Addio, Hollywood

Il caso Weinstein non è che l’apice di un lento declino. E il ritratto di un Paese che cambia.

“Più sono grossi, più rumore fanno quando cadono”: è con questo vecchio adagio, mutuato non a caso dal cinema, che si può descrivere la parabola di Harvey Weinstein. Da potentissimo produttore hollywoodiano a viscido marpione, tutto nel giro di un paio di settimane; merito del New York Times e di un reportage in cui si prova come Weinstein abbia comprato, nel corso degli ultimi vent’anni, il silenzio di almeno otto sue vittime.

E mentre i nomi delle tante star finite preda del mostro scorrono sui nostri schermi come i titoli di coda di un brutto film, qualcuno dice che doveva succedere. “Tutti erano a conoscenza di certe voci”, dichiara mesto Quentin Tarantino. Gli fa eco l’attrice Rose McGowan, che con il collega Corey Feldman minaccia di portare alla luce un giro di abusi e pedofilia che coinvolgerebbe l’intera industria dello showbiz statunitense; o quantomeno minacciava, prima che entrambi si ritrovassero sulla testa un mandato di cattura per possesso di stupefacenti.

Il terremoto californiano, che pure nulla ha a che fare con la famigerata Faglia di San Andreas, continua a produrre scosse devastanti in tutto il mondo dell’intrattenimento, e non solo: ultimo accusato illustre è Kevin Spacey, protagonista di American Beauty, House of Cards (la cui sesta stagione, fanno sapere da Netflix, si farà senza di lui) e perfino di un capitolo dell’amatissima serie videoludica Call of Duty. Prima di lui, tanti giornalisti di GQ, VICE, Mother Jones e altre note testate, trascinati nel mezzo della bufera a forza di tweet e tutti allontanati senza gran fragore.

Kevin Spacey-Public domain

Ma perché proprio ora? I più maliziosi fanno notare che ogni anno la stampa pubblicava almeno un paio di storie sul marciume che infestava il mondo dorato della parte più glamour di Los Angeles; e quello del produttore con le mani lunghe era diventato poco più che uno stereotipo ad uso e consumo degli sceneggiatori. Eppure solo adesso, alla fine del 2017, si viene a sapere di abusi subìti magari vent’anni fa da attrici e attori allora giovani e in cerca di fortuna.

Qualcuno, soprattutto in riferimento al caso di Asia Argento-tra le prime a denunciare Weinstein, ma con cui ha intrattenuto una relazione quinquennale-ha puntato il dito contro lo spiccato opportunismo dei privilegiati di Hollywood, sempre pronti a cambiare barricata in nome della carriera; ma, per quanto possa rivelarsi veritiera nelle singole istanze, questa è nel complesso una visione forse troppo generica e superficiale della vicenda.

Per spiegarsi il peculiare tempismo di questo scandalo è opportuno partire da un dato apparentemente non pertinente: negli Stati Uniti le uscite cinematografiche di questo trimestre estivo hanno registrato i peggiori incassi degli ultimi 23 anni. Merito senza dubbio della tecnologia, che i film consente di guardarli comodamente da casa ad una frazione del costo di un biglietto, e di un modello di business anacronistico che, nonostante le tante innovazioni nel settore, semplicemente non riesce a tenere il passo con l’avanzata inarrestabile del progresso. Ma c’e di più.

Dietro le statistiche si nasconde la disaffezione del pubblico per un’industria che lo ha alienato, trasformando degli spazi (più temporali che fisici) da sempre deputati allo svago in arene politiche. Da American Sniper di Clint Eastwood al più recente Moonlight, premiato a febbraio con l’Oscar al miglior film, la sala cinematografica pare essere divenuta una sede distaccata del Campidoglio; e la gente, che da anni si trova costantemente bombardata da notizie di, da e su Washington, ha risposto lasciando vuoti i sedili.

A ciò non può che aggiungersi la spocchia di attori e registi che dalle loro ville favolose pretendono di dettare i ritmi e le modalità della vita degli Average Joes che li guardano. Fa sorridere pensare a Leonardo diCaprio, ambientalista d’assalto che gira in jet privato; meno divertente Ben Affleck, che ad un anno esatto dall’aver pubblicato un bel discorso, rivolto senz’altro a Donald Trump, sul rispetto per le donne e la crudeltà delle molestie, si è trovato a scusarsi pubblicamente per aver egli stesso abusato di una collega.

La verità è che il cosiddetto “caso Weinstein” non è che il sintomo di un male profondo. L’apatia e il distacco hanno allontanato le star dal mondo vero, nonché dalle sue dinamiche di causa ed effetto. Per dirla con la geografia, la Hollywood di appena qualche decennio fa era una penisola: lontana e diversa dal continente, ma comunque raggiungibile. Quella di oggi è un atollo che la marea ha spinto al largo, in acque sconosciute e nascoste agli occhi di un pubblico che ha potuto solo immaginarne le fattezze.

Il cinema, in fondo, è la magia di trasformare l’immaginazione in realtà; ma quando l’una non corrisponde all’altra, i risultati possono essere imprevedibili.

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19 anni. Laziale di nascita, friulano d'adozione. Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il Polo Universitario di Gorizia.

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