico, quasi vado a sbattere sul petto antiproiettile di un poliziotto. Rue de Varenne è chiusa, non si sa fino a quando. Pare ci debba essere una manifestazione. Mah, chissà quale sarà questa volta il motivo. Sempre a protestare, questi francesi; piove governo ladro. «Mi scusi Monsieur, io non ho niente per cui manifestare, si figuri, voglio solo andare a dare un’occhiata all’Istituto Italiano! ». L’agente sgrana gli occhi, mi fa indietreggiare, «c’est impossibile! ».

Cerco di scoprire almeno il motivo di questo mio cambio di programma forzato. Sarà forse la “tax carbone”? La privatizzazione della posta?. Mi avvicino a una manifestante… «Oui, le rendez-vous était en face de l’Ambassade Italienne, mais après…». «!» penso io. «È contro il razzismo in Italia», mi spiega una signora.

Indietreggio un poco dal blocco di rue de Varenne, vi ho contato almeno una trentina di poliziotti, qualche auto e due tre furgoni blindati. Penso che ce ne siano altrettanti all’altro imbocco della via. Seguendo le manifestanti disorientate ripercorro i miei passi e raggiungo il gruppo della protesta. Eccoli lì i facinorosi che hanno fatto dispiegare tante forze dell’ordine. Saranno un centinaio al massimo, contate voi stessi (vedi foto). Qualche minuto prima passando non mi ero neanche accorto di loro! Cominciano i cori, “Sans-pa-piers! Soli-da-rité! Ro-sa-rno!”. La protesta e lo scandalo varcano le frontiere, giudicati da un’opinione pubblica che dei confini se ne infischia. Il locale diventa affare mondiale, e si ri-localizza: distribuiscono volantini per ricordare la morte di un clandestino in un centro di permanenza temporanea francese per mancanza di cure mediche. Non siamo certo i soli ad avere problemi nella gestione dell’immigrazione, dei clandestini o dell’accoglienza (a seconda che si guardi la questione da un punto di vista neutro, allarmato o positivo). Un rapporto di dicembre 2009 pubblicato da Le Monde spiega che nessuno dei problemi che hanno provocato la rivolta delle banlieues del 2005 è stato risolto. Nelle “Zone Urbane Sensibili” la metà dei minori vive al di sotto della soglia di povertà e il 41% dei giovani maschi è disoccupata. Il “sindaco di banlieue” di Clichy-sous-Bois (periferia parigina epicentro della rivolta del 2005) commenta: «I ghetti fanno comodo, nascondono il problema, la televisione mostra solo i rimpatri forzati ma nella realtà è qui che finiscono gli immigrati che i francesi non vogliono vedere. Non si cerca l’integrazione, solo la sicurezza conta.»

Il nostro però è un problema diverso. In Francia si tratta di “mancata integrazione”. Il fenomeno di immigrazione stagionale e lavoro nero nel nostro Sud è da chiamare piuttosto “schiavitù”.

A pochi chilometri da Rosarno, al porto dio Gioia Tauro, sbarcano le arance brasiliane. La loro concorrenza ha fatto crollare il prezzo, e il margine costi/ricavi per i produttori si è fatto sempre più sottile. L’Unione Europea aiuta i produttori schiacciati dalla concorrenza. Lo faceva, fino al 2007, stanziando “aiuti al chilo”, secondo le arance prodotte. I contadini passavano per il tramite delle associazioni di produttori, durante questo passaggio i chili si moltiplicano sulla carta, l’Unione europea sovvenziona arance di carta che mai nessuno ha visto né spremuto. L’Unione si stanca e cambia politica. Oggi stanzia “aiuti all’ettaro”.

Prima, un lavoratore a basso prezzo serviva, per portare alla pesa qualche quintale di arance da moltiplicare miracolosamente per cinque o per dieci. Oggi è inutile, tanto i soldi arrivano lo stesso, anche se le arance restano a marcire sugli alberi, basta avere un terreno. Le baracche di cartone diventano dunque intollerabili, prima quattro briganti ci sparano sopra con le pistolette a pallini, poi arrivano le Forze dell’Ordine del Ministro a completare lo sgombero. A grandi linee la questione è così. Per evitare superficialità e approfondire consiglio di leggere un articolo illuminante di Giuseppe Salvaggiulo su La Stampa. In mezzo a tutto questo scompiglio chi assicura un minimo di organizzazione? La ‘Ndrangeta. Attraverso qualche famiglia, imparentata con qualche altra famiglia, che mette paura a qualche altra famiglia, la rete mafiosa più insidiosa – secondo le parole di Napolitano – tiene insieme il sistema.

Il nostro è un problema diverso da quello francese, ma è della stessa razza: cercare di nascondere i problemi, di rinchiuderli in una banlieue disagiata o in un capannone sotto dei cartoni e spendere tutta l’energia politica a promettere espulsioni. Maroni come Sarkozy. Salvo poi accorgersi che la situazione non si risolve in questo modo, è come mettere la polvere sotto il tappeto.

È come cercare di fermare il vento soffiandoci contro. Le migrazioni non sono governate da quote ed espulsioni, ma dall’anticiclone delle disparità. Le disparità economiche e sociali mettono in moto le persone, in fuga dalla terra della guerra e della povertà verso il mondo ricco. Questo accade nella grande scala, a livello globale.

Nella piccola dimensione del nostro aranceto, del nostro paesino e della nostra Italia dobbiamo imparare ad accoglierlo, questo vento, che tra l’altro fa girare i mulini della nostra economia: l’immigrazione contribuisce per il 10 per cento al nostro PIL. Qualcuno l’ha capito: la Caritas, l’associazione antimafia Libera, buona parte della società civile. Il problema è che oggi tutto si fonda sulla buona volontà di qualche cittadino, che un giorno, trovandosi solo a gestire un tornado, potrebbe pure stancarsi e far mancare il suo aiuto, la sua pietà. Forse un  giorno arriveremo a liberare i nostri schiavi, con un’accoglienza che non sia solo elemosina, ma una politica organizzata di integrazione.

Francesco Marchesano

(recensione del libro di Laura Boldrini, portavoce italiana dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati)

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About Francesco Marchesano

Sono nato il 25 maggio 1988 a Ferrara, mi sono laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche di Gorizia, trampolino formidabile e sgangherato per partire alla scoperta del mondo. Affascinato dalla Francia, ho trascorso un anno di Erasmus a Sciences Po di Parigi. Un breve scambio universitario e uno stage all'Ambasciata d'Italia a Mosca mi hanno fatto innamorare della Russia, del suo popolo sensibile, della sua cultura e della sua lingua armoniosa. Per un errore di giovinezza, conosco in modo tediosamente approfondito il diritto dei mari ghiacciati e sogno di calpestare il Polo Nord. Mi piacciono i giornali di carta, la fotografia, De Andrè, la musica balcanica e i libri, solitamente quelli brevi e noiosi. Alterno fasi di spiccato ottimismo a momenti di realismo spietato. Sono patriota.