Al Teatro Verdi di Gorizia: Nel tempo degli dei, il calzolaio di Ulisse

© Fotografia di Pierluigi Bumbaca

Ulisse divino, l’eroe luminoso, l’astuto Laerziade che, nella sua umanità prorompente, picco della nostra razza, è prossimo agli dei, non è l’uomo portato in scena da Marco Paolini e Francesco Niccolini. Questo Ulisse è umano, umanissimo anche nella sua fatica: prostrato dal viaggio, appesantito dai ricordi e dai rimorsi, rimpiange Itaca e guarda con irritazione al mondo circostante e agli uomini che lo popolano. Si chiede ancora il perché degli eventi, ma nulla pare più aver senso ai suoi occhi, troppo stanco, troppo affaticato, troppo umano per poter ancora dipingere i piani degli dei. Ulisse non è più Ulisse, ma il suo povero ed esausto calzolaio.

Sono trascorsi dieci anni dal ritorno a Itaca, trenta dall’inizio della guerra di Troia, e Ulisse erra ancora, come annunciato dall’indovino Tiresia, vittima e artefice dei capricci degli dei. È un giovane capraio a interrompere il suo girovagare e a permettergli il ristoro del riposo, posando il remo che porta in spalla da sempre. Ma il capraio è un giovane dei giorni nostri, chiama Ulisse “rockstar” e lo prega, troppo annoiato dalla monotonia e dalle censure delle lezioni a scuola, di raccontare i fatti segreti della sua vita. Ulisse, per contro, viaggia verso la sommità dello Chalet Olimpo e, guardando di sotto, prova pena e rabbia per gli uomini-formica che, incolonnati e frenetici, vede procedere ognuno perso nella propria piccola ed egoistica esistenza.

© Fotografia di Pierluigi Bumbaca

Ed è questo il tono che attraversa tutto lo spettacolo: una comicità a tratti dissacrante unita al metaforico racconto delle avventure di Ulisse sono i binari che Paolini percorre per spiegare e criticare il tempo attuale. I compagni di Ulisse, bramosi di tornare finalmente a casa dopo dieci anni di guerra, prendono il mare sotto la sua guida, così oggi centinaia di migliaia di persone muovono dal sud e dall’est del mondo per giungere in territori sicuri che finalmente possano chiamare casa. E noi, uomini d’Occidente, che non conosciamo la guerra e siamo totalmente indifferenti al male del resto del mondo, siamo come gli dei, ma più piccoli e meno potenti, appunto “uomini-formica”.

La nostra indifferenza per gli ecatombe in mare, tanto cari agli dei, è il fulcro della denuncia pronunciata attraverso la bocca di Ulisse. Lo stesso Ulisse che, in passato, aveva compiuto sacrifici in nome degli dei e stragi per il suo onore e per quella che riteneva essere la salvezza della sua casa. Ma Ulisse è vecchio ormai, e forse è perfino più saggio di quanto sia mai stato: l’onore, la paura, l’indifferenza valgono il sangue di migliaia di uomini? Ulisse è convinto di no e, infine, il giovane capraio dei giorni nostri, il divino Ermes che ne aveva assunto le spoglie mortali, gli da ragione e lo libera dalla sua prigione errabonda.

© Fotografia di Pierluigi Bumbaca

Il calzolaio di Ulisse può di certo essere definito uno spettacolo ben riuscito, per quanto non particolarmente originale, grazie alla grande capacità di Marco Paolini, dei suoi interpreti e alle doti canore e musicali del coro – in particolare di Saba Anglana. Alla chiusura del sipario, dopo diversi minuti di applausi, verrebbe da domandarsi: se noi occidentali siamo diventati gli dei, indifferenti e artefici del destino degli uomini, chi è, in realtà, Ulisse? Non è un uomo, ma ne ha vissuto le pene, non è un dio, ma li ha visti da vicino e ne conosce le vite. Ulisse sa, ma non fa nulla. L’incompiuto, che serpeggia per tutta la durata dello spettacolo, resta nelle menti degli spettatori, in quella che credo essere una pienamente consapevole scelta dell’autore.

 

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