A tu per tu con la lingua turca

È scoraggiante dover ancora sfatare, ogni tanto, il triste e sfortunato luogo comune che la lingua turca e la lingua araba siano la stessa cosa. Il turco non è l’arabo, e in Turchia non si parla arabo, né si usa l’alfabeto di quest’ultimo. La lingua turca, di antichissime origini, può essere ricondotta alla famiglia uralo-altaica, e con 71,5 milioni di madrelingua e 125 milioni totali di parlanti turco è diffusa in diversi Stati e zone del mondo. Parlata in Turchia e da minoranze di 35 altri paesi, è usata in stati come l’Azerbaijan, la Bulgaria, la Grecia, la parte settentrionale di Cipro, la Macedonia, la Romania e l’Uzbekistan. Ciò che diede alla lingua parlata in Turchia il prestigio e lo status di standard di riferimento per le comunità turcofone fu proprio la creazione della nuova Repubblica nel 1923, che portò a una netta distinzione tra l’antico “turco ottomano” – oggi non più in uso- e la odierna ed ufficiale lingua turca.

Il turco che si parla oggi è infatti il risultato di un significante intervento pianificato e intrapreso a partire dalle riforme che compì Mustafa Kemal – il cognome Atatürk gli verrà conferito dal Parlamento nel 1934- dal 1928 in poi. Per la nuova, e purificata, lingua turca (yeni türkçe) vennero presi in considerazione i suggerimenti di molti linguisti e filologi dell’epoca, che collaborarono insieme in vista del comune intento della neofita nazione. La politica di riforme di Atatürk aveva infatti due obiettivi: rompere completamente con il passato ottomano e dare una nobile forma scritta al dialetto turco, l’eredità vivente delle lingue pre-islamiche dell’Asia Centrale. La lingua standard fu essenzialmente trasformata a partire dall’ottomano, scritto ora con l’alfabeto latino (e non più la versione modificata dell’alfabeto arabo usata in precedenza), con l’incentivazione dei numerosi neologismi e l’esclusione dei prestiti linguistici dall’arabo e dal persiano. I risultati della riforma linguistica furono davvero impressionanti: nel 1932, il 35% del vocabolario in uso era di origine turca; entro il 1946 divenne il 46% ed oggi supera l’80%. La riforma linguistica costituì una parte delle più ampie riforme culturali in corso all’epoca, e fu estremamente importante per l’aumento del tasso di alfabetizzazione popolare, al tempo una percentuale estremamente esigua.

La lingua turca, come il finlandese e l’ungherese, è una lingua agglutinante. È noto che possieda moltissimi suffissi, all’incirca 200, e pochi prefissi. Ognuno tra questi suffissi ha una funzione grammaticale diversa, da quella del plurale (-ler;-lar) a quella delle diverse forme verbali (ad esempio, -yor per la forma perifrastica stare + gerundio). Tutti i suffissi vengono aggiunti in base a una regola di concatenamento strutturata in base all’armonia delle vocali: e, i, ö, ü da una parte; a, ı, o, u dall’altra. Le lettere sono 29, rispetto a quelle presenti nell’alfabeto inglese non compaiono la q, la w e la x; sono da aggiungersi invece: ç, ğ,ı, ö, ş,ü. La sintassi della frase è Soggetto Oggetto Verbo come nel giapponese e nel latino. Complessivamente, il turco è oggi regolato dall’Organizzazione linguistica turca.

Per quanto riguarda la lettertura ovviamente è da distinguersi tra quella prima e dopo la fondazione della Repubblica. Durante il periodo ottomano, specialmente la poesia Diwan, risentì fortemente dell’ influenza delle forme persiane, tramite l’adozione dei metri della poesia persiana e l’apporto di un gran numero di termini persiani. Negli oltre seicento anni dell’impero ottomano, la lingua letteraria e ufficiale fu dunque una miscela di turco, persiano e arabo, che differiva considerevolmente dal turco parlato dell’epoca e che viene oggi comunemente denominato turco ottomano. La nuova letteratura turca, invece, riconosciuta sia a livello nazionale che internazionale, include le celebri poesie di Nazım Hikmet e le novelle di Yaşar Kemal, che nel complesso le hanno dato considerevole prestigio. Nel 2006 inoltre, per la prima volta uno scrittore turco, Orhan Pamuk, ha ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura per i suoi numerosi romanzi, con la seguente motivazione: “nel ricercare l’anima malinconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture”.

Proprio come per gli Italiani, che sono più o meno tristemente noti all’estero per la loro esasperata- e a volte esasperante- comunicazione “delle mani”, anche per i Turchi la gestualità non è da sottovalutare. Alzare il capo all’indietro, ad esempio, significa contrarietà, diniego, quando per un italiano potrebbe sembrare invece un vago movimento d’assenso. Per mandare una persona a quel Paese, si può sì alzare il dito medio, ma si può anche far schioccare il palmo di una mano, rivolto verso il basso, contro l’altra che, stretta a pugnetto, si muove in direzione opposta. Il gesto che per un italiano accompagna il “che diamine vuoi da me?”, in turco accompagna l’espressione çok güzel, ovvero “bellissimo”. Una particolarità che può essere considerata curiosa, è che in turco il termine “bello” viene indifferentemente interscambiato con “buono”, come se le due cose fossero inscindibili.

Un aspetto meraviglioso di questa lingua è che i nomi propri di persona hanno sempre un significato. Non sono meramente un suono, non hanno semplicemente un’ etimologia, sono pensati, studiati, spesso estremamente significativi. Turchi e Turche possono così chiamarsi pioggia, colui che è altruista, colui che è razionale, orizzonte… Ecco, quest’ultimo è un caso assai particolare. Chiamarsi Orizzonte è qualcosa di unico, che dà immaginariamente grande forza e custodisce in sè ampie prospettive. Peccato che un ragazzo che ho conosciuto, e che porta questo nome, abbia commentato così la questione: “Certo, Orizzonte è un bellissimo nome. Ma se i miei genitori avessero saputo l’inglese forse -spero- non avrebbero deciso ugualmente di mettermelo. Il punto è che, se letto in inglese, potrebbe ricordare qualcosa di molto meno romantico.” Caro Ufuk, questo tipo di problemi ci sono un po’ in tutti i Paesi! Firmato, Addolorata Zampetta.

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Mi chiamo Elena e frequento il terzo anno al SID. Mi potrei definire un'idealista intransigente e al contempo nostalgicamente leopardiana. Uno scenario possibilista in una personalità mutevole e complessa, affetta da bias caratteriali e contraddizioni tout court ( per approfondire la terminologia cfr. "Appunti di geografia politica ed economica"). Dicono che per essere miei amici bisogna aver letto "Il Piccolo Principe". Mi piace: - scrivere poesie -i tramonti - viaggiare - la filosofia - i libri - riflettere - ridere -New York.

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