Chi siamo

Benvenuti sul sito del giornale Sconfinare, il giornale creato dagli studenti del SID del Polo Goriziano dell'Università di Trieste. Da qui potrete leggere tutti gli articoli pubblicati, contattare la redazione e collaborare con noi. Prendi una copia,oppure consulta l'edizione online. Il sito è aggiornato dopo la pubblicazione di ogni numero.

Sconfinare non è il giornale ufficiale dell'Assid nè identifica la sua posizione politica in quanto è semplicemente la libera espressione di alcuni suoi membri che costituiscono il Comitato di redazione. Sconfinare è regolarmente registrato presso il Tribunale di Gorizia il 20 maggio 2006, n° di reg. 4/06.

Direttrice Responsabile: Annalisa Turel, Editore Proprietario: Assid - Associazione Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche.

Per Contattare la Redazione e chiedere di pubblicare un articolo inviaci una mail

Per segnalare un problema sul sito contatta il webmaster

Agenzie interinali

Un nuovo rimedio contro la crisi

(in caso di controindicazioni, consultare un medico)

C’è chi ingrassa con la disoccupazione, e a farne le spese siamo noi. E’ già abbastanza difficile così: bisogna inventarsene un sacco, per cercare di sopravvivere a questa nostra epoca. L’ottica di pieno impiego, nella teoria liberista, si fonda sul postulato fondamentale che, in ultima istanza, ogni maschio può sempre arruolarsi ed ogni donna prostituirsi. Ultimamente anche la politica va per la maggiore e non è da escludere che in futuro siano molti i senza occupazione che decideranno di tentare una carriera in qualche partito. Perché no? Non ve l’hanno mai detto, ma con un po’ di flessibilità è abbastanza comprensibile.

Bisogna sapere cosa fare e cosa non fare ed ogni buon consiglio è bene accetto, di questi tempi. Da parte mia, credo proprio che possa essere un argomento utile da affrontare il ruolo che tra Gorizia e Trieste (in un’ottica nazionale ammetto di non saperne nulla) ricoprono le agenzie di lavoro interinale.

Una polemica, recentemente portata avanti dal sito Bora.la e dal blog di una giornalista del Piccolo, Elisa Russo, verte proprio sul ruolo delle agenzie interinali (per intenderci: Metis, Menpower, Umana, etc.), ruolo che definirei quantomeno ambiguo.

La mia esperienza personale, a questo proposito, è stata abbastanza esemplare. Per un paio di mesi, a cavallo tra novembre e gennaio, mi sono messo alla ricerca di un lavoro. Qualcosa giusto per tirare avanti, mica niente di difficile o di qualificato. Mi sarei accontentato di tutto, dal netturbino all’operaio, sono di poche aspirazioni io e, come ben si sa, i soldi non hanno odore (altro grande postulato fondamentale del capitalismo).

Sprezzando il mio impegno, tutti mi dicevano che a Gorizia non c’era lavoro – e questo nonostante il fatto, che avrete notato sicuramente, che gli annunci delle agenzie rimangono appesi per mesi interi in vetrina. A me, che intendevo solamente mantenermi, anche un posto come addetto allo scodellamento in una mensa scolastica sarebbe andato benissimo. Ho ventiquattro anni, una buona istruzione, sono mediamente stupido, mediamente di bella presenza (ho dieci dita, due occhi e una bocca), godo di buona salute: le vie del mondo mi dovrebbero essere (quasi) tutte aperte.

E invece no. Strano a dirsi ma, per quanto fossi diventato un habitué di tutte le agenzie di Gorizia, non c’era apparentemente incarico che potessi ricoprire. Anche quando mi offrivo di fare il pelapatate, mi sentivo rispondere che il mio profilo non era quello giusto, che non ero adatto a quel lavoro, che avevano già assunto qualcuno proprio stamattina (che caso!). E questo non soltanto a me. Insomma, mi pareva proprio che non volessero darmelo, il lavoro, nemmeno quando insistevo per avere un periodo di prova. Mi facevano compilare i loro assurdi ed interminabili curricula, i loro formulari, e mi rispedivano a casa. Non mi hanno mai richiamato.

La piccola polemica nata ultimamente mi ha permesso di fare un po’ di luce sulla faccenda, di vederci un po’ meglio e di mettervi in guardia contro questi giocatori delle tre carte. Le agenzie interinali non vi daranno lavoro, per cui è meglio che ve ne stiate alla larga. Quello che a loro interessa è avere quante più persone possibile iscritte nelle loro liste, in modo da ricevere fondi pubblici (regionali, ma soprattutto europei) che vengono commisurati, a quanto ho avuto modo di capire, in base al numero di disoccupati che esse dovrebbero teoricamente “impiegare”. Invece, se ne fregano bellamente. Stanno lì, a mangiarsi i nostri contributi, e non fanno nulla per migliorare la situazione. Tutto quello che fanno è prendere i vostri dati, inserirli nei loro tabulati in modo da intascare ancora più soldi. Per il resto, chi ne sa nulla. Intanto, loro se ne possono stare a posto e fingere di essere utili alla causa. Mi sembra importante condividere questa esperienza perché quante più persone ne saranno a conoscenza tanto meno loro potranno continuare a fare questo gioco. Siete ancora in tempo per starne a debita distanza. E se proprio ci foste cascati, come il sottoscritto, potete sempre andare lì e togliervi la soddisfazione di chiedere che il vostro curriculum sia cancellato. Contandogliene quattro, possibilmente.

