A History of Israel di Howard Sachar

Mappa di Eretz Israel di Abraham Bar-Jacob (Credits: Wikipedia Commons)

Sionismo: con questa semplice parola si possono scatenare feroci dibattiti, secondi per intensità solo a quelli provocati da un altro termine, Israele. Tramite i due vocaboli si alimentano quotidianamente campagne mediatiche opposte e parziali, a volte confuse e caotiche, e un osservatore spesso si ritrova a contemplare misere scene che sembrano prese a prestito da quelle tipiche degli scontri tra due tifoserie estreme da stadio.
Ci sono molti libri che trattano della storia di Israele e del Sionismo, alcuni più valenti di altri, se non altro perché i primi si pongono con un’ottica storica e tendenzialmente imparziale; nondimeno, tutti sono debitori all’opera di Howard Morley Sachar, pioniere in questo campo di studi.

A History of Israel: From the Rise of Zionism to Our Time, che nella sua terza edizione arriva sino al 2007, è un’imponente raccolta di dati, personaggi ed eventi ampiamente documentati e supportati da fonti che spaziano da quelle accademiche a quelle politiche, da quelle diplomatiche a quelle militari, da quelle israeliane a quelle arabe. Ovviamente, lo studio non è esente da critiche, e in alcuni punti è anche possibile intravedere per quale lettura propenda l’autore stesso; tuttavia, la specificità del suo contributo risiede nella capacità di Sachar di analizzare e prendere in considerazione tutti gli elementi caratterizzanti il soggetto di studio, senza eliminare a priori, in modo arbitrario, alcun dato. In effetti, se è vero che l’autore, a volte, si permette di esprimere una propria opinione, questa rimane esclusivamente di carattere sociale, e mai politico, in quanto l’intenzione di questi pareri non è quella di supportare una tesi personale, tant’è che si riportano tutti i fatti indiscriminatamente e senza eccezione; al contrario, essi si limitano a proporre una visione dei motivi esclusivamente sociali, e quindi difficilmente oggettivi, di alcuni eventi dove il dato scientifico è mancante o incerto.

Mappa raffigurante il “Pale of Settlement”, enorme ghetto russo nei cui poveri territori nacquero diversi fondatori del movimento sionista. (Credits: Wikipedia Commons)

L’opera di Sachar è profondamente accurata e abbraccia differenti tematiche, ripercorrendole anno per anno, a volte addirittura giorno per giorno. Sicuramente, tra le analisi che suscitano più curiosità e ammirazione per il lavoro compiuto dallo storico vi è quella dell’ideale di Nazione ebraica e del movimento sionista fin dalle loro radici, le quali affondano profondamente tra la prima e la seconda metà del diciannovesimo secolo, in quel clima di fervore risorgimentale dei popoli europei che anche noi Italiani conosciamo bene. La formazione del sentimento sionista, tuttavia, risponde a dinamiche più lente e graduali rispetto ad altre prese di coscienza in Europa: innanzitutto, la religione gioca un ruolo più forte e stimolante che in altri movimenti risorgimentali, nei quali la confessione rimane comunque uno degli elementi fondamentali, specie nell’Europa Orientale, dove, peraltro, risiedeva la maggior parte degli Ebrei e dove i primi intellettuali, specie rabbini, diedero vita ai primi movimenti. Alcuni esempi storici sono le figure dei religiosi Alkalai (tra i cui discepoli si annovera anche il nonno di Theodore Herzl) e Kalischer, rispettivamente originari di Belgrado e della Polonia prussiana: entrambi predicano l’effettivo ritorno nella terra di Israele, anche se solo il secondo espone delle teorie organiche di colonizzazione e costruzione di un vero Stato in Terra Santa, prendendo come esempi i movimenti italiano, polacco e ungherese. Queste teorie rimangono però isolate, dal momento che, in seguito alle timide aperture concesse agli Ebrei di Russia dallo Tzar Alessandro II, gli intellettuali ebrei decidono di riunirsi nel movimento di grande successo dell’Haskalah, di stampo modernista e secolarista, liberale, che voleva l’integrazione degli Ebrei in Europa secondo il motto del poeta Gordon “ Sii un Ebreo in casa e un uomo in strada”. Solo alcune voci fuori dal coro, come quella di Smolenskin, si oppongono al movimento, sostenendo la necessità di fondare uno Stato ebraico.

L’Haskalah viene spazzato via dai terribili pogrom russi del 1881-1882, e insieme ad esso la speranza di integrazione in Europa. Molti intellettuali ebrei sono costretti a fuggire, e tra essi vi è Leo Pinsker, autore dello scritto Selbstemanzipation (Auto-emancipazione), pubblicato nel 1882, che per primo individua nella mancanza di uno Stato proprio la causa di ogni male del popolo ebraico, in quanto, secondo l’autore, è attraverso il rispetto, e non l’amore, che le Nazioni si relazionano l’una con l’altra, e il rispetto si ottiene avendo un proprio Stato d’origine. “There is something unnatural about a people without a territory, just as there is about a man without a shadow.” scrisse Pinsker, il quale, tuttavia, non dimostrava una particolare affezione per la Palestina, suggerendo piuttosto il trasferimento del popolo ebraico in un territorio del Nord America o in un qualche Pashalik dell’Anatolia asiatica.

