Ai Weiwei: artista, architetto, urbanista, attivista, figura politica, uomo.

Ai Weiwei speaks with Hans Ulrich Obrist“ 

Edizioni Penguin Books, 2011, £5.00

Ai Weiwei è un artista cinese classe 1957. Molti l’avranno sentito nominare solamente in seguito allo scalpore suscitato dalla sua incarcerazione per ordine del governo cinese, ritenuta ingiusta da una pluralità di voci, anche illustri. Molti altri, forse, nemmeno lo conoscono, e ignorano del tutto di cosa si occupi nella vita questo paffuto signore tanto scomodo al governo di Pechino. Ai Weiwei è un artista multi-campo, capace di spaziare dalla pittura alla scultura, dalla scrittura (il suo blog è stato per anni bandiera di libertà d’espressione per migliaia di artisti cinesi) all’architettura (suo è il progetto per lo stadio di Pechino per le Olimpiadi del 2008). Ai ha una personalità incredibilmente complessa e sfaccettata, che decide di mettere a nudo in questa serie di interviste contenute nel libro. Suo “confessore” per l’occasione è Hans-Ulrich Obrist, curatore artistico di Zurigo, critico e storico d’arte, vice-direttore della rinomata Serpentine Gallery di Londra, galleria di arte moderna e contemporanea che accoglie i capolavori di artisti del calibro di Warhol, Basquiat, Hirst e Koons. Obrist non è nuovo al lavoro di intervistatore: suo infatti il progetto chiamato “The Interview Project”, consistente in una serie di lunghe interviste a personaggi di spicco dell’arte, filosofi, pensatori e personalità pubbliche come Yoko Ono ed Eric Hobsbawm, ma anche stimati architetti e giovani artisti come John Baldessari, Rem Koolhaas, Nancy Spero e Zaha Adid.

In questo libretto di poco più di un centinaio di pagine sono raccolte le conversazioni che il curatore svizzero e l’artista cinese hanno avuto tra il maggio 2006 e la fine del 2010. Il libro è stato pubblicato, però, solamente nel maggio del 2011, proprio nel periodo durante il quale Ai Weiwei era detenuto nel carcere di Pechino (detenzione giustificata ufficialmente dal governo cinese da motivi legati all’evasione fiscale della società cui fa capo l’artista). Indubbiamente, la scelta di pubblicare questa serie di interviste proprio nel momento in cui l’artista era in carcere, è dovuta anche alla scelta di “sfruttare” la situazione al fine di aumentare le vendite del libro, grazie alla grande risonanza ottenuta dal caso di Ai Weiwei. D’altro canto, è anche vero che, al fine di approfondire la vicenda, per capire chi sia quest’artista tanto scomodo al governo cinese e per comprendere quali siano i suoi obiettivi e i valori che stanno dietro alle sue opere e alle sue proteste, la lettura di questo libro può rivelarsi senza dubbio illuminante. Durante le interviste, Obrist incalza Ai Weiwei con domande d’ogni tipo e Ai, per contro, lascia libero sfogo alla parlantina, raccontando aneddoti ed esperienze, sogni e desideri. Ai Weiwei confida soprattutto di non aver cercato particolari attenzioni al di fuori del campo artistico, specialmente come figura politica, ma che tuttavia “in una società come la Cina, qualunque argomento riguardante il diritto d’espressione diventa inevitabilmente politico. Quindi io sono divenuto naturalmente una figura politica“. Il peso politico e il ruolo di attivista, insomma, se li è trovati addosso, quasi naturalmente, come conseguenza del suo lavoro e dei valori personali espressi attraverso di esso.

Particolare attenzione nel libro è data al 2008, anno significativo sia per la Cina, travolta da eventi e cambiamenti importanti, sia per Ai Weiwei, che ha cercato di interpretare questi eventi e cambiamenti nel modo più artistico possibile. Durante il 2008, infatti, la Cina ha attraversato momenti difficili e delicati, a partire dallo scandalo del latte avvelenato alla melamina, passando per le rivolte del Tibet e della regione di Weng’an, fino al terremoto dello Sichuan e alle Olimpiadi di Pechino, che, constata tristemente Ai, hanno fatto piombare la Cina in uno stato di polizia senza precedenti, con severe limitazioni alle libertà dei cittadini, senza che alcuno stimolo sia nato per riforme o cambiamenti socio-politici. Ai Weiwei, durante ognuno di questi avvenimenti, si è reso protagonista con iniziative, artistiche o meno, al fine di denunciare le mancanze, la corruzione e gli abusi del governo cinese. Particolarmente scomoda è stata l’insistente iniziativa di Ai durante il caso Yang Jia, un caso di cronaca che vedeva imputato un giovane di Shanghai accusato di aver ucciso sei ufficiali di polizia. In quel caso, Ai Weiwei attirò sul processo una grande attenzione mediatica (cinese ma anche internazionale) al fine di garantire che il processo avvenisse nel modo più chiaro e imparziale possibile, sottolineando come, in assenza di un occhio vigile, il sistema giudiziario cinese tenda ad agire in tutt’altro modo. L’epilogo della vicenda non è stato dei migliori (l’uomo fu condannato a morte secondo la legge cinese), ma se non altro, il sistema giuridico cinese per una volta ha funzionato senz’ombre.