La condivisione è vita... Condividi con chi vuoi questo articolo:
  • RSS
  • Print
  • email
  • PDF
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • LinkedIn
  • Live
  • MySpace
  • Reddit
  • Twitter
  • Yahoo! Bookmarks
  • Yahoo! Buzz
  • del.icio.us

Udinesi vs Friulani

La meta in questione è Udine. Terra al centro del Friuli Venezia Giulia, che collega il Veneto con la Slovenia passando per Gorizia, i Pordenonesi con i Triestini e riesce a non amare, e non essere amata da nessuna di questi ultimi. Udine, la città della Gladio. Neglie docet.

Per tutti coloro che non avessero voglia di accettare con asettica ironia ciò che segue e precede, sconsiglio il proseguimento.

Udine è terra a sé stante. Capisco la naturale ed automatica spinta ad inserirla nel panorama friulano, se non altro per ragioni socio-politiche. Ma l’udinese no. Non vuole essere inserito da nessuna parte. Lui se ne sta bene per gli affari suoi, negli affari suoi. E se puoi non farteli, bè, lui ne è contento e sollevato. Preferirà piuttosto vedere la balla di fieno che ha nella stalla rotolare piano piano nel suo cortile o campo. Tanto per capire in che termini uso “friulano”, sia limpido che Udine è la capitale del Friuli e tralasciamo che siamo una regione eterogeneamente composta. Rileggi bene: Udine capitale del Friuli. Non capoluogo, non capoluogo di regione. CAPITALE. Anche perché l’omogeneità, il friulano, non la vuole. Non sa cosa farsene. È importante che tu non sia di colore e che non professi religioni strane. Lui lavora e deve lavorare, quando ha finito può finalmente andare in osteria e ordinare un “tai”. Ben che vada, tornerà a casa e urlerà alla moglie “Femine! Dulà isal di mangjà?!”. Dico “Ben che vada” perché non è detto che riuscirà a pronunciare queste parole senza mangiarsele. Sapete com’è, il vino è nemico dell’uomo e chi scappa davanti al nemico è un codardo. Questo un friulano lo sa bene.

Immediato il parallelo Udine-Gorizia. Ora, sappiamo che il FVG è un bacino particolarmente piovoso: il cosiddetto “pisc*atoio d’Italia”, se non mi fossi spiegato a dovere. Ma anche un udinese dovrà riconoscere che Gorizia è più grigia e piovosa di Udine. Già lo noti quando parti da Udine alle 8 del mattino con tanto di occhiali da sole ed a metà tragitto ti chiedi se il sole a Udine ci fosse davvero. Praticamente arrivi verso Cormons (quello che per i non-friulani è Còrmons) e ti sembra di tornare nei film degli anni ‘50. Tutto in bianco e nero.

Arrivi e chi incontri? I Goriziani! Che, poi, li capisco: passare 5 mesi all’anno (sì dai, da ottobre a marzo) in queste condizioni climatiche non è facile. Poco fortunati però: se vanno a Udine sono Bisiachi o Slavi (non Sloveni, Slavi!), se vanno a Trieste sono “furlani”. E tutto il resto d’Italia non sa se risiedono in Italia o in Slovenia.

Poi ci sono i Pordenonesi che per un friulano vero, quello che abita a Udine o nella campagna circostante, è un veneto. Parlano un dialetto diverso, qualcosa di poco udinese e soprattutto non lo chiamano “tai” ma “ombra”. E a Udine l’ombra è quella che proiettano gli oggetti esposti al sole. Quando c’è.

Soprattutto il loro è un dialetto, non una lingua come il Friulano. Provaci, tu, a dire a un Friulano che la sua lingua non è una lingua. Ma in fin dei conti c’ha pure ragione, il Friulano è una lingua così come il Ligure, il Lombardo o il Sardo, come da tutela delle minoranze espressamente citata dalla nostra Costituzione.

Ma l’udinese ha anche un suo dialetto oltre al Friulano. Eh si amici, è il dialetto udinese: un misto tra friulano e veneto, parlato solo dai veri signori udinesi, i quali lo sfoggiano all’occorrenza (tipicamente in bar o a qualche banchetto) per fare i contadini evoluti, quelli che non parlano il rozzo friulano. Perché non dovete credere che l’udinese sia un contadino! No, il Friuli sarà anche una regione di umili origini, ma l’udinese non deriva da tutto ciò. Lui è nobile, aristocratico, non ha le unghie sporche di terra. Adora mangiare il frico, la polenta, il San Daniele e bersi 12-13 tagli di Cabernet ma se è un vero udinese non vi parlerà friulano! Solo dialetto udinese per lui, ed è cosa rara.

