Se il rancore diventa critica

Una lettera di risposta alla “Lettera anonima apparsa su Il Piccolo”

Cara Redazione di Sconfinare,

ho scritto e riscritto questa lettera per tre giorni. Ho seguito con interesse il dibattito sul nostro sito, condividendo molti dei punti di vista espressi nella lettera che la studentessa del SID ha inviato alla redazione del Piccolo.

Volevo dare un mio piccolo contributo, per quello che può servire. Negli anni anch’io ho espresso vivaci critiche nei confronti del corso che io stesso ho frequentato. Fin troppo vivaci, a dire il vero. Questa lettera, capitata così d’improvviso, mi ha dato l’opportunità di ripensarci, di riflettere sulle questioni che ciclicamente al SID si dibattono.

Non voglio entrare nel merito della discussione. Io, per me, posso solo dire che col senno del poi (e guardando anche a quello che molti miei ex-compagni sono riusciti ad ottenere nella loro esperienza professionale, che poi è quello che conta) sono soddisfatto di aver frequentato il Corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Gorizia, in tempi poi non così remoti (mi sono laureato nel 2010). Sull’Eccellenza di Gorizia mi troverete giustamente scettico, e chi mi conosce sa bene che non son tipo da concedere marchette. Però si può parlare, questo sì, di Eccezionalità. Senza allargarci, e sempre con modestia, e rimanendo consci che l’Eccezionalità è concetto neutro: può essere buona, ma anche pessima, e di fatto spesso lo diventa.

Io non critico la scelta dell’autrice di rimanere nell’anonimato (scelta che, a quanto ne so, è stata concordata con la redazione del Piccolo). Non si nasce tutti spavaldi e fieri (o, se preferite, con la sublime faccia tosta del martire). A me in fondo i Don Abbondio piacciono, soprattutto viste certe critiche fioccate tra i commenti. “Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare” (Manzoni non mi piace, ma questa è bella).

Quello che però mi preme sottolineare, perché già tante volte me ne sono reso colpevole anch’io, è il tono della lettera. Quel rancore strisciante, quella bile che spudoratamente tracima fin dall’attacco: “sono una studentessa … i cui meriti non vengono riconosciuti”.

Subito. Bam. Senza giri di parole. Senza nemmeno il pudore di tirarsi in disparse, di far parlare i fatti. E’ questo che mi ha colpito e mi ha fatto riflettere, perché mi ha dato la possibilità di ritornare su atteggiamenti che molti, me compreso, negli anni con le loro critiche hanno palesato.

La lettera della studentessa del SID – ripeto: condivisibile nei contenuti – è sbagliata nella forma, ed è sbagliata di molto. Nella lotta il mezzo importa quanto il fine. E nello specifico vien fatto di chiedersi, spontaneamente, perché l’autrice si lamenti. Il ritratto che io, personalmente, posso figurarmi non è certo quello di una persona che, spinta da ideali di meritocrazia, desidera un sistema più giusto, magari anche a proprio discapito. Più concretamente, mi pare invece che questo tipo di j’accuse muova da un giacobinismo di bassa lega, e che è semplicemente la maschera del volersi dimostrare, una volta di più, migliori degli altri. Più intelligenti. Più giusti. Tutti uguali, ma qualcuno più uguale di altri.

La studentessa in questione non sembra porsi il problema della qualità nel suo complesso, nemmeno per un attimo (altrimenti finirebbe col concludere, come tutti, che il voto nulla dice di quello che vali, che Tenco un Tenco non l’ha mai vinto, e che nessuno ha mai dato un nobel per la letteratura all’Alighieri).

Quello che le importa veramente, e che a mio modo di vedere è lampante, è il suo bisogno di primeggiare. Non si desidera solamente un 110 e lode: si desidera, al tempo stesso, d’essere gli unici a poterlo sfoggiare. Sarà soddisfatta, la nostra Emile Zola, d’avere un giorno il massimo dei voti, ma non lo sarà mai del tutto finché altri la priveranno del sottile piacere di essere la sola. E’ il bisogno che spinge qualcuno a chiedervi pruriginosamente il voto dopo un esame, solo per poter confermare a se stessi d’aver fatto meglio. E’ quel bisogno schifoso, il più meschino tra i peggiori, di poter andare a testa alta godendo di un riconoscimento che, duole dirlo, spesso è immotivato. La mia tesi dovrebbe essere migliore solo perché ho impiegato più tempo a scriverla? E chi lo dice? La bravura di un operaio si misura anche sulla velocità con cui realizza la casa: e se Roma non venne costruita in un giorno, è pur vero che è meglio raffazzonarsi un tetto, prima che cominci a piovere.

Chi ci dice di essere migliori del nostro prossimo, e soprattutto, cosa ce ne fa avvertire così smodatamente la necessità? Solamente la nostra arroganza e, quando questa non è soddisfatta (e sovente non lo è, perché è la mediocrità a dimostrarsi più volentieri arrogante), il nostro rancore.

E’ qui che entra in gioco la ragione principale che mi spinge a scrivervi: l’empatia da me provata per chi ha l’ambigua onestà di criticare un sistema solo per dichiararsi superiore ad esso. E’ un errore che io ho compiuto spesso, e spesso – tragicamente – in buona fede. Che mi è costato tanto e del quale, a giorni alterni, me ne rammarico (si ha bel gioco a condannare l’anonimato, ma è fin troppo facile ergersi a Cyrano improvvisati e blaterare cretinerie sulle cose che non vanno).

Non si può sperare di cambiare le cose quando la molla che ci spinge a farlo è viziata in partenza. Chissà quanto a lungo avrà rimuginato, l’autrice, prima di decidersi a scrivere al Piccolo. Chissà quanti bocconi amari, quante disillusioni, quante prese in giro. Abbastanza da giudicare, almeno così credo, il suo desiderio di rivalsa, il suo malcelato bisogno di punire gli immeritevoli.

Ma il punto è che ognuno nella vita lavora per sé, e solamente nella propria soddisfazione, nella propria sicurezza riceve la sola ricompensa valida nel lungo periodo. Se l’autrice della lettera non lo capirà, e con lei molti altri che rosicano in disparte, nella vita le si prospettano problemi ben più grandi di un voto di laurea.

Voto di laurea che, per inciso, in due anni di lavoro nessuno mi ha mai chiesto.

Con onestà amareggiata,
Rodolfo Toè

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About Rodolfo Toè

Reporter a Sarajevo, collabora più o meno stabilmente per Le Courrier des Balkans, Osservatorio Balcani e Caucaso, Il Riformista. Ha una passione immoderata per Bon Iver, il calcio e il marzemino. Nel tempo libero legge la Bibbia e compone canzoni.