Gorizia e provincia: il tema immigrazione raccontato dall’Assessore provinciale Cecot

Nel bel mezzo della bufera scoppiata sull’ultimo summit tra Unione Europea e Turchia per la gestione dei migranti, mentre in migliaia tentano di attraversare il confine tra Grecia e Macedonia, Gorizia continua ad essere la porta d’ingresso per questi verso una vita migliore. Per chiarire il quadro della situazione locale e dei suoi possibili sviluppi abbiamo incontrato l’Assessore provinciale Ilaria Cecot. La quale tra le sue deleghe ha proprio quelle rivolte alla cooperazione sociale e alle politiche socio-assistenziali.

In un’intervista di gennaio, l’Assessore alle politiche sociali del Comune di Gorizia, Silvana Romano, aveva detto che c’erano, in Provincia di Gorizia, 701 rifugiati: oggi com’è la situazione?

Più o meno è la stessa, non ci sono stati particolari aumenti dei flussi. Anzi, durante l’inverno calano. Attualmente ci sono 401 persone al CARA di Gradisca d’Isonzo, 160 al Nazareno, un’ottantina presso il campo di Medici Senza Frontiere, 30 al dormitorio Faidutti e in più ci sono quelli inseriti nel sistema di accoglienza diffusa nei Comuni: 15 a Romans, altrettanti a San Canzian, Cormòns… Secondo me siamo sopra i 700, ma i dati dell’Assessore Romano lasciano il tempo che trovano: non c’è un’automatica lettura tra Questura ed enti locali.

Ha parlato dell’accoglienza diffusa: sempre l’Assessore si lamentava che i Comuni dell’isontino erano poco collaborativi su questo fronte. Viceversa, l’On. Brandolin ha affermato che si sta avviando: qual è la verità?

La verità è che il Comune di Gorizia ha poco da lamentarsi, poiché è capoluogo e ha la Commissione territoriale, la Questura, Prefetura e tutti i servizi sanitari. E di fatto non ospita nessuno, in prima persona, anzi maltollera la presenza dei richiedenti asilo. Il Comune di Gorizia non ha mai fatto niente, dove ha potuto ha ostacolato e addirittura il Sindaco Romoli vuole essere premiato perché è stato “accogliente”. Semmai lo può essere per la violazione dei diritti umani. Comunque è vero che l’accoglienza diffusa fa fatica a partire: quei Comuni che accolgono hanno affrontato un percorso abbastanza lungo, dove noi abbiamo cercato di spiegare questa materia complessa e non tutti gli enti locali sono pronti agli adempimenti necessari.
La mia idea è quella di potenziare l’ufficio regionale che di questo si occupa; l’Assessore Torrenti, che io sappia, ha al lavoro una persona e mezza: non è sufficiente. Bisogna andare incontro ai Comuni, mi viene però il dubbio che l’amministrazione regionale stessa ci creda poco nel sistema dell’accoglienza diffusa, perché non si può lasciare tutto alla buona volontà del Sindaco. Secondo me, sia il Ministero sia la Regione vogliono fare il minimo indispensabile, per non essere sanzionati dall’Unione Europea, ma è da ridere che non si arrivi a una soluzione dopo tre anni, visti i numeri irrisori che abbiamo.

Questo atteggiamento della Regione come se lo spiega?

In primis è un atteggiamento del Ministero. La Regione sta facendo ma dobbiamo uscire dal dibattito ideologico e affrontarlo dal punto di vista pratico. È paradossale che sia l’Assessorato alla solidarietà ad occuparsi di questo, forse sarebbe meglio la Protezione civile che è più preparata ad operare nel concreto… Se sei sul territorio hai la percezione di ciò che succede, se sei chiuso a Trieste è diverso. Io ritengo che ci sia la volontà di fare il minimo possibile.