I Triestini!!! Come dimenticarsi della guerra archetipica tra Udine e Trieste!? I motivi storici li conosciamo, i libri ce li illustrano a dovere. Ma anche i bambini oramai vengono cresciuti a pane, salame&odio_per_i_Triestini, dalle cui bocche spesso esce un certo melodioso grido “Un solo grido, un solo allarme, Trieste in fiamme, Trieste in fiamme”. Cosa dicano dall’altra parte non voglio saperlo.

Tanto per intenderci, se un bambino Friulano, e quindi di Udine&dintorni, fosse chiamato durante la lezione di geografia di seconda elementare a collocare Trieste sulla piantina geografica, lui chiederebbe spazio su quella slovena. Sia chiaro.

L’uomo friulano è peraltro un uomo molto orgoglioso, grandi principi morali e la famiglia è a lui sacra. Guai se gli citi la moglie o la madre, anche se lui è il primo a chiamare la prima “femine” ed a rispondere male alla seconda. Per spiegarmi meglio, il friulano vero (questa volta mi riferisco al friulano contadino che vive in camicia di flanella, non a quello aristocratico che vive in città), quando rincasa, se trova la moglie sul divano e non a preparargli la cena in cucina, penserà che la catena è troppo lunga.

Puoi andare anche a trovarlo, qualora avessi questa malaugurata idea, ma…: 1. Lui deve lavorare; 2. Magari ha altro da fare o a minuti deve uscire; 3. Se è domenica mattina potrebbe essere a messa, anche se passa 23/24 a condire le sue frasi con delle bestemmie, siano esse esclamative o per intercalare; 4. Stai attento a non presentarti ad orari prossimi a quelli di pasto, potrebbe vedersi costretto ad invitarti a restare a cena e il vero friulano non condivide questi momenti; 5. Tua madre, anche lei friulana, ti ha istruito a non disturbare in casa d’altri, dapprima che cominciasse ad allattarti. 6. Ce ne sarebbero altri, ma mi fermo per limiti di spazio.

Soprattutto, semmai dovessi incrociarlo per strada, distogli lo sguardo. Così non sarà costretto a salutarti.

Ma, al cospetto del friulano dell’hinterland che incarna alla perfezione le sembianze comportamentali e sociologiche di un orso, vi è il friulano udinese della Udine Bene, per i meglio detta anche “Udine Bien”. E il francese non lo sanno, ma fa figo dir così!

La Udine Bene non è di un bene qualsiasi, è di un bene speciale. Per questa casta però non vi sono particolari differenze rispetto a quelle delle altre città. Ma per la Udine Bene sono fondamentali delle tassative vacanze a Cortina e soprattutto almeno 3 settimane di villeggiatura a Lignano. Dove potrai recarti o nell’hotel a 5 stelle o nella casa di proprietà a due piani con piscina e pavimento riscaldato.

Cosa!? Starai mica pensando che il pavimento riscaldato non sia così necessario nella casa al mare? Queste sono tendenziose illazioni! Il pavimento riscaldato è fondamentale!

Pay attention please: IL mare è Lignano, non vice versa. Lignano è “Udine in mutande”.

Ad ogni serata devi come minimo spendere 30 euro in drink per te ed almeno 25 euro per gli amici. Non di più, perché anche l’udinese della Udine Bene è un gran taccagno.

Magari a casa usa le lampade ad olio o le candele perché l’ENEL gli ha interrotto l’erogazione della corrente dopo 6 mesi di mancato pagamento della bolletta, ma in garage ha il Cayenne. Turbo, ovviamente.

Cayenne che andrà rigorosamente sfoggiato, almeno una volta a settimana ed obbligatoriamente il sabato sera quando si scatena la movida udinese (quale?!), per il centro storico cittadino.

Altri nemici dell’udinese sono poi il friulano della bassa e quello carnico.

Per attribuire le appropriate definizioni di ciascuno è importante eleggere il soggetto di riferimento. Un po’ come la Veritas di Hobbes secondo Schmitt.

Se partiamo da quello della bassa la situazione è semplice. Il mare è Grado, non Lignano. A Lignano ci sono le discoteche, ci si va solo per la festa di Maturità, finito il liceo. Per chi ci va, al liceo, spesso i genitori della zona preferiscono per i loro figli un bell’istituto professionale: perdersi sui libri fa male e ti rovina gli occhi. Per il resto c’è Grado, servita dalle corriere della campagna a sud di Udine. A nord c’è Udine, la gente nobile, oltre ci sono la montagna, i montanari e l’ignoto. Sono quelli che puoi effettivamente definire “contadini”.

Il carnico invece è una specie a sé stante. Non puoi condividere esperienze con lui se non abiti almeno a 30 km a nord di Udine. Il carnico, finchè non gliel’ hanno fatto capire a colpi di no, voleva staccarsi dal FVG e creare una regione a sé, con capitale Tolmezzo. Si alza alle 8, spacca un po’ di legna, la mette nel camino e passa 12 ore in osteria con gli amici (quattro, gli amici sono quattro, non di più) a bere damigiane di rosso che, per dissimulare, versa ripetutamente in bicchierini piccoli, così può berne tanti, perché “tanto sono piccoli”. Il vero carnico, quello vero che abita nei paesini, ti saluta sempre. Solitamente vede 5 o 6 anime nel corso della giornata: se tu lo incontri nei suoi vialetti, ti osserverà per circa 3 o 4 minuti ma ti saluterà, quasi con entusiasmo. A Udine sono “Citadins”, da Udine in giù sono “Terons!”

