Addio, liberalismo

Credits: POLITICAL THEORY/YouTube

Le storie di Alfie Evans e Charlie Gard ci dicono una cosa sola: è finita l’epoca della Gran Bretagna (e dell’Occidente?) liberale.

Lo Stato è un maniaco del controllo. Che siano i vostri beni, il territorio su cui abitate o le cose che comprate lo Stato, quasi che fosse vivo, avverte l’irrefrenabile pulsione di asserire, in maniera pervasiva e costante, il suo dominio su di esse e su di voi. Lasciata senza argini, la sua fame insaziabile lo spinge a fagocitare qualsiasi cosa gli capiti a tiro, ingrossandosi fino a riempire con la sua soffocante presenza anche i più piccoli spazi riservati alla sacra libertà dell’individuo. Come si può biasimarlo? È la sua natura.

Ma cosa succede quando non si ha nulla con cui nutrire questa belva selvatica? Se non si hanno denaro da devolvere o diritti da abbandonare? Alfie Evans e Charlie Gard ci rispondono che in tal caso lo Stato sa arrangiarsi: e così, invece di mangiare ricchezza, si accontenta di bere sangue. Certo la frase sopra può sembrare forte, e più ancora fuorviante: sia allora chiaro al lettore, prima di proseguire, che questa non sarà l’ennesima requisitoria sul diritto alla vita. Quello tra fautori e detrattori del decesso assistito è un dibattito insieme complesso e stanco, nel quale chi scrive non ha interesse ad entrare; tanto più che in questa sede si vuol discutere di una tematica più ampia.

Se per alcuni vale il principio che il diritto fondamentale dell’uomo e del cittadino è la sua vita, tutti o quasi tutti potranno concordare che altrettanto fondamentale è la sua libertà: libertà di decidere per sé, di vivere indisturbato dagli altri, di condurre un’esistenza quanto più possibile scevra di intromissioni d’ogni sorta, soprattutto da parte della longa manus del potere costituito. Su questa pur sommaria affermazione illustri gentiluomini del calibro di Hobbes e Locke hanno costruito una filosofia politica, quella del liberalismo; e su di esso la Gran Bretagna ha edificato il suo impero. È dunque con mesta ironia, quella sì tipicamente british, che si deve constatare come proprio il Regno Unito abbia rinunciato al liberalismo in favore di uno statalismo dai tratti orwelliani: e così, in questa Pista Uno prima di Pista Uno, si può “ammazzare per decreto”.

La copertina del Leviatano di Thomas Hobbes (1651)/Credits: Wikipedia

Alfie Evans, poco più di due anni, soffriva di una malattia neuro-degenerativa ignota. Buona parte delle sue cellule cerebrali erano morte e, sostenevano gli esperti, in quelle condizioni il piccolo non avrebbe potuto neppure respirare senza l’ausilio di una macchina; uno scenario desolante, in cui solo la morte, assai più certa di quei miracoli che si invocano in queste circostanze, avrebbe potuto cambiare qualcosa. La famiglia del bambino, però, non ci è stata. Quale padre, quale madre aspetterebbe con le mani in mano di vedere suo figlio morire? E così hanno preteso un secondo parere: niente da fare, ha stabilito un tribunale, si stacchi la spina. E la spina è stata staccata, certo; peccato che il bambino sia sopravvissuto autonomamente per 10 ore di fila, privato frattanto di cibo e acqua. Nuovo ricorso, nuovo rigetto; gli Evans si sono allora rivolti all’ambascia italiana, che ha garantito ad Alfie la cittadinanza in vista di un trasferimento presso il Bambin Gesù di Roma. Tutto inutile.

La corte ha stabilito che il bambino restasse in Gran Bretagna. E ci è restato: per sempre. Poco importa che un bambino, prima di essere figlio della patria (espressione questa peraltro assai macabra, visto che di solito la si usa per i tanti morituri pro patria in uniforme) è figlio dei suoi genitori; del tutto irrilevante che quello stesso Stato che per legge li responsabilizza rispetto al pargolo sia poi ben capace di privarli di ogni facilità decisionale sulle sue sorti. Incomprensibile l’atteggiamento dei medici, pronti a ricorrere in tribunale pur di staccare la spina, in barba al giuramento e, in considerazione dell’intervento italiano nella vicenda, del diritto internazionale.

Vien da chiedersi, di fronte ad una così evidente invasione della sfera del libero arbitrio individuale, quale sia il senso della cittadinanza e della genitorialità insieme. Cinicamente, si potrebbe sostenere con cognizione di causa che un figlio rappresenta nulla più che un fardello legale, il cui benessere si deve garantire per mero interesse personale, piuttosto che per principio. L’istinto di autoconservazione non può che prendere il sopravvento su qualsiasi remota morale di fronte alle grinfie dello Stato: non sarebbe allora meglio lasciare che sia lo Stato stesso a farsi i suoi figli, prodotti-non generati-in massa e in massa gestiti, senza responsabilità alcuna per la popolazione?

Da qualunque punto di vista la si guardi, quella di Alfie è una storia grottesca, ma la colpa di chi è? Dei medici e dei giudici, dirà il lettore; ma essi non sono che gli esecutori materiali di un atto il cui mandante non è che lo Stato. Che chi legge se la riprenda allora con Attlee, che ha creato -certo con le migliori intenzioni, pover’uomo- il mostro che risponde al nome di National Health Service; con i Laburisti, da anni alfieri di un apparato statale sempre più colossale e, insieme, delle più radicali dottrine del post-modernismo marxista; e con i Conservatori, troppo impegnati a sorreggere il barcollante Primo Ministro per occuparsi di simili questioni, anzi forse perfino favorevoli alle decisioni della corte, loro che sono sempre così attenti al bilancio.

Tutti, nessuno escluso, hanno fallito nell’esercizio del solo dovere di un governo, ossia la tutela del cittadino che gli risponde; ma non pagherà nessuno. A saldare il conto con la Storia ci ha già pensato Alfie, sacrificato sull’altare del Welfare State, della spesa pubblica e della legge. Muore con lui il Liberalismo, la fortuna di quell’Impero Britannico che fu un faro di civiltà nel mondo oscurantista dei sovrani assoluti e dei despoti; nei tristi isolotti che ne sono le vestigia rimangono lo Stato, mai sazio, e un monito: come disse qualcuno, “un governo grande abbastanza da darci tutto ciò che vogliamo è un governo grande abbastanza da portarsi via tutto ciò che abbiamo”.

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19 anni. Laziale di nascita, friulano d'adozione. Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il Polo Universitario di Gorizia.

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