Marocco: Immaginari e stereotipi

Un articolo di Antonino Ferrara, ex Casco Bianco in Marocco

Che peso ha la religione in Marocco? Il Corano regola tutti gli aspetti della vita di una persona? Le donne, velo sì, velo no e perché? Come si concilia il rispetto dei diritti umani, non negoziabili e validi per ogni essere umano, con l’osservanza del testo sacro? 

La curiosità degli insegnanti che hanno partecipato al corso di formazione organizzato a Verona da Amnesty Italia, il 28 e 29 febbraio, nell’ambito del progetto “Human Dignity: Strumenti e metodi per l’educazione allo sviluppo e ai diritti umani”, mette in evidenza come sia ancora sensibile il gap tra immaginario e realtà, e non pochi i preconcetti e la diffidenza verso un Paese, e i suoi abitanti, che sono il nostro dirimpettaio diretto, nonché l’area di origine della maggior parte degli alunni italiani di origine straniera. Tanto che non si sono lasciati scappare l’occasione di dibattere con Touria Bouabid, responsabile di Amnesty Marocco, invitata a raccontare la storia e l’esperienza della sezione marocchina dell’organizzazione inglese nell’Educazione ai Diritti dell’Uomo.

Touria ha spiegato come il Marocco abbia, da sempre, scelto un islam moderato quale religione di stato riconosciuta anche nella recente Costituzione del luglio scorso. “Il Corano rappresenta una fonte d’ispirazione per il corpo giuridico del Paese ma non è certo il testo che regola la vita istituzionale, politica, sociale ed economica del Regno nella sua globalità”. Non bisogna infatti, ha ribadito, far confusione tra interpretazione e applicazione letterale del Testo, la famosa Shari’a, e un rimando ad esso: il Marocco non è in questo senso l’Afghanistan dei Taliban.

Del resto il mondo musulmano troppo spesso viene pensato come un blocco monolitico privo di sfaccettature, divergenze e veri e propri scismi al suo interno. Basta aprire un atlante per capire, anche solo geograficamente, la complessità intrinseca dell’Islam: una religione che si estende dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico, dal Marocco all’Indonesia e alle Filippine, tra deserti, montagne, fiumi millenari e foreste tropicali.

In Marocco una pluralità di fedi sono tollerate e rispettate, la moschea può sorgere a pochi passi da una cattedrale” ha raccontato Touria, tratteggiando una realtà forse non scontata per un Paese musulmano. Le genti del Libro, le tre grandi religioni monoteiste da sempre hanno percorso le vie del Paese e vi vivono stabilmente in pace: la comunità ebraica marocchina, ingrossatasi a seguito della cacciata dei sefarditi dalla Spagna nel XV sec., era numerosissima (negli anni ‘50 molti ebrei sono emigrati in Israele) e ancora oggi gli ebrei marocchini godono di uno statuto particolare riconosciuto dalla Carta Costituzionale. Visitando le montagne intorno alla città di Béni Mellal capita di imbattersi in villaggi berberi, amazigh, dove la popolazione ricorda la bravura degli artigiani ebrei nel lavorare il legno, i metalli, i tessuti; conoscenze che si sono conservate e che tracciano una sorta di ponte ideale tra i due estremi del Mediterraneo e che sembrano quasi una dolce speranza per il futuro.

“La regola fondamentale in Marocco – ha sottolineato Touria – è non compiere pubblicamente atti offensivi nei confronti della fede islamica che possano disturbare i credenti musulmani”. Ad esempio, durante il mese sacro del Ramadan, il mese del digiuno, non è possibile cibarsi o bere durante il giorno in pubblico, a meno che non si appartenga ad una “categoria” esentata (malati, donne incinte o mestruate, bambini, anziani, persone in viaggio). Negli ultimi anni tuttavia un gruppo di giovani che si oppone all’obbligatorietà di questa regola (Mouvement alternatif pour les libertés individuelles – MALI), ha apertamente sfidato questa convenzione, punita anche penalmente con il carcere, per affermare la libertà di scelta personale di ogni individuo. Il dibattito è a tutt’oggi aperto: “l’importante – ha detto Touria – è cominciare a discutere delle rispettive idee e posizioni, questo è il primo grande esercizio della libertà”.

Tante domande, tante immagini e idee che sono cambiate, che sono rimaste, che devono ancora essere discusse. La giornata con Touria ha dimostrato quanto è importante coinvolgere i professori in prima persona nell’evoluzione delle mentalità e nella difesa dei diritti di ogni uomo. Come formatori dei giovani, è bello e importante che anche loro si pongano delle domande e che trovino qualcuno, come Touria, che può dare loro un punto di vista privilegiato.

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