Grande diatriba udinese-carnico: l’udinese è solito definire “carnici” quelli di Tarvisio. ALT! Tarvisio è in Val Canale, non in Carnia. Non offenderlo! (soprattutto, non offendere i Tarvisiani!! Quelli bevono ancora di più!).

Ma il friulano non finisce qui! Da ottobre a marzo, è sempre tempo di “Brovade muset”! Il piatto dovrebbe essere consumato a capodanno, la tradizione lo impone e il friulano la rispetta. Anzi. La “brovada” è una rapa bianca grattugiata dopo averla macerata nella vinaccia per 40 giorni, da mangiare anche cruda. Ma guai a te se confondi il comune cotechino con l’autoctono musetto: il musetto si chiama così perché vengono adoperate parti del muso del maiale. Musetto non è cotechino e se vieni in Friuli devi saperlo.

Il friulano, non l’udinese, che si rispetti vive in camicia di flanella e pantalone di velluto. Lavora sempre e comunque ma l’estate è il suo momento migliore, quando si schiude come i boccioli di un geranio in primavera: sagre, sagre e ancora sagre che dominano estate ed autunno. Il paese scende e si spartisce i compiti, ognuno dietro il bancone o la cassa di turno. I più fortunati, ovviamente, sono quelli al gabbiotto di vino e birra. Gli altri dovranno aspettare la chiusura della serata di sagra per ubriacarsi. Quello col vocione più forte va alla pesca di beneficenza (3 biglietti 6 euro, ma è conveniente!!) e romperà i…timpani per tutta la sera. E la soddisfazione più grande sarà poter dire, a sagra conclusa, “abbiamo avuto più gente del paese a fianco”.

A settembre il gran finale: dai paesi si parte in massa e si va in città, si può finalmente assaggiare un po’ d’aria della metropoli, UDINE. Signore e signori, vi accorrono da ogni dove: è tempo di FRIULI DOC! Mai festa migliore: incitati e autorizzati e bere per 3 giorni, fino a dimenticarsi l’alfabeto.

 

Perché il friulano è un po’ così…all’inizio ti guarda male, ma dopo il secondo bicchiere è una delle più simpatiche, generose e buone persone al mondo.

Friuli Venezia Giulia, ospiti di gente unica.

La condivisione è vita... Condividi con chi vuoi questo articolo:
  • RSS
  • Print
  • email
  • PDF
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • LinkedIn
  • Live
  • MySpace
  • Reddit
  • Twitter
  • Yahoo! Bookmarks
  • Yahoo! Buzz
  • del.icio.us

Bombe a Mosca, ed ora? La politica russa in Caucaso

Fonte: Limes online

 

Qualche settimana fa Mosca si risvegliava sconvolta da due bombe. Alcune donne musulmane, “fidanzate di Allah”, hanno fatto tremare la terra e ucciso 39 persone. Inadatte (e indegne) alla resistenza armata contro il governo russo combattuta nei boschi montagnosi del Caucaso, sono loro che i mariti spingono fino al cuore della Federazione. La donna diventa ordigno e passa facilmente inosservata nella cultura russa, che non è abituata a vedere il femminile come una minaccia.

Il Caucaso è una zona tanto ricca culturalmente quanto martoriata da guerre e povertà. Dietro ogni versante di montagna si nasconde una minoranza etnica, in un mosaico intricatissimo. All’inizio della sua storia il comunismo sovietico prometteva ai popoli di Russia l’autodeterminazione negata da secoli di imperialismo zarista. Ben presto però Mosca si accorse che ogni concessione alle “nazionalità” rappresentava un passo compiuto verso l’autodistruzione dell’URSS. In un clima di nazionalismi emergenti, ben pochi stavano ad ascoltare l’appello alla “Rivoluzione Mondiale”. Così nel corso dell’ultimo secolo è stata la forza a tentare di sovrapporre ad ogni particolarismo nazionale un unico modello di homo sovieticus capace di tenere insieme popoli diversissimi. Dalle migrazioni forzate di Stalin alla gestione ambigua di Gorbachev, nel mosaico caucasico si è consolidata una memoria storica fatta di scontri e oppressioni. Per non parlare della Russia democratica.

Putin sale sulla scena politica a cavallo del nuovo millennio come il risolutore dell’enigma caucasico. Porta un po’ d’ordine in una Russia rotta in mille pezzi, e lo fa con la violenza e la sospensione di ogni diritto per i ribelli caucasici. Le operazioni antiterroristiche si sono concluse solo l’anno scorso. Distrutta dalla guerra e isolata fra le montagne, per la regione al dramma storico si aggiunge una totale mancanza di prospettive di sviluppo. In certe regioni del Caucaso russo la disoccupazione raggiunge l’85 per cento. Il secondo pilastro della strategia putiniana è quindi quello di inviare fiumi di denaro (650 milioni di euro nel 2009) lasciandoli gestire, è il caso della Cecenia, ad un uomo forte, mafioso e a capo di milizie temibili, il leader paramilitare Ramzan Kadyrov.

