Napoli e l’immondizia: la storia infinita

Sedici anni di emergenza: un business di malaffare e responsabilità irresponsabili

Napoli – La città partenopea attendeva il capodanno 2011 con lo stesso spirito con cui avrebbe aspettato lo scoppio di una bomba atomica: alta era la probabilità che potessero diventare roghi i rifiuti che il ventre di Napoli ormai vomita. Questo avrebbe comportato il riversarsi nell’aria di ingenti quantità di diossina, con serie ripercussioni anche a lungo termine sulla salute dei cittadini.

Non una novità per la popolazione che ormai da sedici anni si ciba dei prodotti cancerogeni delle terre di Acerra, la città del termovalorizzatore, o vive in quella che dagli specialisti è stata considerata zona rossa per il rischio di malattie provocate dalla diossina: Terzigno, Afragola, Caivano e Acerra stessa, tutte località in provincia di Napoli. Ad illuminarci della situazione è  l’assessore alle politiche ambientali di Casalnuovo (in provincia di Napoli), Errichiello Salvatore. Alla domanda sul perché a Napoli esista il problema dell’immondizia, l’assessore risponde che due risultano essere le cause: la bassa percentuale di raccolta differenziata e gli impianti non funzionanti.

I rifiuti dovrebbero essere differenziati in multimateriale, umido, vetro e indifferenziata, ognuno dei quali intraprende diversi percorsi di smaltimento, ovvero ognuno di essi è indirizzato a uno Stir o discarica. Tuttavia, su 100 kg di immondizia di solito solo il 28 o 30 percento viene differenziato, il restante 70 percento si riversa nell’indifferenziata la quale non ha un luogo dove conferire. Dallo Stir di destinazione una parte dovrebbe poi andare nei siti di compostaggio, mentre il resto essere diviso tra la discarica di Salerno, l’inceneritore di Acerra e l’area ecologica di Napoli Est: ora dei tre canali di smaltimento dell’inceneritore ne è funzionante solo uno e l’area ecologica di Napoli Est è ancora un progetto. Ecco l’impasse: le discariche si sovraccaricano e l’immondizia non potendo essere smaltita rimane per strada.

La soluzione potrebbe consistere in un maggiore impegno da parte dei cittadini di differenziare i rifiuti in modo da diminuire la percentuale di indifferenziata da smaltire, ma i problemi non sono finiti qui. Al contrario delle province, la città di Napoli non fa la raccolta differenziata, la sua quantità di rifiuti ha raggiunto un totale di tonnellate tali che la S.A.P.N.A.(Società a Partecipata della Provincia di Napoli), addetta all’ufficio flussi, ha aumentato la capacità che Napoli può scaricare, a discapito delle province. Così, Napoli viene pulita e le province rimangono con un sovraccarico di materiale da smaltire. Tra l’altro con i provvedimenti, risalenti al 2009, la raccolta rifiuti è stata provincializzata: è la S.A.P.N.A. a decidere quanta immondizia ogni comune può smaltire e dove deve smaltirla, così da poter dare burocraticamente ed effettivamente la precedenza al capoluogo partenopeo. Il danno arrecato ai comuni è notevole, come emerge anche da una serie di lettere mandate da Ottobre al 29 Dicembre 2010 dal comune di Casalnuovo al presidente della provincia, alla S.A.P.N.A., al presidente del consiglio dei ministri, alla task-force Genio e al Prefetto di Napoli, in cui vengono chiesti conferimenti straordinari per smaltire i rifiuti. Citando testualmente: «la prevalente attenzione rivolta alla città capoluogo ha determinato una non altrettanta adeguata valutazione dei problemi nei comuni della provincia, tra cui Casalnuovo di 55mila abitanti che fino a qualche mese addietro avevano portato la percentuale della raccolta differenziata a circa il 33 percento. Sono oltre due mesi che il conferimento presso gli Stir avviene lentamente e negli ultimi giorni molti Stir sono stati occupati prevalentemente dai rifiuti di Napoli( Prot. N.471 del 5.01.2011)». A questo punto la soluzione sarebbe da ritrovarsi in un maggiore impegno dello Stato nella costruzione di strutture ad hoc per il compostaggio e in una maggiore vigilanza sulle ditte di smaltimento, che dall’inizio di quest’anno, con neanche un mese di preavviso, sono passate al controllo del Comune. Quest’ultimo dunque subisce dalla S.A.P.N.A. ma deve organizzare l’appalto per le ditte adibite alla raccolta e allo smaltimento.

In questo delicato procedimento subentra la Camorra. Il compostaggio dei rifiuti è infatti un vero business: ogni comune per poter scaricare rifiuti deve pagare una somma proporzionale alle tonnellate di scarico. Ad esempio per l’indifferenziata il costo è di 108 euro a tonnellata per un totale di più di 59mila tonnellate: si tratta di miliardi di euro. Tuttavia, come dice Sodano, senatore e membro della commissione d’inchiesta sulle ecomafie, la camorra è spesso un alibi: i rifiuti vengono  strumentalizzati nelle campagne elettorali come obiettivo da raggiungere, agevolati dai patti  con entità parastatali. Fin quando provvedimenti porteranno la firma di Cosentino e dell’entourage bassoliniano la storia dei rifiuti campani non potrà mai dirsi finita dal 1994.

Ti potrebbero interessare anche:
avatar

About Monica Esposito