La lunga conversazione, poi, attraversa ovviamente tutti i generi artistici, dalla musica alla poesia, dalla pittura e scultura, dalla scrittura all’architettura. Quest’ultima arte, in particolare, che ha consacrato Ai Weiwei come urbanista ed architetto di fama mondiale, è venuta quasi per caso, per ammissione dello stesso Ai, che confessa di non aver avuto alcuna formazione tecnica in senso stretto. Prima c’è stata la dimensione del gioco, naturale, con forme e volumi, poi la realizzazione dei primi edifici, tra cui il suo laboratorio creativo in periferia di Pechino, infine è venuta l’architettura vera e propria. Dopo essere stato notato da importanti architetti di fama mondiale, Ai ha deciso di coltivare questa sua passione per le forme in solitaria, senza mentori né maestri, nel silenzio (è il caso di dirlo, dato che confessa di non ascoltare musica mentre crea) del suo studio. Tutto il resto, la fama, gli ingaggi, le esposizioni, è seguito quasi senza volerlo, e ora, uno degli edifici più importanti di Pechino porta la sua firma.

Tematica importante nel suo lavoro di architetto ed urbanista è sicuramente l’impossibilità di dare un’immagine all’anima di una città (come sostenuto dall’urbanista Stefano Boeri e dal pittore Kokoshka): a questa sfida, Ai ha risposto con un progetto che consisteva in una lunghissima lezione su un autobus per sedici giorni, con una telecamera che continuava a registrare giorno e notte mentre il veicolo arrancava, fermandosi e ripartendo, per le strade di Pechino, da quelle trafficate del centro, a quelle polverose di periferia. Un progetto che ricorda un po’ gli interminabili film a camera fissa di Warhol nella sua factory.

Ai Weiwei è dilaniato dal dualismo della città (in generale) e di Pechino (in particolare): se da un lato la vede come il posto più inospitale e disumanizzante del mondo, dall’altro non può fare a meno di ammirare e guardare l’ambiente urbano come l’espressione più alta di modernità e futuro dell’umanità. E’ un luogo magico, centro nevralgico da dove passano tutte le informazioni, è il motore che muove tutto e chi vi si connette non può più staccarvisi. Il futuro dell’uomo, per Ai Weiwei, non sta in un utopico ritorno alla dimensione rurale: ritornare al passato sarebbe non solo anacronistico, ma un’involuzione dell’intera umanità. La soluzione, invece, è rendere più vivibili questi centri nevralgici che chiamiamo metropoli, al fine di renderle più belle e sostenibili: siano finalmente gli uomini a modellare la propria città, anziché essere ingoiati dal caos e dal grigiume.

Obrist e Ai parlano di tutto: i piani per il futuro, i sogni nel cassetto, ciò che lo rende felice e ciò che lo irrita, le improbabili domande da fare a Dio, le parole che preferisce (una su tutte, forse un po’ scontata, “freedom”), le riflessioni sulla musica e sul silenzio, la poesia come sentimento religioso, Mayakovsky, Whitman, Baudelaire e Rimbaud, William Blake, fino all’amico Allen Ginsberg, conosciuto a New York negli anni ’80.

Nonostante il clima estremamente poco liberale che lo circonda, Ai Weiwei riesce comunque a trasmettere un sentimento di ottimismo rassicurante, fatto di fiducia nell’umanità e nella modernità, nel valore dei blog, dei social network e di internet in generale, che definisce una delle più grandi invenzioni dell’uomo. Ispirato da Wittgenstein e Frank Lloyd Wright, ammirato da Hirst e Koons, Ai Wewei riesce a farsi portavoce delle istanze e dei desideri di rinnovamento e libertà di espressione di tutta la popolazione cinese. Istanze e desideri a cui il governo cinese, ormai, non può più voltare le spalle.

 

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About Stefano Facchinetti

Studente comasco ormai quasi ex-SID. Manca solo la tesi specialistica, che sto scrivendo sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Orientale e Mar Cinese Meridionale. Oltre che a Gorizia, ho studiato anche alla Lapin Yliopisto di Rovaniemi, al King's College di Londra e alla Købenavns Universitet di Copenhagen, e sono stato stagista presso l'Asia Program dell'Institute for Security and Development Policy di Stoccolma, Svezia. Mi occupo soprattutto di, Cina, Giappone e Coree, delle cui culture sono da sempre un estimatore. Arruolato per Sconfinare nel 2009, mi interesso anche di fumetti, cinema e musica.