La vita delle famiglie sospettate di collaborare con il terrorismo non è stata facile. Ci sono madri che hanno visto sparire tutti i loro figli, uno dopo l’altro. All’alba, un convoglio di auto blindate entra nel giardino sgommando, un gruppo di incappucciati totalmente anonimi entra armato in casa, rapisce un familiare e scompare. Nella disperazione di chi resta e che, quasi automaticamente, cade nelle braccia del terrorismo islamico indipendentista che infiamma in particolare le Repubbliche federate di Cabardino Balkaria, Ingushezia, Cecenia e Daghestan. Esprimere il proprio disagio mandando qualche donna a esplodere nella metropolitana di Mosca non è troppo difficile. Infilare una bomba umana in un circuito sotterraneo di quasi 300 kilometri e 180 stazioni è un gioco da ragazzi. La bomba è ancora più efficace se mette di fronte ai sopravvissuti che escono dalla metro il palazzo della Lubyanka, sede di quell’FSB che dovrebbe garantire la sicurezza a Mosca seminando il terrore nel Caucaso. È per questo che il presidente Medvedev non può che rispondere alla provocazione terrorista con le parole “Li prenderemo e li ammazzeremo tutti”. Una forza verbale che nasconde tuttavia qualche dubbio sul piano strategico.

In effetti si capisce sempre meno in quale misura la politica “antiterrorista” nel Caucaso faccia capo a Mosca o ai signori della guerra messi a capo delle province. Ultimamente infatti il vassallo Kadyrov di Cecenia è sempre più indisciplinato. Con il denaro che arriva da Mosca, crea nel centro di Groznyj un’illusione di benessere; ma soprattutto rafforza il suo potere e si rende sempre più indispensabile per il governo del suo feudo. È per questo che all’inizio di quest’anno Medvedev e Putin hanno compiuto di comune accordo un passo piuttosto nuovo rispetto alla loro precedente strategia, creando un’unica maxi-regione caucasica. Se il controllo amministrativo resta nelle mani dei potentati locali, la gestione dei fondi farà invece capo ad un unico “console”, rappresentante ufficiale del governo centrale. Per questo incarico è stato scelto un uomo “nuovo”, Aleksandr Khloponin: per la prima volta qualcuno senza un passato nei servizi segreti e che, al contrario, ha dato prova di buona amministrazione durante il suo incarico precedente in Siberia. Un disegno di lungo termine potrebbe così vedere le Repubbliche separatiste a maggioranza musulmana diluite con la regione a maggioranza russa di Stavropol in una nuova superprefettura (vedi carta).

Il futuro nel Caucaso russo dipenderà insomma da quale delle linee il governo vorrà seguire dopo gli attentati a Mosca: quella dell’”ammazziamoli tutti”, capace di trovare il sostegno dell’opinione pubblica russa ma inefficace nel lungo periodo, o quella più lungimirante della “buona amministrazione”. La scelta non è scontata.

Francesco Marchesano
francesco.marchesano@sconfinare.net

La condivisione è vita... Condividi con chi vuoi questo articolo:
  • RSS
  • Print
  • email
  • PDF
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • LinkedIn
  • Live
  • MySpace
  • Reddit
  • Twitter
  • Yahoo! Bookmarks
  • Yahoo! Buzz
  • del.icio.us

Iraq, dalle urne esce vincitore di misura Iyad Allawi

Maggioranza risicata per la lista nazionalista e laica Al Iraqiya

Dopo venti giorni di stallo, la Commissione elettorale è riuscita a dare un verdetto sulle elezioni tenutesi in Iraq il 7 marzo.

Il risultato uscitone è stato un vero e proprio ribaltone elettorale, infatti al contrario di tutte le previsioni, che davano vincente il premier uscente Nouri Al Maliki e la sua coalizione “Alleanza per lo Stato di Diritto” è risultata invece vincente l’alleanza Al Iraqiya dell’ex-premier Iyad Allawi con 91 seggi contro gli 89 di Al Maliki.

Queste elezioni presentano numerosi aspetti di novità rispetto alle precedenti, innanzitutto la partecipazione è stata molto alta raggiungendo il 62,5%, dato invidiabile anche per molti paesi occidentali, in secondo luogo si è avuta una partecipazione massiccia dell’elettorato sunnita, che in precedenza aveva in gran parte disertato le urne, terzo e più epocale il deciso ridimensionamento dei partiti confessionali, fortissimo segnale della volontà degli iracheni di superare gli anni di violenze ed orrori causati dagli scontri religiosi.