Theodore Herzl (Credits: Wikipedia Commons)

Se il proto-Sionismo, religioso e prevalentemente culturale, nasce e si sviluppa nell’Europa Orientale e nella Russia, è nella Mitteleuropa che si sviluppa il Sionismo politico “laico”, ideato da Theodore Herzl, sulla cui figura, e quella del suo successore Chaim Weizmann, Sachar si sofferma lungamente per analizzarne il carattere, la lungimiranza politica e la determinazione. Al carisma e alla leadership politica dei due protagonisti della storia ebraica vengono accostate anche le forti divisioni che stavano consumando dall’interno il fronte sionista agli inizi del ventesimo secolo, provocate dalla nascita della corrente social-democratica dei giovani Ebrei dell’Europa Orientale, nettamente in contrasto con il pragmatico fronte dell’Europa Centrale.

Delegati sionisti al primo Congresso sionista, 29 agosto 1897, Basle, Svizzera. (Credits: Wikipedia Commons)

È in questo difficile contesto che si muovono le attente politiche di Herzl e di Weizmann nei confronti del loro nuovo protettore, il Governo di Sua Maestà Britannica, con il quale il popolo ebraico intesserà relazioni privilegiate durante i primi vent’anni del Novecento. Nondimeno, se nelle alte sfere della politica erano i Sionisti liberali a condurre i giochi, sul campo, in Palestina, a guidare la società ebraica erano i socialisti, i quali facevano leva sulla miseria degli immigrati della Terza Aliyah provenienti dalla devastata Europa Orientale post-Grande Guerra per instaurare una società basata sulla purezza del lavoro. Personaggi come Syrkin e Ber Bochorov, e in seguito David Ben-Gurion, sintetizzarono il Sionismo e il Marxismo gettando le basi per la creazione del Partito Laborista, dominante negli anni successivi in modo tale da scalzare anche il vecchio partito di Weizmann.

Manifesto dell’Irgun (Credits: Wikipedia Commons)

Il Sionismo liberale, poi, riceve il colpo di grazia con la nascita, negli anni ’30, del “Revisionismo sionista” di Vladimir Jabotinsky, la cui organizzazione di Destra prenderà una piega pericolosamente simile a quella dei Giovani Fascisti italiani. Jabotinsky, ammiratore di D’Annunzio e critico feroce dell’approccio “minimalista” di Herzl e Weizmann, sosteneva la necessità di fondare un grande Stato ebraico che non tenesse conto delle linee del Mandato britannico, e che l’unica soluzione per risolvere la “questione araba” fosse quella di cacciare forzatamente gli abitanti dalle loro terre e trasferirli in altri territori del Medio Oriente. Sotto la sua guida, venne fondato l’Irgun Z’vai Le’umi, organizzazione paramilitare clandestina che compiva ritorsioni contro i villaggi arabi in seguito agli attacchi dei briganti beduini.

A tal proposito, è impossibile non apprezzare l’ampiamente documentato studio compiuto da Sachar riguardo il conflitto arabo-israeliano, difficile da decifrare. Sachar riesce a narrarlo in maniera straordinariamente lineare, distinguendosi da altri autori per la propria accuratezza nel portare all’attenzione del lettore tutti i partecipanti e gli interessati al conflitto, sia dal punto di vista interno sia dal punto di vista esterno.
Nella propria analisi, Sachar pone l’accento su molteplici fattori: l’inconsapevolezza dei primi coloni/immigrati dell’alta presenza numerica degli abitanti di quelle terre, specie nella Prima e Seconda Aliyah; l’ingenua credenza, comune un po’ a tutto il pensiero liberale dell’Ottocento, che il benessere economico avrebbe finito con il dissipare ogni resistenza araba all’immigrazione ebraica; la profonda ostilità araba all’elemento politico ebraico, acuitasi negli ultimi decenni dell’Ottocento con la nascita di un Nazionalismo arabo indipendente; la mancanza, da parte ebraica, di un effettivo piano di azione per risolvere la “questione araba” e, da parte araba, della buona volontà nell’accettare anche la più infima presenza ebraica in Palestina; l’imbarazzante incompetenza nella gestione del Mandato da parte degli Inglesi, i quali, servendosi dell’antico motto Divide et Impera, speravano di mantenere la propria influenza nella regione approfittando delle divisioni tra Arabi ed Ebrei. Sachar considera altri diversi elementi nella propria trattazione, proponendo al lettore una visione completa degli eventi e lasciando poi a ciascuno la possibilità di formarsi l’idea che più gli conviene a partire dall’ampia documentazione data.

L’opera di Sachar rimane una fonte preziosa per cominciare ad orientarsi in uno dei conflitti più longevi della Storia. In un momento storico come il nostro, in cui l’effetto nocivo della disinformazione, delle mistificazioni della realtà e delle retoriche politiche accattivanti ma semplicistiche viene amplificato dai moderni mezzi comunicativi, è di fondamentale importanza sapere dove tornare a guardare nei momenti di dubbio o quando le cose appaiono troppo chiare, e il nero e il bianco sembrano nettamente distinti.

About Riccardo Valle 17 Articles
Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche.

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