Secondo questa visione, si lascia ai singoli l’iniziativa. Quindi ai volontari, penso al campo di MSF. C’è stato un contatto iniziale tra MSF e Provincia? Ho sentito che il campo potrebbe essere smantellato a breve…

La Provincia di Gorizia è stata la prima ad allestire la tendopoli di via Brass, nel settembre 2014. Da lì è iniziato un percorso di continui contatti con associazioni ma, visto l’ostruzionismo del Comune, non è mai stato possibile trovare una soluzione organizzata. Eravamo arrivati al collasso con 250 persone a cui era dato cibo e coperte… Dopo il 14 Ottobre 2015 ci sono stati i primi contatti con MSF: quel giorno infatti io e il regista Andrea Segre scendemmo sul fiume (Isonzo, ndr), dietro segnalazioni di alcuni richiedenti asilo, perché aveva superato i livelli di guardia e stava esondando.
L’eco fu nazionale e da lì i contatti presero corpo, sono venuti a fare dei sopralluoghi e dovevamo fare tutto senza far sapere nulla al Comune. Anche perchè temevamo il “niet”. Io contattai un tecnico per capire come fare ad allestire il campo. Adesso, dopo che sono trascorsi i tre mesi senza che le strutture necessitino di un’autorizzazione, bisogna chiedere all’amministrazione e Romoli ha detto che secondo la legge dovrebbe sfrattarli, ma non è così secondo me. Sicuramente c’è una forte pressione, da parte della sua maggioranza, per mandare via Medici Senza Frontiere. Il Sindaco non si può dire che non sia intelligente, nel tempo ha modificato i suoi atteggiamenti, ma da un punto di vista politico non può dire che va tutto bene.
Il problema è però che MSF rimarrà fino a maggio, poi se ne andrà: o si organizza qualcosa di stabile oppure si rimanda, per l’ennesima volta, il momento in cui la gente si ritroverà di nuovo nel parco o al fiume.

In questi ultimi giorni è scoppiato lo scandalo per i soldi intascati dai vertici della cooperativa che operava nell’ex CIE di Gradisca. Come si relaziona la Provincia a questo scandalo? È un caso che nasconde altri?

“Mafia Capitale” non nasce a Gradisca. Strutture come questa necessitano di cooperative per la gestione, sappiamo tutti che quando si fanno appalti da milioni di euro difficilmente ci sono cooperative in grado di gestire queste strutture. Così è successo per la “Connective People”, con una serie di cooperative satellite. Non lo dico io ma la legge che bisognerebbe arrivare al superamento di queste maxistrutture, accogliendo le persone in piccoli gruppi in modo da poter pensare a percorsi di integrazione all’interno del sistema sociale.
Queste persone non sono malate e noi dovremmo metterli in condizione di potersi inserire nella comunità, ma la gestione stile CARA è governativa e non fa altro che sostenere un mercato, a cui sono contraria e di cui mi sono occupata. La questione dell’ex CIE  stata una tragedia : sapevamo tutti cosa succedesse là dentro. Il vecchio Prefetto un giorno mi disse che lui non poteva controllare e io gli risposi che lui era il soggetto appaltatore e quindi aveva funzioni di datore di lavoro. Per il servizio lavanderia, previsto dal capitolato di gara, c’era una lavatrice da 7 kg per 250 persone. Il vero problema però è la disciplina degli appalti, il cancro del nostro Paese: si fanno appalti, subappalti, ecc… Ci guadagna sempre quello più grande, poi a scendere quelli più piccoli e i lavoratori ci rimettono: quelli della Connective People non sono stati pagati per almeno 9 mesi e sono ancora in attesa del TFR e degli ultimi stipendi.

I richiedenti asilo che arrivano da Gorizia provengono dalla rotta balcanica: come mai per strada si vedono solo uomini, se in televisione ci sono immagini di famiglie?