Ma chi è il vincitore di queste elezioni? Allawi è nato 65 anni fa, di famiglia sciita ma laico e sposato con una cattolica, in gioventù fece parte del partito Baath uscendone nel 1975 per dissidi con la linea di Saddam Hussein. Si specializza in neurologia a Londra, dove nel 1978 sfugge ad un tentativo di omicidio ordito dai servizi iracheni. Diventa quindi il punto di riferimento di tutti i dissidenti iracheni ex-baathisti e laici, ottenendo l’appoggio americano in diversi tentativi di rovesciare il regime. Rientrato in Iraq a seguito dell’invasione del 2003, diventa premier ad interim nel 2004. Si tratta di un governo-fantoccio delle autorità americane, che gli costa l’appellativo di “boia di Fallujah” a causa dell’offensiva tenuta durante il suo governo sulla città. Finito il suo premierato inizia a preparare la lista laica ed interconfessionale Al Iraqiya, con cui riesce a catalizzare i voti dei sunniti, degli ex-baathisti e dei laici in genere riuscendo a vincere le elezioni.

I veri problemi iniziano però adesso, al di là del fatto che Al Maliki non ne ha riconosciuto la vittoria e ha richiesto il riconteggio dei voti ottenendo un secco no, Allawi ha ora un mese di tempo per formare una maggioranza credibile per ottenere il 163 parlamentari su 325 necessari per governare.

L’impresa non si presenta facile in quanto Allawi ha ottenuto 91 seggi, Al Maliki 89, mentre la coalizione confessionale sciita 70. Gli unici che fin’ora si sono detti disponibili sono i curdi con i loro 43 seggi, comunque insufficienti, e che con ogni probabilità richiederebbero delle contropartite inaccettabili per la componente sunnita in termini di diritti petroliferi e territoriali.

Maliki, sconfitto alle urne, sembra invece messo meglio dal punto di vista delle alleanze, potendo puntare all’accordo con l’Alleanza nazionale irachena, sintesi dei radicali sciiti e forti di 70 deputati, anche se la componente estremista guidata da Muqtada Al Sadr ha fatto sapere di non volerne sapere annunciando un referendum tra i suoi elettori, senza contare che nemmeno gli USA vedrebbero di buon occhio una riedizione del vecchio governo e dei suoi errori.

Resta una possibilità, per quanto assurda possa sembrare, l’alleanza tra Allawi e Maliki. Possibilità confermata dalle dichiarazioni di Allawi, che afferma: “Occorre un governo forte, capace di prendere decisioni che servano al popolo iracheno e portino stabilità e pace all’Iraq. Imposteremo negoziati con tutti i blocchi politici, sia quelli che hanno vinto che quelli che hanno perso”.

Adesso tutti i giochi restano aperti, ma il popolo iracheno ha lanciato un segnale forte con la volontà di avere una società laica, dove sunniti, sciiti, curdi e cristiani hanno pari diritto di cittadinanza, gettandosi alle spalle gli anni di guerra e divisioni etniche e religiose.

Emiliano Quercioli
emiliano.quercioli@sconfinare.net

La condivisione è vita... Condividi con chi vuoi questo articolo:
  • RSS
  • Print
  • email
  • PDF
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • LinkedIn
  • Live
  • MySpace
  • Reddit
  • Twitter
  • Yahoo! Bookmarks
  • Yahoo! Buzz
  • del.icio.us

Una finestra sull’Irlanda: tra storia e cronaca

Alla fine di questo Aprile in Irlanda si ricordano gli avvenimenti della “Easter Rising”, o “sollevazione di Pasqua”, insurrezione antibritannica messa in atto nel 1916 da pochi volontari delusi dall’indipendentismo parlamentare. Capeggiati dal letterato Patrick Pearse(volgarizzazione di Pádraic Anraí Mac Piarais), questi coraggiosi condussero un’azione di occupazione dei punti cardine della città di Dublino; il loro esiguo numero non permise che una debole resistenza alla repressione dell’esercito di Sua Maestà, destinando inevitabilmente i capi al patibolo. Tuttavia, il valore simbolico superò di gran lunga l’utilità pratica immediata, ridando forza e convinzione alle forze indipendentiste irlandesi (più o meno organizzate, dai volontari in azioni violente ai nazionalisti del Sinn Féin) e precipitando gli eventi verso la guerra del 1919-21, terminata con la nascita dello Stato Libero d’Irlanda. Nei versi della sua poesia “Easter 1916″ William Butler Yeats dipinge con dura schiettezza il ritratto degli insorti, ma anche la terribile bellezza dell’idea di libertà (Now and in time to be,//Wherever green is worn,//Are changed, changed utterly://A terrible beauty is born.)

Oggi però non è solo questa idea di passato glorioso che riporta alla nostra mente i verdi prati e le indomite genti d’Irlanda. Fitte ombre si sono stagliate sulle cronache che ci arrivano dal Nord, specialmente per quanto riguarda i casi di pedofilia all’interno del clero cattolico. Si tratta del “Rapporto Murphy”, l’indagine condotta dal governo irlandese e necessariamente finita sotto gli occhi dello stesso Benedetto XVI, il quale si è trovato davanti a una lunga torbida storia di abusi-dal 1975 al 2004- a carico di 46 sacerdoti della diocesi di Dublino. Storia ancora più grave a causa di insabbiamenti e coperture forniti dalle gerarchie locali e (almeno secondo i meno maliziosi) mai trapelate fino a Roma. Il Papa ha scritto una lettera, divulgata il 20 Marzo scorso, diretta alla Chiesa d’Irlanda: il cardinale Sean Brady, primate di questa comunità, l’ha letta durante una messa nella cattedrale di San Patrizio a Dublino, esprimendo il suo sostegno alle parole di Benedetto XVI ma senza fare riferimento alla possibilità di dare le dimissioni per il ruolo che lui stesso ebbe nel non denunciare alla polizia gli abusi sessuali commessi da un noto prete pedofilo negli anni ‘ 70. Inoltre, la formula “fermezza sul peccato ma indulgenza con i peccatori” non è piaciuta ai parenti delle vittime, riuniti in associazioni che ora premono sull’opinione pubblica per ottenere verità e richiamare la Chiesa alle proprie responsabilità. In aggiunta a tutto ciò, e se vogliamo anche come naturale conseguenza, si è riacutizzato negli ambiti dell’informazione di massa (ma si tratta di una tematica non completamente avulsa a correnti interne alla stessa Chiesa) il dibattito sul celibato sacerdotale. Il rapporto di questa prassi dalle origini travagliate(a partire dal IV secolo d.C.) e finalmente vincolante dal Concilio di Trento(1545-1563 d.C.) con le cause alla base di condotte devianti tenute all’interno delle mura di chiese, canoniche e oratori fa discutere gli esperti ed i filosofi “laici” con religiosi che si interessano di rito, storia, tradizioni e diritto della Chiesa. Parlare ancora della nascita e dell’opportunità del celibato è, per una Chiesa che con Benedetto XVI torna a puntare fortemente sulla propria identità, una fastidiosa battuta d’arresto: questo è infatti un argomento scomodo, specialmente quando a interessarsi di ciò sono i giovani, ovvero la linfa di cui la Chiesa di oggi ha bisogno per rinnovarsi e continuare a vivere. È scomodo anche quando se ne parla in un Paese che conosce molto bene, per trascorsi infinitamente dolorosi e travagliati, la realtà dei preti sposati (i pastori protestanti della Chiesa anglicana), e non ha timore a guardare in faccia la realtà, a fare confronti ed a porsi domande.

Così, la storia e la cronaca si intrecciano in questa primavera “calda” oggi così come lo era stata quasi un secolo fa, sui diversi versanti della politica e della società, che non sono mai separati e sempre si influenzano vicendevolmente, anche senza una volontà diretta. Alla stessa maniera, ciò che sembra attenere a un ambito meramente nazionale e quindi regionale o locale rivela poi capacità di influenza che trascendono questi limiti che gli si cuciono indebitamente addosso: l’indipendenza dell’Irlanda non fu solo una sconfitta dell’esercito inglese, ma una crepa significativa in un sistema che non ha potuto imporsi laddove (in tutto il mondo) erano forti le radici etniche, culturali e sociali, al di la del mero sfruttamento economico; parimenti, questo scandalo “irlandese” esplode sull’isola ma coinvolge persone e storie sparse su tutto il globo e richiama la coscienza (e, chissà, magari anche qualche intervento concreto) sui sistemi di potere e di informazione all’interno della Chiesa cattolica nella sua totalità internazionale. Due ferite bruciano sul corpo e nella mente dell’Irlanda, una terra che vive fieramente di storia, che ha ancora sulle mani la creta fresca con la quale si è plasmata eppure in testa un progetto d’identità antico e autorevole, come il profilo smussato ma forte dei suoi antichissimi rilievi. Il dolore di ieri non fa meno male solo perché è cessato, così come quello di oggi deve essere considerato, capito e curato per alleviarlo, ma non per dimenticare.

Davide Caregari

La condivisione è vita... Condividi con chi vuoi questo articolo:
  • RSS
  • Print
  • email
  • PDF
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • LinkedIn
  • Live
  • MySpace
  • Reddit
  • Twitter
  • Yahoo! Bookmarks
  • Yahoo! Buzz
  • del.icio.us

Racconti dallo zoccolo duro

Benvenuti nella Marca, felice contrada ove solitamente alle comunali competono due liste: una leghista ed una civica (composta da fuorusciti della Lega). E’ il nostro concetto di alternanza.

Domenica ho votato pure io. Incredibile. Non starò qui a dirvi cosa o chi (tanto siete tutti gente sveglia), fatto sta che in tutto il mio comune solo altre trenta persone hanno espresso la mia stessa preferenza (dati del Ministero dell’Interno).