La rotta balcanica viene percorsa da Afgani, Pakistani e Siriani insieme fino a un certo punto. Passano dalla Turchia, salgono verso nord e poi si dividono: i Siriani vanno verso la Germania, che hanno al seguito donne e bambini, e Pakistani ed Afgani vanno verso l’Italia. Ce l’hanno spiegato i ragazzi stessi: i Siriani sanno di avere una corsia preferenziale in Germania, mentre gli altri sanno che se anche loro ci andassero verrebbero respinti. Quindi optano per l’Italia, che li accoglie. Sul fatto che Afgani e Pakistani siano da soli penso sia perché una questione culturale e che un viaggio che dura sette/otto mesi non sia facilmente sostenibile da una donna anziana. Da quello che mi hanno raccontato i ragazzi, è una famiglia intera che solitamente sostiene il viaggio del figlio maschio più forte verso l’Europa, per poi ricongiungersi in un secondo momento. Poi la Siria è diversa dall’Afgnistan, dove c’è una situazione di guerra “stabile” mentre nell’altro Paese la situazione sta esplodendo.

Prima di passare a Gorizia, si deve passare per Nova Gorica: probabilmente ciò non rientra nelle sue competenze, ma aldilà del confine non ci sono profughi. È possibile che nessuno richieda asilo in Sovenia? E la Provincia ha attivato dei progetti di cooperazione internazionale su questo fronte con i territori di Nova Gorica?

No, ma sarebbe interessante un’interlocuzione a riguardo (sorride, ndr). Non ho avuto modo di parlare con la municipalità di Nova Gorica. A livello europeo non esiste un diritto d’asilo comune e dettagliato per legge, quindi c’è molta discrezionalità da parte dei singoli Stati, quindi queste persone si informano e sanno dove hanno maggire possibilità di ottenere asilo politico. Questo è un punto serio: l’Europa dovrebbe cogliere questa come una grande sfida e fare una prima norma uguale per tutti. Il Presidente del Consiglio aveva parlato, a seguito dell’immagine del bambino morto sulla spiaggia turca, del diritto d’asilo europeo: quello sarebbe il punto di partenza. Ma fino a quando tutti gli Stati avranno discrezionalità di gestione, allora i richiedenti andranno dove avranno maggiore possibilità di ottenere l’asilo. Che la nostra Costituzione prevede, all’articolo 10, per cui siamo obbligati.

La Provincia è molto attiva nella cooperazione internazionale, penso ai Balcani e ad alcune zone dell’Africa dove ha operato. Esiste la possibilità di riproporre questi progetti nell’isontino, per favorire l’integrazione? O sono già presenti casi simili?

Rispetto alla cooperazione decentrata abbiamo a disposizione i fondi per fare pozzi, fondamentalmente. Bisognerebbe puntare sui percorsi d’integrazione previsti dalla legge e che dovrebbero essere una delle opzioni convenute con le Prefetture. Di conseguenza non dai al rifugiato solo vitto e alloggio, ma devi prevedere tutta una serie di percorsi di accompagnamento. Fin quando mancheranno le convenzioni, non ci sarà margine: il percorso d’inclusione lo facciamo con lo SPRAR, con 50 ospiti, ma è un’accoglienza di secondo livello. Perché c’è la prima accoglienza, negli hub e poi l’accoglienza di primo livello fino all’ottenimento del diritto d’asilo. Ma se mancano queste due cosa facciamo? Prima dobbiamo dare assistenza sanitaria a queste persone, poi trovare loro una sistemazione fino al riconoscimento dell’asilo politico e quindi chiedergli cosa vogliono fare dato che il 90% vuole andare in Europa a cercare lavoro. Per chi vuole rimanere si attiva lo SPRAR che, a livello nazionale, purtroppo assomiglia sempre più ad una prima accoglienza.

Grazie.

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Studente al SID di Gorizia, sono stato caporedattore di Sconfinare tra il 2017 e il 2018. Friulano, sono appassionato di frontiere, soprattutto quelle del Corno d'Africa. Dicono che sono sempre impegnato, ma non ho mai avuto tempo per rispondere che è vero.

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