Non ho votato per così tanto tempo che, entrato nelle urne, non mi ricordavo come si facesse. Sono dovuto ritornar fuori e chiedere agli scrutinatori i requisiti formali d’un voto valido. Non me ne vergogno perché non credo nella “sacralità del voto”. La democrazia ed il voto per cui si prende in mano un fucile e ci si batte sulle barricate sono puri Ideali (e, tra parentesi, non è il sangue versato che rende più giusta un’ideologia, anche se a quanto pare si tende a dimenticarlo); si muore sempre per qualche Eldorado ma la realtà è molto più deprimente e nel suo nome non condannerò mai un astensionista. Se nessuno dei candidati rispecchia le nostre idee, l’atteggiamento più giusto è starsene a casa. E’, al contrario, proprio la logica del “male minore” che affossa la “democrazia”. E’ un atteggiamento, questo, degno del peggior qualunquismo. Oltre al fatto, poi, che accettare il “sacro diritto” del voto implica, inevitabilmente, che si ha il “sacro dovere” di obbedire al proprio governo: le due cose vanno di pari passo perché non si può incensare la democrazia con la mano destra e picchiarla con la sinistra quando ci disobbedisce (e purtroppo accade spesso).

Mi sono recato alle urne con coscienza pulita. Con orgoglio. Di più, con rabbia. Perché per la prima volta in vita mia il mio voto aveva un chiaro significato d’inappartenenza, e chi mi conosce bene sa quanto sangue io debba sputare insieme a questa frase: perché recentemente ho scoperto che il Veneto mi fa schifo. Non volevo votare, ma poi ho pensato che per me era una questione di personalissima dignità. Non l’ho fatto per l’Italia né per chissà quale programma. L’ho fatto solo per me. Per dirmi che io, con questo Veneto bottegaio, non voglio averci nulla a che spartire.

I Veneti (soprattutto i ventenni veneti). Piccole persone intrise di mediocrità bovara e di crassa ignoranza contrabbandata con il facile alibi di sapienza contadina, come se davvero il primo figlio di papà che arriva col Cheyenne fosse capace di distinguere l’uva bianca dall’uva nera (valla a coltivare, la terra, se proprio hai voglia di tornare alla natura, ed imparalo, il dialetto che vuoi difendere). Una terra che nel giro di due generazioni è passata dalla miseria all’opulenza senza mai riuscire a possedere nulla di quello che si trovava in mano; una terra che ha nostalgia – magari – di una Serenissima che a noi ci trattava come servi della gleba, a vergate; le villette recintate con telecamere e filo spinato, Eden privati, Suv e Sky sul tetto, ragazzi abbronzati e VI-RI-LI e le ragazze coi tacchi, sempre perfettamente truccate e perfettamente depilate, microcefali i primi ed oche le seconde, quando ci va di lusso, i cani veneti che in un mese si sbafano più soldi di quelli che io potrei destinare a me stesso, detesto tutti i motivi veneti che loro hanno per amare l’idea leghista, detesto la facilità con cui la loro sana fede cattolica si è tramutata in materialismo e in razzismo, detesto i Veneti. Sono tutti così piccoli e meschini, i Veneti, con la loro paura della Vita e la ricerca d’una patetica, definitiva sicurezza (la grandezza di un Uomo si misura nella sua capacità di accettare la morte, e nessuno in Veneto riesce più a pensarci, hanno tutti bisogno d’una fortezza qualsiasi perché lo sanno, che tanto non possono fermare i vermi).

Ecco perché sono andato a votare. Votare contro la Lega significa votare contro il Veneto, contro questa idea di Veneto perché è vero: la Lega vince perché ci rappresenta. Non solo politicamente, anche interiormente. E’ importante che comprendiate questo, i Veneti purtroppo sono Leghisti anche quando tentano di dimostrare il contrario perché la Lega si bilancia proprio sulle loro infime capacità spirituali. Si bilancia alla perfezione.

Ero solito difenderci. Contro chi mi diceva: voi Veneti, tutti razzisti – (e poi l’anatema, puntuale, Gentilini! Tu vieni dalla città di Gentilini!) Ma non serve. Avete ragione voi. E lo dico io. Non un terrone. Io, un Veneto. Anzi, un Trevigiano. Perché se è vero che “un libro non si giudica dalla copertina”, io dico che per anni di merda ne ho spalata tanta pur di trovare quelle quattro perle dimenticate da dio, e loro c’erano ma erano sempre abbandonate a loro stesse, pazze e stanche di andare per forza nel verso sbagliato, e tutte avevano bisogno, senza eccezioni, di protezione – e per trovarla hanno sempre dovuto andarsene. Per avere spazio. ‘Affanculo il Veneto. Io sono andato a votare per dire che qualcosa di diverso può esistere, punto e basta. Nessun voto utile. Non ho pensato il mio voto perché ho votato quello che ero. Non è cambiato nulla. Tranne per quelle trenta persone che ora sanno di esserci. Non sono forti e non lo sono mai state, non nel mio Veneto di sicuro. Ma almeno non sono più sole, per quanto ciò possa valere in giorni disgraziati come i nostri.

Rodolfo Toè

rodolfo.toè@sconfinare.net

La condivisione è vita... Condividi con chi vuoi questo articolo:
  • RSS
  • Print
  • email
  • PDF
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • LinkedIn
  • Live
  • MySpace
  • Reddit
  • Twitter
  • Yahoo! Bookmarks
  • Yahoo! Buzz
  • del.icio.us